Cosenostreacasanostra


Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

martedì 25 agosto 2015

L’Eurogruppo come il Bilderberg, Varoufakis: “i cittadini fuori, nessuna documentazione scritta”.






Sono Come il Bilderberg Varoufakis

«Ha un grande lavoro davanti a sé. L’unione monetaria, costruita in origine per unire i popoli europei, li ha invece divisi, mettendoli gli uni contro gli altri. C’è un urgente bisogno di ridare vita al dialogo democratico. In questo senso, mi sembra essenziale creare una rete europea dei progressisti, al di là delle divisioni politiche tradizionali e dei confini, pronta a perseguire un obiettivo radicale: democratizzare l’euro e le sue istituzioni, con tutti coloro che sono convinti che nulla di buono può venire dai tecnocrati di Francoforte o di Bruxelles che depoliticizzano la moneta».
Chi potrebbe dirigere questo movimento? Lei?
«Non si tratta di sapere chi lo potrebbe dirigere, è una decisione che non può venire dall’alto, né può essere ridotta a un leader, chiunque sia».
La Francia è stata un’alleata del governo di Alexis Tsipras nel corso dei negoziati con i partner della Grecia?
«La maggior parte degli europei immagina che negli ultimi mesi la Grecia abbia negoziato con i suoi partner della zona euro. Non è così. Durante i cinque mesi in cui sono stato coinvolto, i miei omologhi mi rimandavano sistematicamente ai rappresentanti di Commissione, Bce e Fmi. Non ho mai negoziato direttamente con Michel Sapin. Né con Wolfgang Schaeuble, che mi assicurava di non poter fare nulla per me. Anche quando Schaeuble ed io abbiamo finalmente aperto un dialogo, poco prima del mio ritiro, era chiaro che qualsiasi grado di convergenza tra noi non poteva essere espresso formalmente».
Rimprovera al governo greco di aver firmato il terzo piano di aiuti?
«Ho votato contro questo programma. Purtroppo, il primo Ministro alla fine ha accettato ciò che lui stesso ha definito non buono. L’Europa intera ne uscirà perdente».
Eppure ha evitato il “Grexit”
«Questo è il modo in cui la stampa presenta le cose, ma io non condivido. Se la Grecia tenta, a dispetto del buon senso e delle leggi elementari dell’economia, di applicare questo memorandum e le riforme che lo accompagnano, corre dritta verso il Grexit. Perché questo programma è stato concepito per affondare la nostra economia. Risultato: non potremo mantenere i nostri impegni, e Schaeuble potrà puntare il dito contro di noi e tagliare gli aiuti al nostro paese. L’obiettivo che persegue è molto chiaramente il Grexit».
Lei sostiene che il ministro Schaeuble vuole spingere la Grecia fuori dall’euro. Per quale motivo?
«Per colpire la Francia. Lo stato sociale francese, il suo diritto del lavoro, le sue imprese nazionali sono il vero obiettivo del ministro delle finanze tedesco. Egli considera la Grecia come un laboratorio di austerità, dove sperimentare il memorandum prima di esportarlo. La paura del Grexit mira a far crollare le resistenze francesi, né più né meno».
Lei chiede di creare nuove istituzioni nella zona euro, di dare più potere al Parlamento europeo?
«Ritengo che non abbiamo un Parlamento europeo. L’istituzione di oggi non compie la sua missione. È un insieme di interessi nazionali che insulta il concetto stesso di democrazia ».
Se potesse tornare indietro, al mese di gennaio, quando Syriza è andato al potere ed è stato nominato ministro delle Finanze, che cosa cambierebbe?
«Molte cose. Ma soprattutto una. Il 20 febbraio, avevamo raggiunto un accordo importante con i creditori. Non menzionava più il memorandum, ma spiegava che il governo greco avrebbe presentato un elenco di riforme, convalidate dai partner che lo avrebbe sostituito. Solo che, due giorni dopo, i dirigenti delle istituzioni, Pierre Moscovici, per la Commissione,Christine Lagarde, per il Fmi e Mario Draghi, per la Bce, hanno reintrodotto il riferimento al memorandum durante una conferenza telefonica. A quel punto, avremmo dovuto rifiutare di continuare la discussione ».
Nei sei mesi in cui è stato a capo del ministero delle Finanze, non ha preso alcuna decisione per lottare contro la corruzione e gli oligarchi, che denuncia con vigore.
«Questo è un ottimo esempio della disinformazione contro cui mi batto. Abbiamo preso, nonostante tutto, dei provvedimenti, in particolaresul l’evasione fiscale, uno dei principali mali del paese. Uno di essi consiste nell’uso di un software con un algoritmo che consente di confrontare i trasferimenti di denaro tra conti bancari degli ultimi venti anni con le dichiarazioni dei redditi. Si tratta di un progetto notevole. Tanto più tenendo conto che la troika non ci ha facilitato le cose. Ma ci siamo riusciti. Se tutto va bene, più di seicentomila evasori fiscali verranno identificati grazie a questo algoritmo a settembre o ottobre. Sarebbe un grande successo».
Perché la “troika” non vi ha aiutato?
«Il suo vero obiettivo non è mai stato quello di riformare il nostro paese, né di recuperare il denaro prestato alla Grecia. Altrimenti, avrebbe accettato le nostre proposte, vale a dire di ridurre il debito pubblico, di istituire una struttura di riscatto per gestire i crediti in sofferenza, e lanciare una banca d’investimento in grado di rafforzare l’economia e la crescita potenziale. Al contrario, ha preferito imporci delle condizioni che garantiscono che non saremo mai in grado di ripagarlo».
Ma a quale scopo?
«Perché la Grecia è solo una battaglia in una guerra molto più ampia per il controllo dell’unione monetaria. Nel 2010, il primo piano di aiuti aveva come obiettivo salvare le banche francesi e tedesche. Oggi, i creditori cercano semplicemente di controllare il governo greco, per neutralizzare gli altri paesi che potrebbero sfidare l’ordine costituito, questo è il progetto di Schaeuble».
In queste circostanze, la Grecia deve malgrado tutto rimanere nell’euro?
«Alexis Tspiras mi ha nominato ministro delle Finanze perché sono e sono sempre stato convinto che, nonostante i difetti iniziali dell’unione monetaria, non è possibile né opportuno uscirne. Dobbiamo cercare, invece, di risolvere ciò che non funziona al suo interno. Non sono, d’altra parte, un feticista dell’euro, né della dracma. Le monete, come i mercati finanziari, sono degli strumenti al servizio di un obiettivo: migliorare la vita dei cittadini. Ma negli ultimi vent’anni, abbiamo avuto la tendenza a dimenticarlo. I mercati, come l’euro, sono diventati delle religioni».
Continuerà a impegnarsi nella vita politica greca?
Assolutamente sì. Quando, dopo una lunga riflessione, sono sceso nell’arena politica, l’ho fatto per restarci. Voglio rappresentare i greci che hanno votato per me e lottare per loro con tutti i mezzi possibili. La missione che sento di dover compiere oggi è quella di rendere pubblico a livello internazionale ciò che è accaduto in Grecia negli ultimi mesi».
Lei ha dato il suo sostegno a Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che cerca di far svelare il trattato di libero scambio transatlantico (ndrguarda “Il segreto più importante per l’Europa). Renderebbe pubblici anche dei documenti dell’ Eurogruppo?
«Il mio rapporto con Julian Assange va oltre le pure questioni europee. La mia esperienza dell’Eurogruppo, dove si prendono decisioni importanti senza che i cittadini ne siano informati, senza documentazione scritta, riecheggia la guerra di Wikileaks, contro un mondo in cui i potenti dispongono di tutte le informazioni e i cittadini non hanno nulla».


Attenzione: Domani esce l’intervista a Antonio Rinaldi, economista di ScenariEconomici. Se avete donato (o avete intenzione di farlo) e desiderate che il vostro nome compaia, con o senza link, tra i ringraziamenti, segnalatemelo attraverso il modulo contatti.
Qui un’anteprima di 15 secondi:

Crac delle borse: "Qua viene giù tutto!". Antonio Maria Rinaldi sulla cr...

lunedì 24 agosto 2015

An open letter to: Mr Jean-Paul Juncker


From: Marco Saba, IASSEM

Milano - August 18, 2015

Dear Mr Juncker,

I am the president of an Italian think-tank on Economic and Monetary Research on Sovereignty (IASSEM - Istituto di Alti Studi sulla Sovranità Economica e Monetaria). In the last 15 years I have been researching mostly the topics of money creation and bank accounting and I have found evidence of what under certain assumptions may be regarded as a fraud that I would like to share with You to know Your opinion.

When money was convertible in gold (if ever...) the accounting principles were that gold sit in the ASSET side of the balance while money (banknotes or money under denomination of 'bank credit') as an I.O.U. of gold - was in the LIABILITIES side of the balance. The sum was zero (although the banks had to explain how they gained the gold in the first place...).

With the abandonment of the gold convertibility, the money created by the central bank and by commercial banks have no liabilities at all. i.e. banknotes and electronic funds are pure profit generating assets for the banks. But in the central bank balance sheet You still see the money created as a liability (a fake liability) hiding the real asset/liability and profit position of the bank.

The correct way of accounting should be to register non-convertible money as an asset. In the commercial bank balance sheet something similar happens: You see the equivalent of money created as LOAN RECEIVABLES but You don't see in the cash flow the newly created money as an asset in the first place !

The LOAN RECEIVABLES are countered by CLIENT DEPOSITS in the other side of the balance as if the deposits were a liability of the bank. To understand the foolishness of this just imagine as if the deposits were SAFE KEEPING; should the deposits in the Safe Deposit Boxes be registered as 'bank liabilities' ? No, because the content of the boxes is not in the ownership of the bank, it is segregated from the bank.

In fact this way of accounting the customers deposits is an abnormal way of not segregating those deposits from the assets of the banks. It is a way to make believe that the enormous gains that banks get from capital creation is equalized by the clients deposits as liabilities, i.e. a way to keep the profits very much underestimated.
What happens is that banks financial statements are construed in a specific way to let the people think that banks do lend (or spend) the money deposited by the customers and that money creation doesn't happen at all.


The MIFID (DIRECTIVE 2004/39/EC) supports this mythological tale by way of article 13:
“8. An investment firm shall, when holding funds belonging to clients, make adequate arrangements to safeguard the clients' rights and, except in the case of credit institutions, prevent the use of client funds for its own account.”.

http://publications.europa.eu/resource/cellar/74b1a186-917b-4f71-a45a-9451f0e8cac6.0006.03/DOC_2

Now we know that this exception is unnecessary and misleading by evidence in academic papers (see below). The banks do create inconvertible legal tender money (banknotes and electronic funds) that must be accounted for as ASSETS in the financial statements, else the simulated banking crisis can go on forever damaging the public and the Treasury of EU Member States.
My idea is to bring this case in front of the Commission and/or the EU Parliament as whistle-blower and I am asking to You if You would like to assist me - as I am an Italian citizen - in putting forward this case to the upper echelons of the institutions involved.

Thank You for any answer and best regards,

Marco Saba
presidente
IASSEM
tel. +39 331 334 1239
Skype: marcosabait
Email: marcosabait@gmail.com 

Academic papers:

Banks are not intermediaries of loanable funds – and why this matters
http://www.bankofengland.co.uk/research/Pages/workingpapers/2015/wp529.aspx
How do banks create money, and why can other firms not do the same?
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1057521914001434
Can banks individually create money out of nothing? — The theories and the empirical evidence
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1057521914001434

giovedì 20 agosto 2015

Alchimia contabile

Una cosa è contare i capi di bestiame,
altra cosa è contabilizzare il capitale.

Nel primo caso conti beni materiali inequivocabili,
nell'altro conti promesse evanescenti che per il solo fatto di contarle modifichi, occulti, crei, sottrai.

Perché i capi di bestiame sono solidi. La moneta bancaria è invece immateriale, virtuale, scritturale (contabile), simboli nati dal nulla esattamente come la contabilità che dovrebbe misurarli. Al punto che oggi si potrebbe dire che la moneta bancaria coincide con la sua stessa (falsa) contabilità, che l'unità di misura oggetto della misura contabile coincide con lo strumento stesso di misura dell'oggetto 'unità di misura, come se un metro - contabilità - continuasse a misurare se stesso - moneta- e ciò facendo a moltiplicarsi (o ad annullarsi) all'infinito.

Con la differenza che al dunque questa moneta segnata come debito noi la rimborsiamo veramente con moneta contante, liquida, solvibile quindi sudata, moneta legale vera non moltiplicabile con la contabilità e quindi al dunque vera nostra promessa o impegno di pagamento in natura, ciò che la banca non fa MAI (cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Datio_in_solutum).
Perché la differenza tra una banca e un contribuente, è innanzitutto che la prima non è una persona, ma un fantasma giuridico, e poi che tale fantasma giuridico non paga MAI in natura. Non paga mai in natura chi ha l'esclusiva di tale contabilità alchemica fatta di  finte promesse .

N. Forcheri 20/8/2015

mercoledì 19 agosto 2015

Proposta poi ritirata di vietare le sovvenzioni alle imprese, nel TTIP

https://s3.amazonaws.com/s3.documentcloud.org/documents/1996825/textvorschlag-subventionen-marz-2014.pdf

This TEXTUAL PROPOSAL is the European Union's initial proposal for legal text on "Subsidies" in 
TTIP. It was tabled for discussion with the US in the negotiating round of 10-14 March 2014 and 
made public on 7 January 2015. The actual text in the final agreement will be a result of negotiations 
between the EU and US. 


EU-US TTIP Negotiations 
1


TEXTUAL PROPOSAL 

POSSIBLE PROVISIONS ON SUBSIDIES 
 In line with the proposed content developed in the Initial Position Paper proposed by the EU 
on "Anti-Trust, Government Influence and Subsidies", this paper provides further details on 
some of the elements that the EU proposes to be included in the Subsidy Chapter. 

In addition to these core elements, the EU would like to prompt reflection on possible 
additional elements. The parties could reflect on the feasibility to prohibit certain types of 
subsidies. In particular, subsidies given to support insolvent or ailing companies without a 
credible restructuring plan belong to some of the most harmful types of subsidies and have the 
potential to have an adverse effect on trade and investment relations. 

The proposed language is without prejudice to any other elements that the EU may propose 
for inclusion in the TTIP competition text at a later stage. The choice of wording could be 
further elaborated upon during the next round of discussions. 


X.1 
Definition and scope 

(1) For the purposes of this Agreement, a subsidy is a measure which fulfils the 
conditions set out in Article 1.1 of the WTO Agreement on Subsidies and 
Countervailing Measures (ASCM), irrespective whether it is granted to an enterprise 
manufacturing goods or supplying services1


(2) Enterprises entrusted with the operation of services of general economic interest or 
having the character of a revenue-producing monopoly shall be subject to X.4 in so far 
as the application of such rules does not obstruct the performance, in law or in fact, of 
the particular tasks assigned to the enterprises in question. Trade and investment must 
not be affected to such an extent as would be contrary to the objectives of this 
Agreement. 

(3) A subsidy shall be subject to this chapter only if this subsidy is determined to be 
specific in accordance with the provisions of and within the meaning of Article 2, 
paragraphs 1 and 2 of the ASCM. 

(4) X.3 and X.4 shall not apply to fisheries subsidies and subsidies related to trade in 
goods covered by Annex 1 of the WTO Agreement on Agriculture. 

 1
 This does not prejudice the outcome of future discussions in the WTO on the definition of subsidies for 
services. Depending on the progress of those discussions at the WTO level, the Parties may adopt a decision 
by [relevant committee] to update this Agreement in this respect. This TEXTUAL PROPOSAL is the European Union's initial proposal for legal text on "Subsidies" in 
TTIP. It was tabled for discussion with the US in the negotiating round of 10-14 March 2014 and 
made public on 7 January 2015. The actual text in the final agreement will be a result of negotiations 
between the EU and US. 


EU-US TTIP Negotiations 
2
(5) This Chapter shall not apply to sectors in which the Parties have not undertaken 
specific commitments under the Chapter on Cross-border Supply of Services or the 
Chapter on Investment of this Agreement. 


X.2 
Relationship with the WTO 

The provisions in this Section shall be applied without prejudice to the rights and obligations 
of a Party under the WTO Agreement. 

X.3 
Transparency 

(1) Each Party shall ensure transparency in the area of subsidies. To this end, each Party 
shall report every two years to the other Party on the legal basis, form, amount or 
budget and, where possible, the recipient of the subsidy provided by its government or 
any public body within the reporting period. 

(2) Such report is deemed to have been provided if the relevant information is made 
available by the Parties or on their behalf on a publicly accessible website, as from 31 
December of the subsequent calendar year. 

(3) Notifications provided to the WTO under Article 25.1 of the ASCM shall be deemed 
to have met this requirement with respect to trade in goods. 

X.4 
 Consultations 

(1) If a Party considers that a subsidy granted by the other Party is adversely affecting, or 
may adversely affect the first Party's interests, the first Party may express its concern 
to the other Party and request consultations on the matter. The other Party shall accord 
sympathetic consideration to such a request. The consultation should in particular aim 
at specifying for which objective the subsidy was granted, the incentive effect and 
proportionality of the subsidy in relation to this objective and what the distortive effect 
on trade of the other Party is. 

(2) In order to facilitate the consultation, the other Party shall provide information on the 
subsidy in question within no more than 60 days from the date of reception of the 
request. On the basis of the consultation, the requested Party will use its best 
endeavours to eliminate or minimise the adverse effects on the first Party's trade 
interests caused by the subsidy in question. 

X.5 
Confidentiality 

(1) When exchanging information under this Chapter the Parties shall take into account 
the limitations imposed by their respective legislations concerning professional and This TEXTUAL PROPOSAL is the European Union's initial proposal for legal text on "Subsidies" in 
TTIP. It was tabled for discussion with the US in the negotiating round of 10-14 March 2014 and 
made public on 7 January 2015. The actual text in the final agreement will be a result of negotiations 
between the EU and US. 


EU-US TTIP Negotiations 
3
business secrecy and shall ensure the protection of business secrets and other 
confidential information. 

(2) When a Party communicates information in confidence under this Agreement, the 
receiving Party shall, consistent with its laws and regulations, maintain the 
confidentiality of the communicated information. 

X.6 
Review clause 

The Parties shall keep under constant review the matters to which reference is made in this 
Chapter. Each Party may refer such matters to the [appropriate body established by the 
Agreement]. The Parties agree to review progress in implementing this Chapter every five 
years after the entry into force of this Agreement, unless both Parties agree otherwise. 

X.7 
Dispute Settlement 

X.4 of this Section shall not be subject to Dispute Settlement under this Agreement 

Krugman conferma che Auriti aveva ragione


Krugman

KRUGMAN: PICCOLI PASSI VERSO AURITI SULLA MONETA
Di Daniele Pace
In un articolo del 2012, del quale siamo venuti a conoscenza solooggi grazie ai tanti estimatori di Auriti sparsi in rete, l'economista premio Nobel Paul Krugman, rispondeva alla domanda su cosa è il denaro posta da Noah Smith, assistente professore di finanza alla Stony Brook University, afferma che la moneta oggi è una convenzione sociale, avvicinandosi nel suo pensiero ad Auriti.


Come riportato da Il Sole 24 ore, la domanda di Smith era “La moneta non vale niente di più della carta su cui è stampata?” a cui Paul Krugman ha risposto chiaramente “No, è una convenzione sociale”.
[leggi articolo su http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-11-03/sono-bolle-monetarie-denaro-090632.shtml?uuid=Ab03ndzG ]
Paul Krugman non arriva certamente alle definizioni di Auriti ma il suo approccio sembra essere molto positivo in quanto centra finalmente il cuore del problema, ovvero il processo di creazione del valore, pur non nominandolo e non riuscendone a coglierne gli aspetti più intimi.
Ma possiamo comunque dire che Krugman è riuscito in una riflessione che mai ci si aspetterebbe da un economista, all'inizio di un percorso, che speriamo voglia proseguire, e che porta inevitabilmente, una volta terminato, alla Proprietà Popolare della Moneta e al suo Valore Indotto.
Certamente questo non fa di Krugman né un Auritiano, né tanto meno un economista affidabile da porre a nuovo idolo dei popoli, ma avere il conforto di alcune riflessioni da parte di un premio Nobel potrà senz'altro portare il dibattito di tanti cittadini che oggi cercano di comprendere il problema monetario, verso punti di vista non esclusivamente economici che possano finalmente aprire uno spiraglio su un approccio superiore; quell'approccio giuridico che riporterebbe la società al di sopra dell'economia come logico che sia, essendo questa un fenomeno sociale e quindi senza comportamenti autonomi ma da regolare con le leggi.
Rimettere la società, con tutte le sue dottrine, al suo posto naturale, sopra l'economia, è il primo passo da compiere se si vuole comprendere il problema.
La nostra epoca ha invece posto l'economia sopra alla società, quasi in posizione divina, distorcendo in questo modo ogni tentativo evolutivo della razza umana, non più homo sapiens ma homo oeconomicus. Stravolgendo l'etica stessa della società.
Questo l'articolo di Krugman potrebbe essere illuminante per chi non ha mai letto Auriti e sarebbe l'occasione per approfondire cosa intendeva Krugman semplicemente leggendo i testi di Auriti. Mentre per i conoscitori del professore di Teramo è certamente un piccolissimo passo verso lo scoperta dei campi di giudizio dei valori da parte degli economisti.
Krugman infatti scrive che: “È vero che le banconote non possiedono nessun valore intrinseco [...] se io sono disposto ad accettarle [NdA, le banconote] è solo perché sono convinto di poterle a mia volta dare a qualcun altro. Ma nulla impedisce che questo processo di circolazione della moneta vada avanti all'infinito”.
Krugman sta esattamente confermando il Valore Indotto del professor Auriti in cui il valore (potere d'acquisto) nasce all'accettazione perché se ne prevede l'uso (della moneta) in cambio di beni.
Continuando Krugman afferma che: “È una convenzione, che funziona fintanto che il futuro è come il passato” portando il discorso monetario in una relazione di fasi nel tempo , come diceva Auriti, da assimilare al diritto di proprietà in quanto interesse giuridicamente tutelato: “Ovviamente queste convenzioni possono venir meno, ma lo stesso può succedere con cose come i diritti di proprietà”, anche se questo passaggio di Krugman non è espresso in modo chiaro come in Auriti, in cui il diritto di proprietà della moneta appartiene al cittadino essendo essa bene economico giuridicamente tutelato in quanto è uno strumento della convenzione sociale regolamentato dal diritto.
Ma proseguendo se ne intuisce la piccola intuizione: “Anzi, si potrebbe sostenere che quasi tutti i beni in un'economia moderna devono il proprio valore alle convenzioni sociali: le banconote possono perdere il loro valore, ma lo stesso può succedere a ogni tipo di titolo e contratto cartaceo, che vale qualcosa, in definitiva, solo perché la legge dice che è così”, anche se la formazione economica di Krugman in questo passaggio ,riferito chiaramente alla moneta moderna e all'economia, porta ad un'inversione del ruolo della giurisprudenza che dovrebbe regolare i comportamenti sociali già esistenti e non determinarli, tanto più che egli stesso definisce la moneta come convenzione sociale.
Questa inversione infatti ha permesso alle élite dominanti di imporre la moneta privata delle banche invece di regolare un comportamento sociale, quello dell'uso dello strumento monetario, ma anche del baratto nei primi scambi commerciali, che aveva in passato determinato la neutralità del mezzo di scambio come nel caso della moneta di bronzo romana.
In particolare però dobbiamo precisare quello che Krugman non ha colto nel passaggio le banconote possono perdere il loro valore”, in quanto la “perdita di valore” della moneta è esclusivamente nel simbolo ma non nel valore dello strumento monetario. Una moneta per legge potrebbe certamente andare fuori corso e perdere di valore in quanto simbolo rappresentativo di una determinata valuta , come è accaduto in passato per tutte le monete, anche con le lire ; ma il valore monetario, come strumento della convenzione sociale, non perde mai di valore, non va fuori corso ma cambia solo simbolo rappresentativo. La moneta non solo non perderebbe mai di valore, come dire che se ne perderebbe l'idea stessa di convenzione sociale, ma proprio questa sua natura la rende non privatizzabile essendo una convenzione sociale , come ha riconosciuto Krugman. La follia moderna è stata quella di stabilire per legge che la moneta da usare non sia di proprietà del popolo, nè emessa dallo Stato
Anche sul ruolo delle tasse Krugman cade nell'interpretazione sbagliata. Ricordando che egli stesso definisce la moneta come convenzione sociale, possiamo richiamare quanto giustamente affermato da Davide Storelli nella 9a puntata della sua rubrica “Il valore del denaro”, ovvero che i cittadini non accettano moneta per pagare le tasse, ma per scambiare beni di cui hanno bisogno. ( anzi, farebbero a meno di pagare le tasse - NdR )

Le tasse inoltre avevano una giustificazione quando la moneta era di metallo prezioso, raro e da reperire in natura, da rifondere e ridistribuire, ma non oggi con la moneta Fiat / convenzione sociale, illimitata e a costo zero.
Nel proseguire il confronto tra moneta e un qualsiasi bene economico che crea una bolla speculativa (confronto utilizzato per trovare una spiegazione tra moneta e beni economici) Krugman fa un'affermazione molto importante: “Una volta che ci si rende conto che una convenzione sociale non è assolutamente la stessa cosa di una bolla, molte convinzioni errate analoghe vengono smontate.”
Ovvero una volta che ci si rende conto che la convenzione sociale della moneta non è una merce, crollano molti dei dogmi economici, ma soprattutto si spostano gli studi monetari dal campo economico alla dottrina sociale e giuridica.
Infine “Ultima considerazione: l'idea che il valore di una moneta debba basarsi su un "fondamentale", anche se è un caposaldo delle teorie economiche di destra, ha forti somiglianze con la teoria del valore-lavoro di Marx. In entrambi i casi non si tiene conto del fatto che il valore è una qualità emergente, non un'essenza: la moneta possiede un valore di mercato basato sul ruolo che ha nella nostra economia. Punto e basta”.
In questa frase possiamo rintracciare un'altra affermazione molto importante, ovvero che la moneta non ha un valore intrinseco (essenza), ma un “valore emergente” nasce da un'esigenza sociale di scambi commerciali. Un “valore emergente” che altro non è che il valore indotto e il potere d'acquisto dell'alternanza di fasi di tempo, indicati come circolazione monetaria.
Anche se Krugman si ferma a questa definizione, con la separazione di Auriti tra simbolo e valore certamente questa frase è una traccia importante a conferma del lavoro del professore nel suo processo di creazione del valore come attività mentale spirituale.
In conclusione l'articolo di Krugman non ha certamente nessun aspetto innovativo se non quello di vedere un premio Nobel dell'economia ortodossa accennare ad un diverso approccio al problema, l'unico in grado di portare una soluzione definitiva alla sofferenza dei popoli.
Passare dalla moneta merce o la moneta-strumento finanziario alla moneta come convenzione sociale sembra già un passo da gigante per un economista ortodosso e potrebbe indicare la via a molti cittadini impegnati nella comprensione.

In vigore il “prelievo forzoso”: dal 2016 le banche in crisi potranno salvarsi con i soldi dei correntisti

http://www.studiocataldi.it/articoli/19163-in-vigore-il-prelievo-forzoso-dal-2016-le-banche-in-crisi-potranno-salvarsi-con-i-soldi-dei-correntisti.asp

Lo prevede la nuova legge di delegazione europea che detta anche le regole sul “bail-in”. In allegato il testo

tasse soldi euro iva ici imu
di Marina Crisafi - Il c.d. bail-in, com’è chiamato tecnicamente ilprelievo forzoso è diventato pienamente operativo. È entrata in vigore infatti la legge di delegazione europea 2014 (l. n. 114/2015), pubblicata in GU lo scorso 31 luglio (qui sotto allegata) che recepisce le regole, dettate dalla direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo n. 2014/59/UE, che consentono allebanche in crisi di ricorrere al sistema di salvataggio interno“attingendo” ai conti correnti nelle stesse depositate (leggi: "Approvato il “prelievo forzoso”: dal 2016 le banche si risaneranno con i soldi degli italiani”).
Dall’1 gennaio 2016, in base al dettato della legge europea, pertanto, in caso di default bancario, al fine di pervenire alla risoluzione della crisi, anziché fare ricorso a risorse esterne (ad esempio le casse pubbliche, c.d. bail-out), gli istituti, con un patrimonio al di sotto della soglia minima essenziale per operare, potranno ricorrere al piano di risanamento interno che coinvolge azionisti, obbligazionisti e correntisti (appunto, il bail-in).
Ad essere coinvolti, oltre ad azioni e strumenti di capitale, obbligazioni e passività ammissibili, sono quindi i depositi appartenenti alle persone fisiche, a partire però dal tetto di 100mila euro.
I clienti con conti superiori a tale cifra vedranno utilizzare la liquidità disponibile al fine della ricapitalizzazione della banca, mentre sono esclusi, tra gli altri, tutti i depositi inferiori a 100mila euro, quelli protetti da garanzia, le cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un apposito conto (etc.).
In ogni caso, ai fini dell’operatività delle nuove norme, occorrerà ancora attendere un ulteriore passaggio: l’adozione degli appositi decreti attuativi emanati dal Governo, sulla base dei criteri e del timing indicati nella direttiva. 
Legge n. 114/2015 

La Massoneria delle superlogge internazionali

martedì 18 agosto 2015

1981: Due lettere e il divorzio tra Banca d'Italia e il Tesoro è realtà

La teoria della banca centrale indipendente in Italia ha trovato attuazione consuetudinaria ben prima di quella normativa avvenuta con il Trattato di Maastricht. Parlo di quello che comunemente viene chiamato il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981.
Con il termine “divorzio” si menziona l’atto con cui Beniamino Andreatta, l’allora Ministro, con una semplice lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’acquisto illimitato dei titoli di Stato da parte della nostra banca centrale.
Ante 1981 lo Stato decideva sovranamente la propria politica economica. La Banca d’Italia rispondeva agli ordini del Ministero del Tesoro e dunque era obbligata a finanziare la spesa pubblica nazionale acquistando i titoli di Stato che il Paese altrettanto sovranamente decideva di emettere. La Banca d’Italia altresì, sempre per finanziare la spesa pubblica, metteva a disposizione uno scoperto di conto secondo gli importi decisi dalla nostra Repubblica. Tale scoperto di conto era pari, tenetevi forte, al 14% delle spese correnti del Paese ovvero 20.000 miliardi di Lire.
La Banca d’Italia dunque non era indipendente dal potere politico essendo, fino al 1981, un organo dello Stato alla cui esclusiva potestà d’imperio era demandata ogni scelta di espansione della base monetaria. Ma lo scopo di questo articolo non è spiegare una storia che già in molti conoscete bensì offrirvi in versione integrale il testo delle due missive, Andreatta prima e Ciampi poi.
“Caro Governatore, 
ho da tempo maturato l’opinione che molti problemi di gestione della politica monetaria siano resi più acuti da un’insufficiente autonomia della condotta della Banca d’Italia nei confronti delle esigenze di finanziamento del Tesoro.
In particolare l’esistenza di un obbligo di acquisto residuale il sede d’asta di BOT, l’abitudine ad appoggiare su una convenzione tra Tesoro e Banca d’Italia il collocamento di titoli poliennali, e la norma sul massimo scoperto di conto corrente di tesoreria provinciale, comportano un insieme di vincoli sulla libertà di gestione dell’offerta di moneta. 
E’ mia intenzione perciò riesaminare la opportunità della deliberazione del 23 gennaio 1975 del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio con la quale si apportavano modifiche al metodo di collocamento dei buoni ordinari del Tesoro, stabilendo che “il prezzo di sottoscrizione sarà quello offerto dalla Banca d’Italia che assicurerà comunque la copertura dell’intera tranche”.
Tale riesame dovrebbe portare ad un sistema in cui l’intervento della Banca d’Italia all’asta dei BOT sia una libera decisione della Banca stessa, e in cui l’offerta della Banca concorra, su un piano di parità con le altre, a determinarne il prezzo.
Poiché tuttavia vi è il rischio che errori di valutazione, da parte del Tesoro, sulla quantità di BOT da offrire all’asta, connessi ad errori di dimensione della liquidità messa in circuito dalla spesa pubblica (n.d.s. con buona pace di chi pensa che la spesa pubblica sia un qualcosa di diverso dal metodo con cui si immette moneta nell’economia reale), possano produrre andamenti erratici nei tassi d’interesse, appare conveniente indagare se non sia possibile ridurre l’incidenza di tale errore rendendo le aste quindicinali, anziché mensili.
Sempre nell’intento di rendere più sicuro l’esito dell’asta, potrebbe anche tentarsi la via di costituire un sindacato di collocamento tra le grandi banche, ove questo consentisse effettivamente di rendere minima l’oscillazione indesiderata dei tassi senza però rendere più costoso il collocamento.
Mi sembra tuttavia necessario considerare l’ipotesi che l’esito dell’asta non consenta al Tesoro di ottenere i mezzi necessari al finanziamento della spesa; poiché allora non sarebbe logico restituire alla Banca Centrale, in sede d’asta, un potere di controllo sull’offerta di moneta per toglierlo poi in sede di uso dello scoperto del conto corrente di tesoreria provinciale, dovrebbe anche mettersi allo studio una nuova regolazione di questo aspetto dei legami tra Tesoro e Banca d’Italia.
Il criterio guida, a mio avviso, dovrebbe essere quello di restituire alla Banca la libertà di definire, in via anticipata, qual’è il massimo scoperto che è disposta a consentire mese per mese, nel quadro di una decisione globale, pure anticipata, sulla creazione annuale di base monetaria e sui canali di distribuzione.
Il sistema allora potrebbe essere basato su una comunicazione formale al Tesoro, nel quadro della presentazione dei flussi finanziari, e su una condotta del Tesoro regolata su questa comunicazione.
La Banca dovrebbe essere peraltro libera di modificare tale quadro in corso d’anno, al sopravvenire di nuove situazioni. Inoltre, mese per mese, la Banca d’Italia potrà sia creare più base monetaria di quanto deciso, comprando più titoli sul mercato aperto, sia crearne di meno di quanto deciso, compensando sul mercato aperto la quota “garantita” attraverso il conto corrente di tesoreria.
Questa quota garantita acquisterebbe quindi essenzialmente la funzione di una rete di sicurezza, per evitare crisi di liquidità del Tesoro; essa potrebbe costituire la base per una politica di offerta di moneta più stabile.
Per non modificare immediatamente la norma di contabilità (n.d.s. dunque per non interessare la sovranità politica della questione) che prevede un legame tra il livello di massimo scoperto e la dimensione della spesa di bilancio, sarà sufficiente operare un consolidamento con titoli a lunghissimo termine di un’ampia parte del debito a vista del Tesoro: questo restituirà un margine sufficiente a rendere del tutto libera da vincoli connesi a questa norma, la manovra monetaria della Banca d’Italia.
Gradirei conoscere, su queste proposte, il pensiero della Banca d’Italia, sempre in quadro di rapporti di collaborazione stretti e proficui.
Con viva cordialità”.
Nel 1981 Andreatta, ignorando la sovranità del Parlamento, ed anzi trovando il modo per aggirare le norme vigenti si comportò in modo davvero insensato. Provate ad immaginarvi un imprenditore che, improvvisamente uscito di senno, decidesse di andare presso la Banca con cui ha stipulato un contratto di fido per chiedere la riduzione del fido stesso, peraltro subordinandola all’insindacabile giudizio della Banca. Ebbene Andreatta ha fatto esattamente questo!
Anzi la realtà è pure peggiore: l’imprenditore di solito non è anche il proprietario della Banca a cui chiede il credito, mentre nel 1981 Andreatta era il Ministro di uno Stato che era per definizione il proprietario della Banca stessa e decideva sovranamente la quantità di moneta da immettere nell’economia attraverso la spesa pubblica!
Ma leggiamo il riscontro del Governatore Ciampi:
“Caro Ministro,
rispondo alla Sua (omissis…), le cui linee di ragionamento mi trovano sostanzialmente d’accordo. A conclusioni similari ero pervenuto nel preparare la conferenza del 16 febbraio all’Associazione Nazionale di Banche e Banchieri.
Perché la politica monetaria non subisca vincoli imposti dalla dimensione e dall’andamento nel tempo del disavanzo statale è necessario che il finanziamento al Tesoro della Banca d’Italia possa essere da questo regolato in piena autonomia al fine di raggiungere gli obiettivi di controllo monetario.
I vincoli derivano attualmente dalla prassi secondo la quale la Banca d’Italia sottoscrive residualmente la parte delle emissioni di titoli di Stato non assorbita dal mercato e dalla possibilità per il Tesoro di attingere al conto corrente con la Banca nei limiti del 14 per cento delle spese.
Occorrerebbe dunque che il Tesoro finanziasse l’intero ammontare delle spese non coperte da entrate fiscali mediante emissioni di titoli in pubblica sottoscrizione e che le operazioni in titoli di Stato della Banca d’Italia, da effettuare soltanto in contropartita del mercato, rispondessero unicamente ad obiettivi di politica monetaria.
L’interruzione dell’automatismo degli acquisti della banca centrale alle aste dei bot è un primo passo, di notevole importanza, per la realizzazione di un obiettivo di crescita della base monetaria complessiva, indipendente dal disavanzo (n.d.s. l’offerta di moneta diventa appannaggio esclusivo delle banche commerciali azniché dello Stato). Le operazioni di mercato aperto verrebbero effettuate nella misura richiesta dal perseguimento degli obiettivi operativi in materia di creazione di base monetaria. 
Nel rispetto della sua funzione strumentale ai fini della determinazione del volume del credito e del raggiungimento degli altri obiettivi della politica monetaria, la creazione di base monetaria deve essere regolata dalla banca centrale tenendo conto degli andamenti di mercato; ciò può implicare un uso flessibile dello strumento in corso d’anno.
I programmi di base monetaria, sia pure definiti in termini di una fascia di tassi di crescita, potrebbero essere comunicati al Tesoro al mercato, al fine di orientarne le azioni, nelle occasioni in cui vengono fissati gli obiettivi creditizi, quali la riunione del CIPE che approva la ripartizione globale dei flussi monetari tra le varie destinazioni e le Relazioni trimestrali sulla stima del fabbisogno di cassa del settore pubblico allargato presentate dal Ministro del Tesoro alle scadenze di febbraio e di agosto.
Nel presupposto sopra riferito che il disavanzo venga coperto con emissioni di titoli sul mercato, l’esistenza di un rapporto di conto corrente tra la Banca d’Italia e il Tesoro risponde ad esigenze di soddisfare le occorrenze giornaliere del servizio di tesoreria e di compensare temporaneamente eventuali difetti di previsione, rispetto alla necessità di finanziamento. Inoltre, considerata l’attuale variabilità nel tempo del fabbisogno di cassa, il conto corrente presso la Banca d’Italia può servire a stabilizzare nel brevissimo periodo il flusso delle emissioni e a contenere le oscillazioni dei tassi d’interesse, consentendo che l’offerta di titoli possa in alcuni mesi sopravanzare, in altri restare al di sotto del disavanzo.
L’ampiezza del margine di variazione del saldo del conto corrente che queste esigenze implicano è tuttavia largamente inferiore a quel 14 per cento delle spese di bilancio, attualmente superiore a 20.000 miliardi, che costituiscono il limite dello scoperto sul conto. E’ dunque auspicabile una revisione della normativa che regola l’anticipazione in conto corrente. 
Inoltre la possibilità di effettuare emissioni di titoli ogni quindici giorni, cioè con cadenza inferiore al limite di venti giorni previsto per la durata di un eventuale superamento dello scoperto massimo del conto, e un auspicabile miglior sincronismo tra i pagamenti di maggiori dimensioni e gli introiti fiscali faciliterebbero il mantenimento del saldo del conto corrente entro limiti ristretti. E’ in quest’ottica che va esaminata l’eventuale esigenza, al momento di dar corso alle innovazioni proposte, di un ultimo collocamento diretto di titoli di Stato nel portafoglio della Banca al fine di ampliare il margine utilizzabile nel conto corrente di tesoreria.
Mi è gradita l’occasione per ricambiarle i sentimenti di viva cordialità”.
Ovviamente la scelta del 1981 non era irreversibile in quanto l’Italia rimaneva in ogni momento libera di tornare su i suoi passi ed imporre sovranamente alla propria Banca Centrale di sostenere la spesa pubblica e di decidere altrettanto sovranamente l’offerta moneta.
Fatto sta che invece si proseguí con tale folle scelta. Il costo del divorzio fu enorme con un debito che passò dal 58% del PIL al 120% e ciò in soli dieci anni.  L’Italia infatti iniziò a finanziarsi sui mercati a tassi che, al netto dell’inflazione, erano superiori rispetto a quanto avveniva precedentemente.

La Massoneria delle superlogge internazionali

Martelli (M5S): "Banche Popolari, la controriforma di Renzi"



Il decreto legge che riforma le banche popolari è stato votato al Senato la scorsa primavera.

Si è trattato dell'ennesimo provvedimento a beneficio della finanza speculativa, mentre il credito locale è fermo e l'economia reale rimane in stato vegetativo.

Il cuore della riforma riguarda la trasformazione obbligatoria in S.p.a. delle banche popolari con un attivo oltre gli 8 miliardi di euro. Se è vero che su 70 istituti popolari solo i 10 più grandi sono toccati dalla riforma è vero anche che questi ultimi detengono la massima parte degli attivi delle banche popolari (525 miliardi su 550). Di fatto il Governo sta azzerando il settore del credito popolare.

Le nuove S.p.a. dovranno abbandonare il cosiddetto voto capitario, che contrastava la concentrazione di potere distribuendo ad ogni socio un solo voto in assemblea, indipendentemente dal numero di quote o azioni possedute. Questa norma, nonostante alcune storture, garantiva un azionariato diffuso e orizzontale, anche perché nessun socio poteva detenere più dell'1% del capitale bancario. E d'altra parte evitava le degenerazioni che la regola "un'azione un voto" può produrre, come fotografato dalla letteratura economica.
Questi limiti vanno a cadere con la riforma Renzi, anche se l'insistenza delle opposizioni, M5S incluso, ha permesso alla Camera di introdurre un tetto del 5% per i prossimi 2 anni all'esercizio del voto da parte del singolo socio. Si tratta purtroppo di un vincolo di breve respiro. Nel giro di 2 anni non vi sarà più alcun vincolo e le banche popolari saranno a tutti gli effetti pronte alla finanziarizzazione, tanto più se l'economia resterà ferma e con essa gli investimenti produttivi.

Il M5S non si schiera a priori contro una riforma delle banche popolari, che va considerata in un disegno più ampio di riforma del sistema del credito nazionale. Il punto critico è come riformare il credito popolare e a favore di chi. Questo intervento scellerato del Governo slega definitivamente gli istituti popolari dal territorio e dai piccoli azionisti, prima in qualche misura tutelati, e soprattutto apre il credito italiano ad acquisizioni di fondi esteri e a concentrazioni di potere che sposteranno l'attività di credito dall'economia reale alla speculazione di breve respiro.

Non c'è una giustificazione economica per questo attacco al mutualismo e al credito sostenibile. Anzi, le banche popolari hanno dimostrato una solidità patrimoniale, una capacità di ricapitalizzazione e di credito ben superiore alle S.p.a. proprio durante la crisi. La Cgia di Mestre nota infatti che nel periodo di più intenso credit crunch (2011-2013) le popolari hanno aumentato i prestiti del 15,4% mentre le S.p.a. hanno visto un calo del 4,9% e anche sul fronte delle sofferenze si sono comportate meglio le prime.

Se esistono storture, clientelismi e concentrazioni di potere anche nelle grandi banche popolari la soluzione non è deregolamentarle e aprirle al casinò finanziario, ma introdurre vincoli e controlli più rigidi e rivedere, nel frattempo, l'intero sistema bancario separando una volta per tutte le banche di investimento da quelle commerciali, come ha già proposto il M5S sia in sede nazionale che europea.

Come se non bastasse, la trasformazione in S.p.a. e il testo del decreto alimentano il rischio di fusioni bancarie, ancora molto di moda nonostante la pessima prova che hanno dato in questi anni (perdite enormi, scandali e licenziamenti facili).

Il modello Renzi, in sostanza, alimenta un circolo vizioso di acquisizioni estere, investimenti finanziari ad alto rischio, oligopoli creditizi e allontanamento del credito dal territorio e dall'economia reale.

L'art. 45 della Costituzione italiana recita: "La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a caratteri di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l'incremento...".

La stella polare del M5S è il rispetto profondo per la nostra Carta costituzionale, che Renzi continua a oltraggiare nella forma e nella sostanza

Archivio 2007: Economia : Francia o Spagna… purché se magna


http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1846&keywords=forcheri+francia+spagna il 7/6/2007 5:30:00 (9604 letture)
di Nicoletta Forcheri

Appare degna di nota la notizia che Paolo Scaroni, amministratore delegato di ENI SpA, sarebbe stato "cooptato", a maggio di quest’anno, dal consiglio di amministrazione di Veolia, la maggiore multinazionale dell'acqua, energia, trasporto e rifiuti, francese, che sta conducendo una strategia aggressiva di appropriazione delle nostre risorse tramite il sistema, questa volta non solo nostro, delle scatole cinesi e della diversificazione dei nomi d'imprese.

Si dice infatti in un rapporto della società Veolia di fine anno (2006) che (traduzione dal francese): "il consiglio di amministrazione ha preso atto il 12 dicembre delle dimissioni di Arthur Laffer e del decesso di Francis Mayer, che erano stati nominati amministratori dall'assemblea generale del 30 aprile 2003. Durante la stessa seduta, il consiglio di amministrazione, previa la consultazione del comitato delle nomine e delle retribuzioni, ha cooptato Paolo Scaroni in sostituzione di Laffer. Questa nomina sarà sottoposta ad approvazione dall'assemblea generale del 10 maggio 2007. In caso di approvazione da parte dell'assemblea, il mandato di Scaroni sarà valido fino al termine di quello del Dott. Laffer, cioè fino a quando l'assemblea generale sarà invitata a deliberare sui conti dell'esercizio sociale concluso il 31 dicembre 2008."

Così con il sistema della cooptazione, sistema antidemocratico per eccellenza, si nomina alla carica di amministratore della Veolia, presente in Italia nei settori dell'acqua (Veolia Water) e dell’energia (Dalkia/Siram), il massimo esponente dell'ex monopolista di Stato italiano per l'energia, l'ENI. I francesi, nostri diretti concorrenti, ...

... e acquirenti di nuovi monopoli privati nel settore dell'energia e dell'acqua, ci cooptano il nostro massimo esponente preposto proprio a difenderci da tali attacchi l'unica grossa società energetica in cui lo Stato italiano dovrebbe ancora contare qualcosa. Il paradosso è che lo fanno con i mezzi di artiglieria pesante, EDF.

Riprendiamo il filo: la Veolia controlla, assieme a EDF, la Dalkia - settore energia - che si è fusa nel 2002 con la Siram SpA, società italiana che operava dal 1912 nella gestione dell’energia e servizi all’industria, partecipata a sua volta dalla Veolia. E' così che la nuova Siram nasce dalla fusione con la Dalkia, società francese partecipata a sua volta da Veolia e da EDF (50/50), ambedue francesi.

La presenza francese, e soprattutto del governo omonimo, nelle nostre preziose risorse idriche e di idrocarburi è rilevante anche e soprattutto con EDF (oltre a Veolia, Lyonnaise des Eaux e Suez): basti pensare che il presidente direttore generale di Veolia, Henri Proglio, è anche amministratore di EDF, presidente del consiglio di amministrazione di Veolia Water, amministratore di Dalkia International, amministratore della Siram per citare solo alcune delle ventine di cariche che ricopre.

In quanto a Paolo Scaroni si noti che oltre a essere stato cooptato al consiglio di amministrazione di Veolia, è CEO dell'ENI, membro del consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, membro del consiglio di sorveglianza dell'ABN Amro Bank NV (Olanda), membro del consiglio di amministrazione della Columbia Business School (USA). Come ogni potente che si rispetti, deve avere le mani in pasta nei quattro settori strategici: energia, banche, media e indottrinamento di giovani leve.

Veolia è una di quelle multinazionali che, tramite le sue reti di filiali e partecipate è aggressivamente presente nella gestione idrica, nella distribuzione elettrica, nel gas e forse anche nei rifiuti del nostro paese. Con una punta di orgoglio, è scritto sul sito di Veolia Water (trad.) "storicamente presente in Italia dalla fine del XIX secolo tramite la Compagnia Generale delle Acque, concessionaria nel 1879 della città di Venezia. Uno dei pochi protagonisti privati nel settore idrico in Italia, VW garantisce oggi il controllo e lo sviluppo delle sue attività sul mercato municipale e industriale tramite Veolia Water Italia creata all'inizio del 2001 e tramite le sue diverse filiali presenti nel paese. Nel 2001 Veolia Water è stata selezionata dall'ATO di Latina al termine di un bando di gara internazionale".

Si vede chiaramente come lo Stato francese, tramite EDF, sia presente in tutto il comparto italiano dell'energia, dell'elettricità e anche degli idrocarburi. Con Veolia completa la nostra occupazione nel settore dell'acqua.

E' così ad esempio che Edison è stata acquisita e controllata nel 2005 da EDF, grazie alla complicità e alla collusione di una municipalizzata di Milano, l’AEM, che ha dato il 50% dei voti a EDF. Ma lo si fa in modo camuffato: la Edison passa sotto controllo per il 63,33 per cento di Transalpina di Energia srl, che di italiano ha solo il nome, in quanto appartiene alla Wagram, holding 100% di EDF. Un altro quindici per cento appartiene ancora a EDF...

L'Italia è talmente importante per EDF, che è stata creata apposta una società chiamata EDF Energia Italia, al 100% di mamma EDF.

Ma salta agli occhi un'anomalia: l'ex monopolio di Stato elettrico francese, diventato società anonyme nel 2005, non solo è controllato per quasi il novanta per cento dallo Stato francese, ma tra le clausole del suo statuto vi è l'impossibilità di fare scendere tale partecipazione al di sotto del 70%. Tale clausola è ancora saldamente valida ed è previsto che lo sia in futuro.

Le nostre società, invece, non godono della stessa tutela e le nostre province risultano sempre più cedute ad interessi di distanti regnanti: persino l'ENI ha solo il 10% di partecipazioni del ministero delle finanze e dello sviluppo economico. Sembra talmente tabù – creato ad arte da giornali e televisioni - l’idea di una partecipazione pubblica che stiamo privatizzando, a vantaggio di queste stesse multinazionali francesi …persino la nostra acqua.

Così mentre EDF ci compra intere fette di paese, risorse idriche, idrocarburi, progetti di costruzioni di gassificatori (cfr. Report del 27 maggio), e nel futuro si rischiano trivellazioni petrolifere in Val di Noto in Sicilia e persino in Val d'Orcia, e lo fa con la complicità, il beneplacito e il sostegno massicci dello Stato e del governo francesi, noi con la spensierata generosità dei nostri (s)pregiudicati ministri e deputati, distribuiamo le nostre migliori prebende. Vi sembra un campo da giochi equo? E se appena appena un ministro come Di Pietro, o qualche giornalista spavaldo, osa avanzare la ragion di stato o interessi strategici nazionali viene linciato dal concerto mediatico appartenente proprio a chi ha deciso di arricchirsi di queste laute “donazioni” alla finanza internazionale. Per non parlare di chi osi pronunciare l’espressione “golden share”, peggio che dire una bestemmia in diretta.

Insomma, l’abitudine della mazzetta a livello internazionale. Solo che in questo caso le mazzette sono l’aggiudicazione di interi appalti pubblici vitali e l’accesso a partecipazioni maggioritarie di tanti ex monopoli di Stato.

Allora ci si chiede: ma la Commissione di Bruxelles, lo sa? Ci hanno detto che dovevamo privatizzare per le direttive di Bruxelles, ma queste non sono valide per tutta l'Europa? Come è possibile che una società statale come EDF, si comporti come una holding SPA alla conquista del Belpaese e delle sue gemme, dove invece ci dicono che siamo costretti dall'Europa a privatizzare? Non valgono le stesse regole alla concorrenza ovunque in Europa?

Di due cose l'una: o la Francia è palesemente in infrazione, ma continua a ignorare le leggi di Bruxelles per salvare l'interesse nazionale (con la convinzione che è meglio pagare qualche multa pur di (ri)diventare padrona di mezza Italia), o l'Italia ha interpretato male le direttive comunitarie, vuoi scientemente vuoi per ignoranza. Avranno scaricato le colpe su Bruxelles mentre qualche spiraglio ce lo dava, laddove si parla di “interesse generale”…. Oppure, una via di mezzo: la Francia è in infrazione, lo sa, ma ha i canali giusti per temporeggiare a Bruxelles, del resto qualche multa l’ha già pagata e qualche causa è pendente, mentre l'Italia ha calcato l'interpretazione neoliberista, con la complicità di pezzi interi dello Stato, e del governo (di destra e di sinistra).

Sarebbe interessante sapere di chi sono le responsabilità. Di Scaroni, certamente, vien da chiedersi: di chi fa il gioco?

Nel bilancio consolidato del 2006 dell'ENI vi è una clausola sui Diritti speciali riservati allo Stato, o cosiddetta golden share, dove si legge che "ai sensi dell'art. 6.1 dello statuto, solo lo Stato italiano può possedere azioni della Società che rappresentino una partecipazione superiore al 3% del capitale sociale". Tale partecipazione conferisce al "Ministro dell'economia e delle finanze assieme al Ministro dello sviluppo economico i poteri speciali fissati dal decreto del presidente del consiglio dei ministri del 10 giugno 2004, ossia l'opposizione all'assunzione di partecipazioni rilevanti che rappresentano il 3 per cento del capitale sociale costituito da azioni con diritto di voto nell'assemblea ordinaria.” Ma la legge del 23 dicembre 2005 toglie persino il limite sia pur esiguo del 3 per cento per il futuro… Aggiungasi a ciò che Irlanda e Gran Bretagna sommano assieme un bel 6,95% di azioni e USA e Canada riportano, sempre sul sito dell'ENI che opportunamente non specifica le singole quote per paese né altri dettagli proprietari, una partecipazione sommata del 7,91%....Come dire, un vaso di coccio davanti a un vaso di ferro.

Per riassumere Paolo Scaroni, CEO dell'ENI, ex monopolio di Stato minato dalla soppressione prevista della già debole golden share (da chi? Tremonti?), è da quest’anno anche amministratore della Veolia, multinazionale francese che assieme a EDF, multinazionale di Stato francese, dovrebbe essere la sua concorrente diretta.
Domanda: non sono in conflitto di interessi le due cariche di Paolo Scaroni?

Altra domanda che sorge spontanea: come mai i nostri vecchi non possono sommare alla loro pensione da morti di fame neanche il reddito precario di una vendemmia, per i controlli del fisco sempre più severi, mentre questi possono cumulare cariche multimilionarie, e per di più dove sarebbero preposti a gestire l’interesse pubblico, che tanto ostentamene, come in questo caso, offendono?

Oltre a una certa propensione a cambiare i nomi delle stesse società, moltiplicare le società come i pani, scambiarsi e dividersi gli stessi amministratori, e cumularne le cariche all’inverosimile, i nostri cugini d’oltralpe dimostrano almeno maggiore trasparenza nel pubblicarne le retribuzioni. Ho impiegato non più di un’ora a trovare quelle di Proglio, amministratore delegato di Veolia, che nel 2006 ha percepito un importo fisso di 945 000 euro da sommare a un reddito variabile di 1 275 000 euro, oltre a 66 382 euro di gettoni di presenza, per un totale di quasi due milioni di euro in un anno, senza contare i redditi provenienti dai suoi tanti altri incarichi in altre multinazionali. Per Scaroni invece avrei dovuto perdere varie ore. Ma tanto non è questo il punto. Non l’unico.

Il punto sono i metodi mafiosi con cui i nostri dirigenti stanno facendo affari multimiliardari nella svendita delle nostre risorse, raccontandoci la fandonia che avremo più efficienza e tariffe più basse nei servizi d’interesse generale.

Intanto per l’acqua di cui siamo il paese più ricco in Europa, ci stanno abituando all’idea che la dovremo pagare sempre più cara e che ci mancherà sempre di più. Si chiama rareficare un bene per aumentarne il prezzo. Io so però che se ci rintronano con la litania corale del rischio siccità ogni estate, le nostre migliori acque oligominerali vengono vendute a 6 euro al litro nei migliori ristoranti d’Europa. Acque minerali che fino a qualche anno fa, sgorgavano dai nostri rubinetti.

Nulla di personale contro la Francia, che anzi è esemplare nel difendersi in un mondo diventato così angloamericano: attaccando. Il problema è che noi siamo la loro preda preferita e per quel che riguarda i servizi stiamo passando dalla padella alla brace, dal monopolio pubblico nostrano alla brace dei monopoli privati internazionali. Che è molto molto peggio.

Si consideri un ultimo dato: EDF investe il 45% in EDF Energy (Inghilterra) e solo il 13% in Edison (Italia) ma nel suo fatturato l’Italia contribuisce per il 33% mentre l’Inghilterra solo per il 24%. Insomma in Inghilterra gli investimenti produttivi, in Italia i profitti contributivi… Perché?

E questo nel peggiore depauperamento mai subito dal secondo dopoguerra di intere generazioni, dove precarietà, assenza di assistenza sociale, aumento di tutte le tariffe, inflazione dovuta al passaggio dell’euro e passaggio al sistema contributo per le pensioni, oltre a: immigrazione selvaggia che provoca concorrenza sleale, abolizione delle tariffe minime in tanti settori professionali, eliminazione delle sovvenzioni agricole dirette ai piccoli agricoltori, aumento degli aiuti PAC ai grossi latifondi, concorrenza spietata nei servizi e nei manufatti dal resto del mondo, sistema bancario malavitoso, spartizione dei migliori posti professionali tra i soliti noti…

Sembra lo scenario di un programma esplicito di schiavizzazione dei cittadini. Un programma mafioso. Ma non di cosa nostra, di mafia mondiale! E infatti lo è. Basti pensare che la P2 aveva i miliardi da distribuire ad alti esponenti della società, dai giornalisti ai ministri, per convincerli alla causa e che qualche anno fa Licio Gelli dichiarava soddisfatto al Corriere della Sera che quasi tutti i suoi obiettivi politici stavano per essere o si erano realizzati.

Da dove provenivano i miliardi della P2 se il suo scopo si prefiggeva prioritariamente di sconfiggere i comunisti?

[Se così non fosse, non si leverebbero tante voci libere e intelligenti per gridare indignati allo scandalo, come quelle di Marco Travaglio, Beppe Grillo, Dario Fo, Enzo Biagi e tanti altri.] [Era il mio primo articolo, adesso questa frase LA TOGLIEREI]

Nicoletta Forcheri (nicoletta)

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