giovedì 17 aprile 2014

Follia UE, in programma il Debt Redemption Fund: 1.000 euro all’anno di tasse per persona per 20 anni

 debt redemption fund

Alzi la mano quanti hanno sentito parlare dell’ultima, mostruosa, follia targata Unione Europea: il Debt Redemption Fund. I giornaloni nostrani, tutti protesi a contarci le gesta renziane, si sono “dimenticati” di svelare l’arcano. Potevano non sapere? No, perché persino il quotatissimo Financial Times, nel novembre 2011, descriveva “l’urgenza europea di creare un Debt Redemption Fund”. Ma tutti i nodi vengono al pettine e Marzo 2014 è il termine ultimo che il Gruppo di Esperti, incaricati da Bruxelles, si è dato per presentare il report finale su DRF. Cerchiamo, allora, di capire cos’è e perché (quasi) tutti ce lo tengono nascosto.


La migliore descrizione di quanto folle, stupida e pericolosa sia l’idea del Debt Redemption Fund l’ha data Alessandro Guzzini su Micromega.
“Si è fatta strada negli ultimi tempi l'idea di un Fondo di Redenzione come alternativa agli Eurobond. Ma se davvero fosse attuato, il 10% del PIL italiano dovrebbe, per 20 anni, andare al servizio (e all’estinzione) del debito: una follia per chiunque abbia una minima nozione di Macroeconomia e di Fiscalità.
Guzzini è amministratore delegato e presidente del comitato  investimenti di FinLABO Sim, società d’investimenti. Laureato con lode in ingegneria e diplomato al Master ISTAO in gestione di impresa, ha iniziato la sua carriera come consulente di direzione alla JMAC Europe. E’ socio AIAF (Associazione Italiana Analisti Finanziari) e membro del consiglio di amministrazione di Fimag Spa (Gruppo Guzzini), della IGuzzini Spa e di Finlabo Investments Sicav SA. 
Non è, quindi, un anti-europeista alla Grillo o un “complottista” alla Barnard, per capirci.
“L’idea dei tedeschi – continua Guzzini su Micromega - è di creare un fondo che acquisti il debito pubblico di ogni paese che ecceda il 60% del PIL dello stesso. Secondo i piani, il fondo dovrebbe avere una garanzia congiunta di tutti i paesi dell’Eurozona e dovrebbe finanziarsi emettendo titoli di debito sul mercato. (…) Il fondo andrebbe ammortizzato in 20 anni, quindi ogni anno ogni paese si dovrebbe impegnare a versare gli interessi (che rimarrebbero ugualmente elevati, non è previsto infatti una rimodulazione degli stessi essendo i titoli già emessi sul mercato) ed una quota del debito stesso. Facendo l’esempio dell’Italia quindi, il fondo acquisterebbe un ammontare di debito pubblico pari a circa il 65% del PIL (quindi circa 1000 miliardi): ogni anno l’Italia dovrebbe versare al fondo quindi circa 50 miliardi come rimborso del capitale ed altri 40 circa a titolo di interesse; in pratica al fondo andrebbe versato ogni anno quasi il 6% del PIL. Da notare che all’Italia poi rimarrebbe sempre in carico il 60% del proprio debito (sempre in rapporto al PIL): questo debito diventerebbe di fatto subordinato al primo ed è quindi evidente che i tassi di interesse sui nuovi titoli emessi salirebbero invece di scendere! È probabile quindi che per servire il debito che rimarrebbe in carico direttamente al paese l’Italia dovrebbe, con tutta probabilità, spendere circa un altro 3-4% del proprio PIL. In totale quindi il 10% del PIL italiano dovrebbe, per 20 anni, andare al servizio (e all’estinzione) del debito: chiunque abbia la minima nozione di Macroeconomia e di Fiscalità pubblica può capire come sia del tutto assurdo che ciò possa essere realizzabile!”
50 miliardi all’anno fa, less or more, circa 1.000 euro a testa all’anno, compressi vecchi in punto di morte e neonati.
Gli esperti, o presunti tali, che compongono il gruppo di lavoro sul Debt Redemption Fund sono undici: qui trovate tutti i nomi. Su cui spicca un nome in particolare, perché esaustivo del sistema alla base del DRF: parliamo di Beatrice Weder di Mauro, tecnocrate con un passato lavorativo prima al Fondo Monetario Internazionale poi alla Banca Mondiale. Oggi la signora siede nel board della ThyssenKrupp, l’azienda tedesca condannata al risarcimento danni per il rogo di Torino e la morte di 7 operai, ed nel board di Hoffman-La Roche, l’azienda svizzera accusata, insieme a Novartis, di disastro doloso per aver fatto “cartello” sui farmaci.
Ora, la domanda è questa: possono siffatti “esperti” decidere, senza condizionamenti, del destino di un’Europa intera?
La risposta la avremo a breve. E ci sarà poco da stare allegri.
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I crediti/debiti e i debiti/crediti nel sistema clearing tra BC TARGET2

Salvo Mandara: No euro, teorie a conronto (Fusaro, Borghi, Pace, Di Sabatino)

martedì 15 aprile 2014

Debito pubblico italiano

Il Fmi: "Dovete morire prima, anche di fame se necessario"

Fonte: http://contropiano.org/articoli/item/23352

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  •  Stefano Porcari


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  • Il Fmi: "Dovete morire prima, anche di fame se necessario"
    La vita media è diventata troppo lunga, la crescente longevità rende i sistemi pensionistici sempre più costosi e questo produce un impatto negativo sui conti pubblici. L’analisi è del Fondo Monetario Internazionale(Fmi), ed è contenuta nel Global Financial Stability Report che verrà presentato integralmente la prossima settimana a Washington.
    In particolare colpisce “l'allarme longevità” del Fmi. Non è la prima volta che torna su questo tasto e non è certo un bel segnale. Secondo il Fmi l’impatto dell’allungamento delle aspettative di vita sull' economia e i conti pubblici degli Stati è profondo e occorre provi rimedio. “Se nel 2050 la vita media si allungasse di tre anni in più rispetto alle attese attuali (in linea con la media del passato, peraltro sottostimata) sarebbero necessarie risorse extra pari all’1-2% annuo del Pil” scrive il rapporto del Fmi.
    Per le economie avanzate, questo significa per il prossimi 40 anni un costo totale aggiuntivo pari al 50% del PIL del 2010 (per le economie emergenti, invece, la stima è pari al 25% del PIL 2010). Dunque, il problema della longevità – che dovrebbe essere un indicatore positivo di una società sviluppata - secondo il Fondo Monetario deve essere maggiormente preso in considerazione dai Governi, che devono “adeguare” i loro sistemi di Welfare alzando l'età pensionabile e abbassando la consistenza delle pensioni pubbliche.
    I suggerimenti del Fmi ovviamente spingono nella direzione della finanziarizzazione della previdenza e dei sistemi pensionistici, ma non solo. Tra questi c'è aumento dell’età pensionabile, preferibilmente collegandola con meccanismi automatici all’aumento delle aspettative di vita.; l'aumento dei contributi pensionistici, o riduzione dei benefit; lo stimolo a prodotti finanziari (fondi pensione, assicurazioni) che tengano a loro volta conto dell’aumento delle aspettative di vita; un buon bilanciamento del rischio determinato dall’aumento delle aspettative di vita fra settore pubblico e privato, ma questo rischio, sui mercati finanziari, va trasferito dai fondi pensione a soggetti che sono più attrezzati per gestire, appunto, i rischi finanziari cioè gli squali dei fondi di investimento.
    Come si vede, il Fmi avanza un mix di soluzioni che parte dalla necessità di riformare i sistemi di Welfare e arriva a quella di promuovere il mercato finanziario che gira intorno ai trattamenti pensionistici. Per ora. Ma in una fase di profonda instabilità finanziaria – che quindi non dà garanzia di rendimenti e profitti adeguati – magari qualcuno sta pensando a “ridurre le aspettative generali di vita” e ridurre la jattura della longevità. Si dice che la crisi e la guerra servano al sistema capitalista per ridurre le capacità produttive in eccesso. Anche quando si presenta un “eccesso” di capitale umano.

    Tamburro: una banca pubblica per risparmiare 70 miliardi l'anno


    ITALIA - COME RISPARMIARE 70 MILIARDI DI EURO L'ANNO?


    APPELLO PER UNA BANCA PUBBLICA DI INTERESSE NAZIONALE

    Scarica il testo integrale con tabelle in formato pdf

    Il Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) è, accanto al Trattato sull'Unione Europea (TUE), uno dei documenti fondamentali dell'Unione Europea (UE). Assieme costituiscono le basi fondamentali del diritto primario nel sistema politico dell'UE.
    Il TUE contiene soprattutto i principi istituzionali.
    Il TFUE, invece, è composto da ben 358 articoli; in particolare spiega in modo più dettagliato il funzionamento degli organi dell'UE e stabilisce con precisione in quali ambiti l'UE è attiva e con quali competenze.

    Di seguito si citano l'art.1, art.123 e l'art.128 del TFUE1:
    Articolo 1
    1.Il presente trattato organizza il funzionamento dell'Unione e determina i settori, la delimitazione e le modalità d'esercizio delle sue competenze.
    2.Il presente trattato e il trattato sull'Unione europea costituiscono i trattati su cui è fondata l'Unione. I due trattati, che hanno lo stesso valore giuridico, sono denominati «i trattati».

    Articolo 123
    1.Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.
    2.Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell'offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati.

    Articolo 128
    1.La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote in euro all'interno dell'Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell'Unione.
    2.Gli Stati membri possono coniare monete metalliche in euro con l'approvazione della Banca
    centrale europea per quanto riguarda il volume del conio. Il Consiglio, su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo e della Banca centrale europea, può adottare misure per armonizzare le denominazioni e le specificazioni tecniche di tutte le monete metalliche destinate alla circolazione, nella misura necessaria per agevolare la loro circolazione nell'Unione.

    PREMESSO CHE
    l'euro è amministrato dalla Banca centrale europea (BCE), con sede a Francoforte sul Meno, e dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC); il primo organismo è responsabile unico delle politiche monetarie comuni, mentre coopera con il secondo per quanto riguarda il conio e la distribuzione di banconote e monete negli stati membri.
    Obiettivo del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi per preservare il valore dell'euro. Per svolgere le operazioni che rientrano nei compiti della SEBC, la BCE farà capo alle banche centrali nazionali. Spetta al SEBC fissare il Tasso Ufficiale di Riferimento (TUR). Il TUR rappresenta il costo del denaro, ossia il tasso con cui la Banca centrale concede prestiti alle altre banche. Dal 13 novembre 2013 esso è pari allo 0,25%.

    PREMESSO CHE
    i Titoli di Stato sono obbligazioni emesse periodicamente dal Ministero dell'Economia e delle Finanze per conto dello Stato con lo scopo di finanziare il proprio debito pubblico o direttamente il deficit pubblico.
    L'acquisto dei Titoli di Stato può essere effettuato sia in asta sul mercato primario al momento dell'emissione, sia sul mercato secondario; in ogni caso occorre farlo tramite una banca o un intermediario finanziario.
    Sul Mercato Primario hanno accesso unicamente banche definite “Specialisti in Titoli di Stato”, ossia operatori che svolgono la funzione di market maker (primary dealers) per i quali sono previsti obblighi di sottoscrizione nelle aste dei titoli di Stato e di negoziazione di volumi sul mercato secondario. A fronte di tali doveri, essi godono di alcuni privilegi, tra cui la facoltà di partecipare in maniera esclusiva ai collocamenti supplementari delle aste di emissione. (vedi artt. 4 e 9 del Decreto Dirigenziale n. 993039 3 del 11/11/2011)
    Tra i cosiddetti “Specialisti in Titoli di Stato” si annoverano banche non solo italiane, ma anche straniere.

    Elenco degli Specialisti in Titoli di Stato a decorrere dall'8 aprile 2013:

    Banca IMI SpA
    Barclays Bank PLC
    BNP Paribas
    Citigroup Global Markets Ltd.
    Commerzbank AG
    Crédit Agricole Corp. Inv. Bank
    Credit Suisse Securities (Europe) Ltd.
    Deutsche Bank AG
    Goldman Sachs Int. Bank
    HSBC France
    ING Bank N.V.
    JP Morgan Securities Ltd.
    Merryl Lynch
    Monte dei Paschi di Siena SpA
    Morgan Stanley & CO Int. PLC
    Nomura Int. PLC
    Royal Bank of Scotland PLC
    Société Générale Inv. Banking
    UBS Ltd
    Unicredit SpA

    Con un debito pubblico che viaggia ormai oltre i duemila miliardi di euro (nel 2013 è stato pari a €2.067 miliardi – fonte Banca d'Italia), che nel 2013 ha raggiunto il 132,6% del Pil, il livello più alto dal 1990, di questi ben oltre 1.700 miliardi sono rappresentati da Titoli di Stato (prevalentemente Btp) detenuti da banche e istituzioni finanziarie italiane ed estere e, in misura minore, da piccoli risparmiatori (solo il 10% del totale).
    Negli ultimi anni i detentori esteri sono scesi dal 47,1% al 30%, mentre quelli italiani sono passati da poco più della metà al 70%.

    PREMESSO CHE
    dovendo far ricorso al mercato finanziario ogni anno lo Stato italiano – ma sarebbe meglio dire “i cittadini italiani” - versa nelle “casse” delle banche (i principali detentori dei Titoli di Stato) miliardi di euro che vengono sottratti alle esigenze della collettività.

    Già solo analizzando gli anni dal 2006 al 2013 si potrà agevolmente evincere come lo Stato italiano abbia erogato circa seicento miliardi di euro per finanziare il proprio debito pubblico, pagando solo nell'anno 2013 oltre settantotto miliardi di euro di interessi e le previsioni per questo valore sono in costante aumento.
    Il circolante Titoli di Stato a gennaio 2014 è stato pari a 1.738 miliardi, massimo storico.

    NE CONSEGUE
    che dalla lettura dei precedenti articoli del TFUE si evince che lo Stato italiano, membro dell'Unione Europea, non potendo ricorrere all'emissione monetaria di una valuta diversa dall'euro, è vincolato esclusivamente all'utilizzo della valuta euro per finanziare il proprio debito pubblico e per fronteggiare gli obiettivi di spesa pubblica, la realizzazione di beni e servizi ai cittadini e il perseguimento della piena occupazione.


    SI PROPONE
    di ricorrere a quanto descritto dall'art.123 comma 2 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE) allo scopo di dotarsi di un ente creditizio pubblico (es.: una banca di interesse nazionale e a capitale interamente pubblico), accedendo alla liquidità offerta dalla BCE al tasso attuale dello 0,25%, tasso di gran lunga inferiore rispetto a quello offerto dal mercato finanziario, e in seguito utilizzare questa liquidità per rifinanziare il settore industriale italiano e ridurre il debito pubblico esistente, il tutto senza ledere alcun trattato stipulato nell'euro-zona ed utilizzando sempre l'euro come moneta a corso legale.
    Il questo modo il debito generato sarebbe direttamente nei confronti della BCE, che oggigiorno presta liquidità al tasso dello 0,25% , piuttosto che indebitarsi con i mercati al tasso medio del 4-5%.
    Se solo avessimo fatto ricorso a questa soluzione, cioè adottando una banca pubblica in grado di approvvigionarsi di liquidità direttamente dalla BCE, anziché attraverso banche ed intermediari privati, avremmo ottenuto un risparmio calcolato dal 2006 al 2013 di oltre 388 miliardi di euro, pagando oggi oltre 70 miliardi di euro in meno di interessi l'anno.


    Non si comprende perché, alla luce di queste soluzioni, tra l'altro realizzabili da subito se non nel breve periodo e nel pieno rispetto dei Trattati europei, i governi che si avvicendano continuino “ingenuamente” a proporre ricette economiche fallimentari o incapaci di risolvere i problemi che attanagliano il popolo italiano, quali mancanza di competitività delle nostre imprese all'estero, diminuzione dei consumi interni, assenza di grandi investimenti pubblici, con conseguente incapacità di risollevare l'economia e le piccole-medie imprese che compongono l'ossatura del nostro sistema produttivo.
    Tutto ciò senza dimenticare due piaghe che non possiamo ignorare: il continuo aumento del debito pubblico che ci impone di seguire vincoli capaci solo di strozzare la nostra economia (e i dati macro-economici ne sono la prova), e la disoccupazione che strappa un nuovo record negativo, toccando a febbraio 2014 quota 13%, registrando 3,3 milioni di italiani in cerca di lavoro e senza futuro.
    Confido nel fatto che questa proposta, quantunque non esauriente a risolvere tutti i problemi sistemici, venga presa al più presto in considerazione, anche perché non sarebbe una novità nel contesto europeo, dal momento che ci sono altri Paesi i quali, non a torto, adottano una banca con la caratteristica specifica di finanziare l'apparato produttivo nazionale.
    Non tutti sanno che in Germania è operativa da tempo una banca molto utile all'economia tedesca, ossia la KfW Bankengruppe.
    La KfW (non a caso reputata la prima banca più sicura al mondo) è nata nell'immediato dopoguerra, definendosi una "banca della ricostruzione", col compito di amministrare i fondi del piano Marshall. Essa è posseduta all'80% della Repubblica federale e al 20% dai Lander (ossia i 16 stati federati della Germania, sempre soggetti pubblici).
    Svolge molti compiti di finanziamento del settore pubblico e finanzia le piccole-medie imprese, sostenendo costi che restano al di fuori del perimetro del bilancio federale e che pertanto non figurano nel debito pubblico tedesco11.
    Come la Germania, anche la Francia, su modello della KfW tedesca, si serve di una banca chiamata BPI (Banca pubblica d’investimento) che, a detta del presidente francese François Hollande, è in grado di “promuovere lo sviluppo della PMI, acquisire partecipazioni in aziende strategiche per lo sviluppo locale e per la competitività della Francia, in cui parte del finanziamento sia diretto verso l'economia sociale e solidale”.
    C'è da chiedersi perché, in Italia, una proposta del genere non sia avanzata da alcun partito politico, discussa nelle sedi istituzionali o in dibattiti mediatici, bensì resti un'idea sconosciuta all'opinione pubblica e circoscritta ad una ristretta élite di “addetti ai lavori”.

    Salvatore Tamburro, 13 aprile 2014

    Salvo: DEF alternativo e sovrano, Pimpini, Cosimo Massaro ,Salvatore Tamburro, Diego Fusaro

    Banchieri alieni (cfr. dall'inglese "stranieri") e triangolo delle Bermuda in Europa

    La Banca d'Inghilterra ha appena confermato nel bollettino n.1 del 2014 che le banche non sono intermediari finanziari, come popolarmente si crede, ma creano tutto ii denaro che prestano all'istante. Questo vuol dire che la voce CREDITI VERSO CLIENTELA, che appare nello Stato Patrimoniale, dovrebbe apparire nel conto economico come NUOVO DENARO CREATO, dalla quale, tolte le spese di gestione, si ottiene un bilancio più preciso dello stato della banca. La pretesa della banca di NON indicare quella voce, facendo apparire i prestiti come derivanti dalla refurtiva precedente, disegna un bilancio falso che mostra utili ridicoli ed irrealistici. In questo modo, ad esempio, dal bilancio BPER sono spariti 46 miliardi nel 2013. La circolare 262 bankitalia parla chiaro sostenendo che se le regole contabili seguite non danno il risultato reale dell'esercizio, NON DEVONO ESSERE SEGUITE !(pag.14). Ma chi se ne accorge ?
    La seconda domanda è: ma dove finisce allora tutta questa massa di denaro fantasma ? Nel Triangolo delle Bermuda europeo delle società di compensazione interbancaria: ECS (Euroclear - Clearstream - SWIFT) dove le banche hanno oltre 17.000 conti neri, oltre a quelli ufficiali....
    La terza domanda è: chi ha inventato questo sistema di occultamento attraverso questi conti ? La risposta è... Roberto Calvi. La Deloitte&Touche quando si chiamava ancora TOUCHE & ROSS fece la perizia contabile del Banco Ambrosiano e venne fuori che la banca non era per niente in perdita, anzi.. Ma la perizia contabile venne messa sotto segreto di Stato in Inghilterra dalla Regina stessa (Crown Secret). Il funzionario contabile da me all'epoca intervistato, si nascose dietro questo segreto... Ma oramai potevate anche arrivarci da soli...
    "La signora Margret Thatcher ha messo sotto segreto di Stato la polizia contabile generale sulle attività estere del Banco Ambrosiano. Brian Smouha, il revisore dei conti della Touche & Ross che curò la liquidazione, segretata, dell'Ambrosiano, è lo stesso che poi ha gestito la liquidazione della BCCI." 
    I magistrati italiani liquidarono il Banco Ambrosiano senza farsi troppe domande, a quanto pare... Il Banco chiuse di domenica, per riaprire il lunedì successivo col nome NUOVO BANCO AMBROSIANO.
    La segretaria di Calvi venne suicidata-defenestrata duranta un CDA della banca:  http://www.girodivite.it/GRAZIELLA-CORROCHER-una-segretaria.html


    Rinaldi ammette il signoraggio

    lunedì 14 aprile 2014

    Irlanda 1970, Chiusura delle Banche.

    Articolo di Pasquino Orsini

    “Cos’è il denaro?”
    Il 4 maggio apparve sull’ “Irish Independent”, il miglior quotidiano d’Irlanda, un avviso a tutto pagina, dal titolo semplice ma allarmante: “CHIUSURA DELLE BANCHE”. L’annuncio, pubblicato dalla Commissione Permanente delle Banche d’Irlanda, gruppo che rappresentava tutte le principali banche irlandesi, informava il pubblico che a causa del grave deterioramento dei rapporti industriali fra le banche e i loro impiegati, . L’annuncio proseguiva: . Potrà sconvolgere l’idea che il sistema bancario di una economia avanzata potesse chiudere pressochè in blocco da un giorno all’altro, in tempi così recenti. All’epoca, tuttavia, questo esito era ampiamente previsto, non fosse altro perché si era già verificato una volta, nel 1966. L’oggetto del contenzioso fra le banche e i loro impiegati era ben noto all’ Europa della fine degli anni sessanta: l’aumento degli stipendi rispetto a quello dei prezzi. L’inflazione alta per tutto il 1969 (in autunno il costo della vita era salito più del 10% rispetto ai quindici mesi precedenti) aveva spinto il sindacato dei dipendenti a esigere un nuovo accordo sui pagamenti. Le banche si erano rifiutate, e l’Associazione irlandese dei funzionari di banca aveva decretato lo sciopero.
    Fin dall’inizio, ci si aspettava che la chiusura delle banche non sarebbe stata breve, dunque ci si preparò all’eventualità. La prima reazione delle aziende fu quella di fare incetta di monete e banconote. Scrisse l’”Irish Independet”:
    Ci furono prelievi massicci di contante in tutto il paese: le aziende accumulavano scorte in previsione di una chiusura. Si preannunciano ottimi affari per le compagnie di assicurazione, rivenditori di casseforti e società di sicurezza durante tutto il periodo di “shut down”. Fabbriche e altre attività dagli organici numerosi si sono attivate per ricevere denaro contante da grosse rivendite come supermercati e grandi magazzini per far fronte ai pagamenti degli stipendi.
    Ma nel primo mese della crisi divenne evidente che la situazione non era poi così nera. Ad aprile la Banca Centrale d’Irlanda aveva soddisfatto deliberatamente il surplus di richieste di contante, dunque a maggio circolavano circa 10 milioni di sterline in più del solito in monete e banconote. I flussi di pagamento diedero inevitabilmente origine a un eccesso di piccoli tagli in alcuni luoghi (in genere nei negozi e altre attività al dettaglio) e una mancanza di altri, di solito grossisti e pubbliche istituzioni che non avevano motivo di ricercare contanti nel corso degli affari della giornata. La Banca Centrale fece persino un vano appello alla società statale di autobus affinchè distribuisse contanti ai passeggeri. Ma questi ingorghi nella circolazione di monete e banconote si rivelarono un inconveniente da poco. Il motivo era che la stragrande maggioranza dei pagamenti continuava a essere effettuata tramite assegno; in altre parole trasferendo denaro dal conto corrente di un individuo o di una azienda a quello di un altro, nonostante le banche dove i conti erano tenuti fossero chiuse. Nella sua relazione sull’intera faccenda, la Banca Centrale d’Irlanda osservò che prima della chiusura .
    La domanda cruciale, dunque, era se questo “denaro bancario” avrebbe continuato a circolare. Soprattutto per i privati non c’era davvero scelta: per ogni spesa eccedente il contante che possedevano quando le banche avevano chiuso il primo maggio, l’unica possibilità era quella di scrivere delle cambiali sotto forma di assegno e sperare che fossero accettate.
    La cosa degna di nota fu che, durante quella lunga estate, le transazioni proseguirono e gli assegni vennero scambiati quasi esattamente come al solito. L’unica ovvia differenza fu che nessuno degli assegni poteva essere presentato in banca. Di norma è questa la struttura che perlopiù solleva i venditori dal rischi insito nell’accettare pagamenti a credito: gli assegni possono essere incassati alla fine di ogni giornata lavorativa. Con l’arresto del sistema bancario, però, gli assegni erano temporaneamente soltanto delle cambiali private o aziendali. I venditori che li accettavano si affidavano soltanto al proprio giudizio personale sul credito dei compratori. Il rischio maggiore, dunque, era che si abusasse di quel sistema improvvisato. Date che gli assegni non venivano riscossi, in linea di principio nulla impediva di scrivere assegni per importi che non si possedevano. Affinchè il sistema funzionasse i pagati dovevano confidare che gli assegni dei paganti non fossero scoperti, e tutto questo senza avere idea di quando le banche avrebbero riaperto, per poterlo verificare. Il “Times” di Londra seguiva gli eventi al di là del mare d’Irlanda con grande interesse, e a luglio notava sia il fatto straordinario che nulla sembrava essere cambiato granchè, sia la fragilità apparente della situazione. , scriveva il suo corrispondente. . Ma quell’equilibri precario poteva durare? < Esiste però oggi il rischio psicologico che, se il contenzioso si trascinerà, la cautela venga abbandonata, soprattutto dalle piccole imprese>. Qua e la iniziavano effettivamente ad apparire delle crepe. A un mese dalla chiusura ci fu un momento di panico quando alcuni mercati di bestiame annunciarono che non avrebbero più accettato assegni da privati. A luglio un agricoltore di Omagh che era stato condannato per aver introdotto illegalmente nella Repubblica sette maiali non potè pagare la multa comminatagli di 309 sterline, per mancanza di liquidità. E nel corso dell’estate la lobby delle aziende, incoraggiata dalle banche ed esasperata dalle spese sostenute per aggirare la loro chiusura, iniziò a disseminare nei giornali dichiarazioni allarmistiche, affermando per esempio che < A causa del contenzioso delle banche si sta diffondendo nell’economia una paralisi in rapido aumento>. Ma le prove raccolte dalla Banca Centrale d’Irlanda alla risoluzione della crisi nel novembre 1970 dimostrano l’esatto contrario. La sua relazione sulla chiusura concludeva non soltanto che < l’economia Irlandese ha continuato a funzionare per un periodo ragionevolmente lungo pur con le principali banche di compensazione chiuse al pubblico>, ma che in quel periodo. Per quanto sembrasse incredibile subito prima e subito dopo, in qualche modo aveva funzionato: per sei mesi e mezzo, in una delle 30 economie più ricche del mondo all’epoca, .
    Alla fine, il maggior impedimento causato da questo sistema tanto riuscito si rivelò di natura logistica. Quando le banche e i loro dipendenti raggiunsero finalmente un accordo sui pagamenti, e fu annunciato che le banche avrebbero riaperto il 17 novembre 1970, privati e aziende avevano accumulato una mole enorme di assegni non riscossi. Sui giornali apparvero annunci che invitavano i clienti a non presentarli tutti insieme, e avvertivano che difficilmente i saldi dei conti si sarebbero riallineati prima di parecchie settimane. Ci vollero altri tre mesi, da novembre a metà febbraio del 1971, prima che tutto tornasse alla normalità. A quel punto erano stati presentati per la riscossione cinque milioni di sterline in assegni compilati durante il periodo di chiusura. Era il denaro che il popolo irlandese si era prodotto da sé mentre le banche erano in sciopero.
    Come si era potuto realizzare questo apparente miracolo di cooperazione economica spontanea? L’opinione diffusa dopo il fatto era che a questo esito positivo avevano contribuito vari elementi della vita sociale irlandese, non ultimo il più famoso: il pub. La difficoltà principale era stabilire l’affidabilità creditizia di chi pagava con assegni non riscuotibili. L’Irlanda era avvantaggiata in questo senso, dato che le comunità, sia nelle città sia in campagna, erano molto compatte. Ognuno conosceva di persona quasi tutti quelli con cui trattava, e dunque poteva farsi facilmente un’idea della loro affidabilità. Ma nel 1970 l’Irlanda aveva comunque una economia sviluppata e diversificata, per cui le cose non stavano sempre così. Fu qui che i pub e le botteghe si rivelarono preziosi, fungendo da nodi del sistema, raccogliendo, garantendo e riscuotendo assegni come un sistema bancario sostitutivo. L’economista irlandese Antoin Murphy concludeva, con ammirevole circospezione: < Pare che i gestori di queste rivendite e pubblici esercizi disponessero di molte informazioni sui propri clienti; dopotutto non si serve da bere a qualcuno per anni senza venire a sapere qualcosa circa la sua liquidità>.

    La chiusura delle banche irlandesi dimostra che l’armamentario ufficiale di banche, carte di credito e banconote solennemente decorate con emblemi impossibili da contraffare, non è una componente essenziale del denaro. Tutto ciò può scomparire e il danaro rimarrà comunque: un sistema di credito e di debito, che si espande e contrae senza sosta come un cuore pulsante, mantenendo in vita la circolazione dei commerci. Quel che importa è soltanto che esistano emittenti che il pubblico considera affidabili dal punto di vista creditizio, e una convinzione sufficientemente condivisa che le loro obbligazioni saranno accettate da terzi. In genere è facile soddisfare questi criteri per i governi e le banche: mentre per le società, e ancor più i privati, è in genere difficile. Ma come dimostra l’esempio irlandese, queste regole indicative non hanno validità universale. Quando si disintegrano gli ordinamenti monetari ufficiali, è sorprendente l’efficacia con cui la società improvvisa delle alternative.

    Tratto da: Denaro, di Felix Martin, 2013

    domenica 13 aprile 2014

    Bilans des banques centrales pour les nuls !

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    Bilans des banques centrales pour les nuls !

    Rédigé par jp-chevallier dans la rubrique Banques
    La banque centrale helvète (la BNS) peut être considérée comme le modèle des banques centrales : c’est une banque qui présente des aspects de banque ordinaire dans la mesure où elle est constituée sous la forme d’une société anonyme cotée en bourse ayant des actionnaires privés mais aussi publics, les cantons et les banques cantonales qui sont majoritaires,
    Document 1 :

    Elle présente donc des bilans comme toutes les autres entreprises, avec des capitaux propres constitués d’un capital apporté par les actionnaires initiaux (100 000 actions à 250 francs, soit 25 millions) et surtout de réserves accumulées, dont 48 milliards de francs sous la dénomination de provisions pour réserves monétaires constituées pour l’essentiel de bénéfices accumulés
    Document 2 :

    … qui peuvent être aussi des déficits ! … comme par exemple quand les cours de l’or baissent, ce qui s’est passé en 2013 (15 milliards de pertes sur ce poste !).
    Tous les 8 millions de petits Suisses en ont compris les conséquences : les cantons actionnaires ne recevront pas de dividendes cette année, ce qui sera automatiquement compensé par des hausses d’impôts, ce qui les rend furieux, dans la mesure où ils peuvent l’être…
    Le problème est qu’ils sont cernés par 330 millions de barbares ignares qui ont adopté une monnaie unique contre nature dépendant de la BCE qui n’est pas une banque ordinaire.
    En effet, pour éviter de faire apparaitre leurs erreurs de gestion, en particulier des déficits, les Marioles de la BCE ne publient pas le montant des capitaux propres, mais le capital (poste 12) d’une part et des comptes de réévaluation (poste 11) qui sont en fait constitués des réserves accumulées provenant pour l’essentiel des bénéfices accumulés (et éventuellement de déficits !) comme pour la BNS…
    Document 3 :

    407 milliards d’euros au 31 décembre 2012 qui sont tombés à… 262 milliards au 31 décembre 2013
    Document 4 :

    … ce qui signifie que ces Marioles de la BCE ont fait perdre… 145 milliards d’euros aux malheureux Euro-zonards qui n’ont rien compris à la manip ! … et non pas 42 milliards comme je l’ai écrit précédemment par erreur.
    Ces pertes gigantesques proviennent pour l’essentiel de la chute des cours de l’or dont la valeur détenue par la BCE est tombée de 438 milliards d’euros fin 2012
    Document 5 :

    … à 302 milliards fin 2013
    Document 6 :

    … soit une perte gigantesque de 135 milliards sur ce seul poste !
    Ces exemples de bilans de banques centrales montrent une fois de plus l’incompréhensible folie qui s’est emparée de ces 330 millions d’Euro-zonards alors que les 8 millions d’heureux petits Suisses continuent à raisonner et à réagir normalement, correctement.
    Une telle absurdité (qu’est l’euro) ne peut que produire un gigantesque cataclysme. Seule la date est inconnue.
    Une remarque pour terminer : les banques centrales ne devraient pas détenir d’or car il s’agit d’un actif dont le cours peut varier de façon inattendue, ce qui peut avoir de graves conséquences.
    La richesse des nations et de leurs habitants ne dépend pas de la détention d’or, mais de leur aptitude à créer des richesses.
    Les banques centrales ont pour fonction de gérer le système monétaire de leur nation afin que cetterichesse des nations soit optimisée.
    Tout est simple.
    P.S. : pour les flemmards du mulot, cliquer ici pour voir la page de la BNS donnant les informations sur sa cotation en bourse :
    Document 7 :

    Et il y en a qui osent encore douter de ce que j’écris !!!

    sabato 12 aprile 2014

    La bolletta del gas

    DIEGO FUSARO E LA CINESIZZAZIONE DEI SOVRANISTI

    di Daniele Pace Fonte: http://danielepaceblog.blogspot.co.uk/2014/04/diego-fusaro-e-la-cinesizzazione-dei.html




    Il filosofo torinese Diego Fusaro è tra i personaggi giunti alla ribalta negli ultimi tempi con la sua critica al capitalismo, che appare corretta anche se non del tutto nuova, ma si sminuisce subito nel trascurare l'aspetto giuridico e filosofico della moneta, fornendo quindi una giustificazione ideologica e filosofica al capitalismo stesso. Il campanello d'allarme è suonato più forte ai primi di gennaio nel vederlo partecipare ad una conferenza di pomposi economisti pronti a fornire la nuova ricetta economica, il nuovo mito da inseguire dell'uscita dall'euro, la leggenda della sovranità monetaria da riconquistare.



    Toglierò subito ogni dubbio al lettore: gli stati moderni non hanno mai avuto nessuna sovranità monetaria e quindi non vi è nulla da riconquistare, casomai vi è da conquistare una sovranità monetaria attraverso l'unica via possibile, quella giuridica della proprietà monetaria.
    Ho seguito quindi con molto interesse, insieme a molti auritiani, la critica di Fusaro alla nuova teologia economica, al capitalismo nichilista del nostro secolo, ma subito si sono evidenziati quelli che sono i limiti, peraltro comuni a tutti i sovranisti protagonisti oggi della nuova mitologia televisiva, nella conoscenza della moneta. L'ottima analisi di Fusaro manca infatti di una seria riflessione sul denaro moderno, arrivando così alla conclusione ormai nota a tutti, che la semplice uscita dall'euro possa risolvere i problemi delle nazioni, rendendo felici i popoli. I sovranisti, a partire da Mosler, il primo a proporre l'inutile distinzione tra moneta sovrana e moneta non sovrana, fino ad arrivare al trittico Bagnai-Borghi-Rinaldi, portano ad esempio le economie statunitensi e giapponesi per convincerci che la loro ricetta sia la strada economica del futuro, la via maestra da percorrere per ristabilire quella felicità perduta. E così predicano economie dogmatiche keynesiane/monetariste che non sono altro che un aspetto di quel modello unico capitalista che proprio Fusaro attacca tanto ferocemente. Un modello unico che nulla cambia della dottrina impostata a partire da Adam Smith, quella pseudo scienza che governa l'odierna società come teologia, secondo quanto giustamente afferma Fusaro. Ma mancando del tutto l'approccio sociale e giuridico, filosofico e psicologico alla moneta, involontariamente, Fusaro cade proprio nella contraddizione di auspicare una semplice uscita dalla moneta unica dettata con regole economiche come soluzione ultima per liberare questa Europa dal giogo capitalista.

    Il problema è che la soluzione non ha né nulla di nuovo, tanto meno nulla di definitivo nella sconfitta della teologia economica, anzi la ricetta è parte del grande libro del lobbysmo bancario che innesca, attraverso le varie correnti di pensiero economico via via adottate come soluzione, la ciclicità delle crisi, con il classico schema di espansione e quindi rarefazione monetaria così ben descritto dal presidente Jefferson in una sua famosa frase: ''Io credo che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli eserciti permanenti. Se il popolo americano permetterà mai alle banche private di controllare l'emissione del denaro, dapprima attraverso l'inflazione e poi con la deflazione, le banche e le compagnie che nasceranno intorno alle banche priveranno il popolo dei suoi beni finché i loro figli si ritroveranno senza neanche una casa sul continente che i loro padri hanno conquistato.''
    La soluzione, infatti, non risolve né il problema del debito, né quello dell'usura attraverso l'interesse, tornando semplicemente a proporre le uniche due soluzioni del sistema monetario controllato dalle banche, con l'emissione esclusivo privilegio di queste che creano il denaro solo attraverso il prestito [1]. La soluzione keynesiana di Mosler dell'indebitamento e/o della spesa indiscriminata (lo sapremo quando gli MMTtari avranno deciso che fare con i Titoli di Stato) e quella neo-neo-classica della triade Borghi-Bagnai-Rinaldi della svalutazione per esportazioni non rispondono, infatti, a nessuna delle critiche al capitalismo finanziario moderno, restando sempre nell'ambito dell'economia del debito. Ben più grave è il fatto che la soluzione proposta (che sia mosleriana piuttosto che sovranista) è semplicemente una fase del ciclo caro ai banchieri così ben descritto da Jefferson, indispensabile per creare la ripetizione del depauperizzante ciclo che oggi stiamo vivendo. Il sistema bancario ha infatti necessità di espandere la massa monetaria a debito (attraverso una delle due soluzioni proposte sopra) prima di contrarla. In questo modo ottiene la produzione della ricchezza da parte dei cittadini (fase espansiva mosleriana o sovranista) per poi rarefarre la moneta e sottrarre quella ricchezza prodotta, grazie al semplice fatto che nessuna delle due soluzioni interviene per abolire il debito attraverso una soluzione giuridica. In questo resuscitare politiche di espansione (a debito) non vi è nulla di nuovo in quanto la soluzione fu adottata fin dall'inizio dal sistema bancario per ottenere il controllo delle nazioni, farle produrre e quindi sottrarre loro la ricchezza.


    Inutile inveire contro il capitalismo per usare poi la sua arma del delitto, il denaro privato delle banche. I nuovi idoli dell'economia infatti vorrebbero farci intendere, e farlo intendere a Fusaro, che con l'uscita dall'euro le nazioni tornerebbero a stampare a loro moneta, ma questo non è assolutamente vero. Le nazioni moderne (tranne alcuni rarissimi casi), non hanno mai stampato moneta, ma sempre e solo emesso titoli per monetizzare il loro debito. Sarebbe certamente utile uscire dall'euro, ma questo non restituirebbe nessuna sovranità alla nazione togliendola dal giogo capitalista. Il denaro nella sua emissione rimarrebbe esclusiva prerogativa del sistema bancario tutto e le nazioni sarebbero comunque costrette all'indebitamento da ripagare con il lavoro e le tasse dei cittadini.

    Già, il lavoro e le tasse dei cittadini, che ci porta alla seconda e fondamentale riflessione da sottoporre a Fusaro e alla sua critica alla teologia economica. Oltre a dimenticare di dirci che il denaro sarebbe comunque emesso dal sistema bancario (3% in banconote e 97% come credito) e non dagli stati, i sovranisti dimenticano anche di evidenziare l'effetto devastante che questo sistema monetario porta con se nell'era della globalizzazione, ovvero l'abbassamento drastico dei salari, (e poi l'aumento delle tasse e il disastro ecologico). Nelle loro speranzose conferenze, infatti, i sovranisti parlano ancora di lavoro, concorrenza, competitività ed esportazioni, dimenticando quella che io chiamo la Cinesizzazione del lavorocome effetto dei loro modelli economici, intrinseca nel sistema. L'evidenza di questa cinesizzazione viene proprio da quei modelli economici portati ad esempio dai sovranisti, ovvero gli USA, il Regno Unito e il Giappone. I sovranisti vorrebbero farci intendere che questi tre paesi vivano prosperi e felici soltanto perché avrebbero conservato una loro “moneta sovrana” (buffo termine in uso solo in Italia) da poter essere svalutata e stampata senza nessun problema. Ma nessun sovranista però va oltre a fredde tabelle su PIL, esportazioni e disoccupazione, tralasciando sempre i dati relativi a salari e orario lavorativo (per non parlare di altri indici “infestanti” per gli economisti come quelli del benessere etc). L'allarme suona forte seguendo le reazioni che il sovranista per eccellenza Warren Mosler ha suscitato nelle Isole Vergini quando decise di candidarsi alle elezioni proponendo il suo piano di lavoro definito “leggermente schiavista” [2], e dai suoi punti di riferimento, in particolare l'economista Mitchell, che propone un salario di “ben 8 dollari” l'ora (da rapportare al costo della vita in America). D'altra parte basti sapere che negli USA si può usufruire in media di 14 giorni di ferie l'anno, per molti ridotti a 7 nel settore privato. Ma non vi è nulla di allarmante in questo, visto che con 8 dollari l'ora potreste, al limite, viaggiare fino al pub di zona. Ad aiutare c'è anche l'orario lavorativo, una vera chicca. Nel Regno Unito si arriva a lavorare anche 14 ore al giorno per l'intera settimana, tutto a norma di legge, provare per credere. Mediamente lavorano tutti dalle 50 alle 60 ore a settimana, spesso per il minimo salariale di “ben 6,25 sterline”, un autentico bengodi. Ma qui i giorni di ferie all'anno sono ben 22, e gli alcolici, fortunatamente, a buon prezzo. In Giappone addirittura non solo si lavora come schiavi, ma vi sono anche alcune “usanze”, delle strane “tradizioni”, come quella di non pagare gli straordinari. Il Giappone inoltre, più degli Stati Uniti, è il paese delle nuove malattie sociali, quelle dello stress da competizione, dove per esempio ben un milione di giovani soffre di Hikkomori [3][4] e si chiude in casa per guardare le pareti, mentre altri milioni di giovani rincorrono freneticamente uno stile di vita consumistico senza senso.

    Questi sono i modelli presi a riferimento dai nuovi idoli economisti del “no euro / si economia classica”. La stessa economia che tutti loro hanno studiato e che si compone di correnti di pensiero unico, dove l'emissione monetaria a debito è l'unico intoccabile dogma. Lungi dallo spiegare veramente il sistema di creazione monetaria, questi signori rispolverano vecchie nozioni che ben lucidate tornano sempre comode per le varie fasi dei cicli impeccabilmente intuiti da Jefferson, per espandere la moneta e quindi contrarla per sottrarre così la ricchezza prodotta ai cittadini. Ma sempre tutto a debito, in modo che i popoli paghino per l'utilizzo della loro creazione sociale e restino legati dalla catena dell'interesse. Il debito e l'interesse rendono l'economia e la produzione esponenziale e in continua crescita, in quella smisuratezza che Fusaro ha ben esposto senza però capirne le origini tecniche. Le parole d'ordine dei sovranisti sono infatti o la piena occupazione, con i modelli giapponesi o anglosassoni, o l'esportazione, magari facendo concorrenza alla Germania, dove gli stipendi non crescono da un decennio e la precarietà è stata accettata come principale forma di lavoro, se non concorrendo con la Cina. Il tutto viene riassunto nelle parole dei “sovranari ®” con “ripresa economica”, “crescita del PIL” e “piena occupazione”.
    È proprio il sistema monetario che i “sovranari ®” omettono, a creare quella molla esponenziale che costringe l'uomo a lavorare sempre di più, per far crescere continuamente l'economia e inseguire il debito della propria proprietà, quella proprietà monetaria necessaria e oggi arrogata dal sistema bancario.
    La non modificabilità del capitalismo di cui Fusaro ha intuito il dogma è data proprio dal meccanismo a debito caricato di interessi del sistema monetario che fornisce il potere alle banche e rende quel debito inestinguibile. L'unica soluzione alla rincorsa dell'interesse non creato con il debito, per cui per un semplice calcolo matematico non esiste tutto il denaro da restituire, è appunto la crescita esponenziale e la non modificabilità del capitalismo e, anzi, il restare nel capitalismo medesimo pur abbracciando le varie correnti di pensiero che di volta in volta vengono adottate perché sempre funzionali al disegno delle élite.
    Come detto, Fusaro ha ben individuato nella crescita esponenziale e nella smisurabilità del capitalismo il problema ma non ha compreso il meccanismo tecnico che la determina inesorabilmente dalla creazione della moneta privata dei banchieri, mai messa in discussione dai sovranisti. Essi non vogliono (i sovranari® economisti) e non possono (i sovranari® banchieri [5]) svelare il meccanismo che ha privatizzato la moneta con l'inganno (come titolava alcuni anni fa il The Guardian [6]).

    Così cade anch'egli nella trappola dell'uscita dall'euro come soluzione unica del problema, ma uscendo dall'euro saremmo solo tutti più (super)occupati, non tutti più felici e liberi.
    La globalizzazione infatti non solo non può essere arrestata da una moneta nazionale, ma costringerebbe comunque il lavoratore a confrontarsi con la sua concorrente più agguerrita, la Cina. Il capitalismo, così come inteso nella sua accezione più depauperizzante e sfruttatrice, non verrebbe assolutamente intaccato “aggredendolo” da un punto di vista esclusivamente economico e sovranista, in cui la formazione accademica unica è quella del profitto perché ad essi sono insegnati dei dogmi economici che in nessun caso mettono in discussione il potere della banca di crear denaro. Essi studiano solo i flussi economici senza, non solo nessuna critica, ma anche nessuna nozione sulla creazione monetaria e, tanto meno, sul meccanismo degli interessi dovuti per la creazione di un valore definito dallo stesso sistema bancario fiduciario. [7]
    Oppure, come nel caso dei sovranari® del banchiere, nei loro continui tentativi di legittimare un sistema contrario agli interessi del cittadino, questi, per bocca di Randall Wray, enfatizzano si la natura sociale della moneta, incontestabile, ma poi ne forzano l'utilizzo per piegare la moneta a “forze naturali” [8] da studiare tramite la pseudoscienza economica, chiaramente come indicata da Fusaro oramai teologia. Perché solo la teologia può oggi sostenere l'intoccabilità del sistema monetario Fiat creato dal nulla e caricato di interessi inesigibili che obbliga a quella smisuratezza e crescita esponenziale che sta distruggendo i rapporti sociali e il pianeta stesso. E rivendicando il diritto a stabilire delle leggi naturali di cui loro soli sono custodi, rivelatori ed oratori.
    Ma essendo l'economia e la moneta delle fenomenologie sociali, essi possono formare solo delle correnti di pensiero nell'ambito del modello unico della moneta privata, senza poterlo abbandonare in quanto da questo dipende la loro carriera e i loro compensi o profitti. Il modello unico premia infatti tutte le correnti di pensiero nell'ordine cronologico della inflazione-deflazione intuita da Jefferson. Basta solo saper attendere il proprio turno per tornare utili al capitale basato sulla falsa cambiale della banca, su quella promessa di pagamento addebitata ai cittadini che null'altro dovrebbe essere che il simbolo della convenzione sociale libera stipulata tra di essi. Il capitalismo non solo non ha paura dell'uscita dall'euro, ma utilizza la sua moneta privata (in tutto il mondo) per ottenere i propri scopi di controllo sociale utilizzando sempre il collaudato sistema di espansione/contrazione in cui il nome della moneta, la sua territorialità e il suo valore si piegano a “leggi economiche” che sono una semplice corrente di pensiero del modello unico di emissione a debito.

    Per rompere il cerchio della immutabilità del capitale e della sua crescita esponenziale, Fusaro dovrà necessariamente abbandonare la compagnia economica dei sovranisti (banchieri ed economisti) e tornare a quell'economia che fu dei filosofi precedenti ad Adam Smith, fino alla Grecia antica, che chiaramente condannava sì la crematistica, ma al tempo stesso riformava il sistema monetario rendendolo libero nemmeno due secoli dopo la nascita ufficiale della moneta nella civiltà ellenica. Solone non liberò solo gli schiavi, ma introdusse una nuova moneta abbondante e libera dal debito.
    Questo perché senza la riforma monetaria nel senso aristotelico di numisma (oggi completato da Auriti con la proprietà popolare della moneta al portatore), le riforme di Solone avrebbero avuto un semplice effetto momentaneo, lo stesso spot elettorale odierno che ha l'uscita dall'euro, senza essere per questo incisive nella lotta alla crematistica. Se Fusaro vorrà contribuire a questa lotta, dovrà necessariamente riprendere i lavori dei filosofi classici e dei teologi, non certo quelli degli economisti MMTtari o sovranari, per i quali la cura è quella capitalista di un capitalismo (non modificabile ma perfettibile secondo un sogno che mai si avvera ma sempre grazie ad una ricetta capitalista) dove i benefici possono arrivare solo dall'iperlavoro e dall'iperproduzione! Dall'economia della crescita esponenziale e fine a se stessa!
    Il capitalismo sarà sconfitto quando avremo capito la non necessità del capitale e non con l'imposizione del socialismo o del marxismo, ormai superati in quanto pensati in regime di Gold Standard, così come il Keynesismo. Queste ricette, che non intaccano la creazione della moneta a debito delle banche caricata dell'interesse, possono solo perpetuare l'ideale crematistico del capitale in un ciclo molto caro al banchiere dove il suo schiavo (il popolo) lascerà indisturbato il proprio padrone gestire la società troppo occupata nell'iperlavoro e nel consumismo intrinsechi nel debito creato dalla moneta, dove gli interessi costringono al nichilismo.

    Il problema va superato con la socializzazione della moneta, attraverso la proprietà a tutti i cittadini come strumento sociale libero e non certo con una semplice uscita dall'euro che significa soltanto che una moneta ridenominata sarebbe valida nei confini nazionali, svalutabile, ma sempre emessa a debito da una ristretta cerchia di privati. Senza euro saremo solo tutti semplicemente più occupati, non felici e liberi, ma solo schiavi con una moneta dal nome italiano, svalutata per farci concorrere con la Cina, il cui debito sarebbe pagato dalle generazioni future nella ripetizione del ciclo di Jefferson. Il peggioramento delle condizioni salariali non è dovuto all'euro ma storicamente al debito in una condizione che si è sempre ripetuta nei secoli. Infatti, nei famosi paesi a moneta sovrana, mentre gli stipendi perdono potere d'acquisto, gli orari di lavoro crescono per effetto degli interessi che costringono i cittadini ad inseguire il debito, come già successo in passato. Solo la moneta di proprietà popolare può scardinare questo sistema, rendendo il denaro libero e quindi gli uomini liberi di scambiarsi beni e servizi e lavorare senza dover essere costretti allo schiavismo.

    La moneta quando ha sostituito il baratto come intermediario ha sostituito anche la convenzione sociale che regolava la contrattazione merceologica, in cui ognuna delle parti era proprietaria del bene e libera nella contrattazione. Oggi l'intermediario moneta è di natura privata, pur mantenendo la stessa natura e funzione dell'accordo libero tra parti inizialmente stabilito con il baratto. Questo fa si che l'accordo e quindi la convenzione non siano più liberi, ma indirizzati dal proprietario del mezzo di intermediazione (il banchiere) che può decidere chi, se e come utilizzarlo. Mentre prima si doveva lavorare solo per produrre il bene da scambiare oggi deve lavorare anche per reperire il mezzo di scambio, che essendo preso in prestito, dovrà essere anche restituito comportando ulteriore lavoro. L'euro rispecchia esattamente questo tipo di moneta privatistica come la rispecchiava la lira, che veniva emessa sempre e solo dalle banche, mentre lo stato doveva emettere titoli da piazzare sul mercato per finanziarsi.

    Non è infatti il neoliberismo il problema, essendo una delle fasi del ciclo, ma la disciplina economica serva del debito del padronato bancario. Gli economisti che l'accompagnano fanno riferimento a USA e Giappone, ovvero ad un modello a crescita esponenziale con maggiore produzione per mantenere vivo il ricatto del lavoro (fenomeno che Fusaro, quale studioso di Marx, ben conosce), predicando l'economia-dogma unico keynesiana / monetarista che crea proprio quel modello unico che Fusaro dice di voler combattere. Studiano e “spacciano” da secoli questa dottrina, lasciando intatto il nucleo concettuale derivato “fedelmente” o quasi da Adam Smith. Per gli economisti, infatti, cambia solo la distribuzione del debito, ma la sua generazione con la moneta creata privatamente e dal nulla dalle banche rimane. Infatti parlano di investimenti, mentre il denaro serve solo a misurare la ricchezza, non la crea. Essendo la moneta ben diversa da quello che gli economisti vorrebbero farci credere, ma soprattutto essendo privata, ecco che solo la convenzione giuridica potrà risolvere il problema, perché solo essa consente di disciplinare la proprietà, mentre l'economia si occupa dei meccanismi della distribuzione, relegando gli economisti al ruolo di ragionieri.

    Se Fusaro vuole veramente porsi come il filosofo che contribuirà a demolire i dogmi economici e capitalistici del nostro secolo, dovrà necessariamente abbandonare questi economisti e avvicinarsi al Galiani, ad Auriti e ad Aristotele, o sarà solo parte dell'ingranaggio capitalista nella depauperizzazione della società e nella sua cinesizzazione, svolgendo, al massimo, il ruolo di nuovo falso idolo in cui l'arrivismo politico è la conclusione naturale in un mondo dove il denaro (privato), può comprare anche le coscienze o emarginarle completamente.

    *Daniele Pace, ricercatore indipendente e autore de “La Moneta dell'Utopia”

    Lunedì 7 aprile 2014 

    NOTE

    > la creazione del denaro dal nulla, mediante i prestiti spesso sconsiderati, erogati dalle banche private”
    9 novembre 2010, articolo del Financial Times, “The FED is right to turn on the tap”, Martin Wolf, capo editore del Financial Times ed ex membro della commissione bancaria indipendente del Regno Unito.
    [2] Mosler e il lavoro (http://www.mail-archive.com/neweconomics@googlegroups.com/msg00090.html)
    [3] La Moneta dell'Utopia, capitolo “I titoli di stato e l'abbaglio giapponese”, pag 271

    [4] Hikkomori (http://it.wikipedia.org/wiki/Hikikomori)

    [5Mosler, Il banchiere che vorrebbe salvarci dalle banche (http://cogitoergo.it/?p=21955)

    [6] The Guardian 15 novembre 2011, Il denaro è stato privatizzato con l'inganno,(http://www.theguardian.com/commentisfree/2011/nov/15/money-privatised-stealth)

    [7] Dichiarazione Draghi sul denaro fiduciario, Il concetto di stabilità monetaria muta nel tempo, insieme con le condizioni tecnologiche e istituzionali che la determinano. Tra l’Ottocento e il Novecento anche l’Italia passa da un sistema in cui la moneta è di metallo prezioso, o in esso convertibile, a uno di moneta puramente fiduciaria. Nel primo, la stabilità monetaria è sancita dal mantenimento della convertibilità della valuta in oro alla parità prefissata. L’Italia sostanzialmente ci riesce: alla vigilia della prima guerra mondiale, nonostante alcuni periodi di non convertibilità, l’indice dei prezzi è allo stesso livello del 1861. Questa stabilità è percepita come lo stato naturale delle cose. Con il prevalere della moneta cartacea l’innovazione istituzionale in campo monetario è radicale. Si affermano le moderne banche centrali, si definiscono norme, regole, organizzazioni, necessarie per il governo di una moneta il cui valore non è più ancorato a quello di un metallo, ma è completamente basato sulla fiducia.”
    Archivio della Banca d'Italia, La cultura della stabilità monetaria dall’Unità a oggi. Intervento di Mario Draghi, 4 aprile 2001 (http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/draghi-040411/Inaugurazione_Mostra_04_04_2001.pdf )

    [8] Articolo Randall Wray, Moneta credito e moneta di stato (http://memmt.info/site/moneta-credito-e-moneta-di-stato/)

    domenica 6 aprile 2014

    Il Ttip, la nazieconomia persevera

    2016, fine della democrazia: il privilegio sarà legge

    http://www.sapereeundovere.itSi chiama Ttip, Trattato Transatlantico, e se va in porto siamo rovinati. A decidere su tutto – lavoro, salute, cibo, energia, sicurezza – non saranno più gli Stati, ma direttamente le multinazionali. I loro super-consulenti, attraverso lobby onnipotenti come Business Europe e Trans-Atlantic Business Dialogue, in questi mesi stanno dettando le loro condizioni alle autorità di Bruxelles e di Washington, che nel giro di due anni contano di trasformarle in legge. A quel punto, la democrazia come la conosciamo sarà tecnicamente finita: nessuna autorità statale, infatti, oserà più opporsi ai diktat di questa o quella corporation, perché la semplice accusa di  aver causato “mancati profitti” esporrà lo Stato nazionale – governo, magistratura – al rischio di pagare sanzioni salatissime. Già oggi, vari Stati hanno dovuto versare 400 milioni di dollari alle multinazionali. La loro “colpa”? Aver vietato prodotti tossici e introdotto normative a tutela dell’acqua, del suolo e delle foreste. E le richieste di danni raggiungono già i 14 miliardi di dollari. La novità: quello che oggi è un incubo, domani sarà legge.
    Se sarà approvato il Trattato Transatlatico, avverte Lori Wallach su “Le Monde Diplomatique”, niente fermerà più l’appetito privatizzatore dei “padroni dell’universo”, specie nei settori di maggior interesse strategico: brevetti medici e fonti fossili di energia. Un sogno, a quel punto, concepire politiche di lotta all’inquinamento e per la protezione del clima terrestre. Il Ttip «aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata», che giù oggi ricatta molti Stati, dal Canada alla Germania. Il grande business lavora per eliminare le leggi statali per far posto a quella degli affari. Attualmente, negli Usasono presenti 3.300 aziende europee con 24.000 filiali. Ognuna di esse, dice Wallach, «può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un “pregiudizio commerciale”». Peggio ancora per gli europei: sono addirittura 14.400 le compagnie statunitensi dislocate nell’Unione Europea, con una rete di 50.800 filiali. «In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici».
    L’aspetto più inquietante del “cantiere” del Trattato, un dispositivo destinato – se approvato – a sconvolgere la vita democratica di tutto l’Occidente – è la sua massima segretezza: la stampa è stata espressamente invitata a starsene alla larga. Si tratta di un ordinamento decisamente eversivo: il grande business si prepara ad emanare i propri diktat non più di nascosto, attraverso le lobby e politici compiacenti del Congresso e della Commissione Europea, ma ormai alla luce del sole, trasformando addirittura in legge il privilegio di una minoranza, contro la stragrande maggioranza della popolazione. L’autonomia istituzionale dello Stato? Completamente aggirata, disabilitata, in ogni settore: dalla protezione dell’ambiente a quello sanitario, dalle pensioni alla finanza, dai contratti dilavoro alla gestione dei beni comuni primari, Ttipcome l’acqua potabile. Si avvicina la “grande privatizzazione definitiva” del mondo occidentale.
    Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali. E ancora: libertà del web, protezione della privacy, cultura e diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione. «Non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato», scrive Lori Wallach. Rispetto al Trattato Transatlantico, le condizioni-capestro oggi imposte dal Wto sono considerate “soft”. A decidere su tutto saranno tribunali speciali, formati da avvocati d’affari che si baseranno sulle “leggi” della Banca Mondiale. Fine della democrazia: «L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro». Neppure la fantasia di Orwell era arrivata a tanto. Eppure, è esattamente l’incubo che ci sta aspettando, se nessuno lo fermerà. Ed è inutile farsi illusioni: per ora, del “mostro” non parla nessuno. Non una parola, ovviamente, dalle comparse della politica, e neppure da giornali e televisioni. La grande minaccia si sta avvicinando indisturbata, all’insaputa di tutti.

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