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Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

venerdì 27 febbraio 2009

L'ANTIMERCATO DELL'EUROPA. Nicoletta Forcheri




E la distruzione ideologica dello Stato - Il caso flagrante di Ryanair
Febbraio 2009

Lo chiamano mercato libero
Sì, ma solo per alcuni, pochi, potentissimi privati, di (de)formare le leggi a loro piacimento, e di ricevere aiuti di Stato, proprio quelli sull’eliminazione dei quali un'intransigente Commissione europea ha basato il fulcro della sua politica, con una potente Direzione antitrust che in nome della “libertà di mercato” e della religione della "concorrenza" conduce da decenni una certosina caccia alle streghe degli aiuti pubblici.
Ma che qualcosa sia andato storto nella pratica della dottrina, lo è fin troppo evidente dal dilagare dell’antimercato, ad esempio nel predominio assoluto del modello "misto pubblico privato" per le utilities, o ex servizi pubblici - acqua, energia, rifiuti, gasdotti, rigassificatori, trasporti - strumento concepito per fare succhiare denaro pubblico, in mercati protetti, ad alcuni, pochi, potentissimi privati – monopoli e potentati -, oppure alla bambagia del sistema sanitario nazionale, aiuti di Stato legalizzati a vantaggio dei cartelli farmaceutici che giocano con la nostra salute e sulla nostra pelle. Bruciano ancora, per contraddizione eclatante con la dottrina e le nostre tasche, gli ultimi aiuti di Stato legalizzati alle banche in fallimento fraudolento.
E qualcosa dev’essere veramente sfuggito di mano alla Commissione se una sentenza europea legalizza, contraddicendo spudoratamente la sua stessa dottrina, un vero e proprio aiuto di Stato nel settore aereo, non certo a una compagnia di bandiera – non sia mai! – ma alla regina delle compagnie low-cost, Ryanair.

I fatti
La Commissione europea, al termine di un’indagine in seguito alle denunce ricevute dai concorrenti scontenti, adottava una decisione (2004/393/CE) in cui definiva una serie di agevolazioni e sconti che la Regione Vallonia (e sua controllata) applicava alla Ryanair: “aiuti di Stato incompatibili con la normativa UE”; dichiarava nulli i rispettivi accordi (2001) e chiedeva alla beneficiaria di rimborsare un importo di circa 4,5 milioni di euro.
Il Tribunale UE ha deciso, invece, il 17 dicembre 2008 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:62004A0196:IT:HTML ), di annullare la decisione della Direzione Concorrenza UE riguardo agli aiuti di Stato che la Regione Vallonia e la sua società di gestione dell’aeroporto di Charleroi (BSCA) accordavano alla Ryanair. Gli aiuti, che non erano stati notificati alla Commissione europea, erano stati stipulati con contratti di diritto privato, ponendo in essere, secondo la Commissione, una “confusione di poteri", poiché la Regione, ente pubblico, derogando ai propri atti legislativi, concedeva sconti esclusivi e commerciali, per contratto privato, a vantaggio di una sola compagnia aerea.

In virtù di detti contratti Ryanair otteneva:
1. dalla Regione il 50% di sconto sui diritti di atterraggio e la promessa di indennizzo per ogni perdita causata da eventuali aumenti delle tasse aeroportuali o cambiamenti di orario dell’aeroporto.
2. dalla BSCA, sua controllata, una riduzione del prezzo del servizio aeroportuale da 10 euro a 1 euro per passeggero in cambio dell'impegno a utilizzare l'aeroporto per almeno quindici anni (e altri vantaggi), oltre a una serie di contributi, compatibili essi, con le norme in materia di aiuti di Stato nel settore (contributi per l’avviamento di nuove linee).

I vizi nelle argomentazioni della Commissione spianano la strada alla logica capovolta del Tribunale europeo

* Gli aiuti di Stato non sono aiuti di Stato

Il Tribunale rovescia la decisione della Commissione UE negando l’evidenza: contesta cioé che le agevolazioni ottenute in esclusiva da Ryanair siano aiuti di Stato, nonostante la definizione europea di aiuti di Stato calzi loro perfettamente; uno degli argomenti del Tribunale è che chi accorda detti aiuti in realtà non si comporterebbe da ente pubblico ma da investitore privato, e si appiglia poi a un presunto errore di diritto della Commissione nella sua decisione, quello di avere separato la Regione e la controllata società di gestione dell’aeroporto che andavano considerati un tutt’uno; da lì arguisce che tutta la decisione è invalidata da quell’errore di forma, arrampicandosi su scivolose sottigliezze e torbidi sofismi,[3] aiutato in ciò – diciamolo - dalle debolezze intrinseche del Trattato e delle normative UE in materia di concorrenza, “fiorello all’occhiello” delle politiche della Commissione…
Secondo la dottrina UE e la giurisprudenza, un aiuto di Stato per essere definito tale deve: 1) comportare un trasferimento di risorse dello Stato, 2) concedere un vantaggio economico esclusivo a un soggetto o a una produzione, 3) incidere sugli scambi tra Stati membri, 4) e falsare, o rischiare di falsare, la concorrenza (concorrenza sleale).
Nella fattispecie sono soddisfatte tutt’e quattro le condizioni: vi è trasferimento di risorse pubbliche dalla Regione sia nella garanzia d’indennizzo (risorse regionali), sia negli sconti dei diritti di atterraggio (lucro cessante per lo Stato) sia, indirettamente, con l’uso di risorse (pubbliche) della BSCA per lo sconto delle tasse aeroportuali; tali agevolazioni arrecano un vantaggio competitivo a Ryanair rispetto alle altre compagnie aeree e incidono negativamente sulla concorrenza. Peraltro solo il vantaggio economico è contestato dalla ricorrente, non si sa con quali sfrontati argomenti. Ma tant’è, Ryanair e Tribunale tagliano corto dichiarando semplicemente che questi aiuti di Stato non sono aiuti di Stato e che come tali non andavano inquadrati.
Primo errore logico: A non è dell'insieme di A
(anche se la definizione di A è inclusa nella definizione dell'insieme di A)
Sarebbe come dire che A, pur appartenendo all'insieme di A, non appartiene ad A.


* Gli aiuti di Stato non sono aiuti di Stato perché chi li eroga si comporta da investitore privato
Secondo i giudici e la ricorrente, la Commissione avrebbe omesso di applicare il criterio del principio dell’investitore privato, un’incongruenza inventata dal legislatore europeo per differenziare un aiuto di Stato (cfr. sopra) – vietato dalla dottrina - dal finanziamento di un normale investitore privato – permesso. Alla luce di questo principio, se un apporto di capitale pubblico in un’impresa avviene in circostanze accettabili per un investitore privato “operante nelle normali condizioni di un’economia di mercato”, allora non sarà da considerarsi aiuto di Stato. Ciò comporta come unico metro di misura il rendimento e il profitto, da valutare ex ante. E’ chiaro che si tratta di una privatizzazione appena larvata dello Stato. Dal principio dell’investitore privato allo Stato privato.


Secondo errore logico: in BA (Regione-aiuti), se B si comporta come C, allora A non è più A, anzi è D
(cioè la Regione, e controllata, erogano aiuti di Stato ma comportandosi come investitori privati, gli aiuti di Stato diventano normali investimenti, nonostante soddisfino completamente la definizione di aiuti di Stato)




* Valutazioni ex ante, l’abracadabra dei finanzieri
Con il criterio dell'investitore privato, i legislatori europei l’hanno combinata grossa, quanto i derivati and Co. che, basando un guadagno sulla scommessa di un dato avvenimento futuro, non solo hanno trasformato l'economia in una enorme roulette russa, ma per di più l'hanno taroccata. La mano invisibile non del mercato ma della dea bendata, “consigliata” e “manovrata”. Perché, a determinare chi farà banco (vantaggi economici pubblici) è proprio chi avrà la facoltà, per legge, di “presupporre” quale delle agevolazioni pubbliche alle imprese sarà un investimento privato, cioé redditizio – proficuo agli azionisti – e quale ricadrà invece nella categoria degli aiuti di Stato, vietati dalla dottrina, tranne eccezioni; e chi avrà il potere di leggere nella “palla di cristallo” avrà un potere discrezionale esagerato, di cui sarà fin troppo facile abusare, e uno strumento per influire sulla realtà.


Chi secondo voi darà questa valutazione? Chissà chi decide normalmente se un dato investimento è redditizio....? Agenzie di notazione in conflitto d’interessi, advisor che consigliano fusioni incorporazioni a vantaggio dei loro padroni, zelanti e ottusi eurocrati che tramano per la distruzione degli Stati, giudici comperati che applicano argomentazioni francamente opinabili, tutti in obbedienza a banche canaglia, quelle amiche di BEI, BCE e Bank of England, che perserverano nella loro arbitrarietà, concedendo eclatanti eccezioni, a costo di rovesciare i capisaldi della Logica, come nel caso di Ryanair... Ma se è vero che la matematica non è un'opinione, altrettanto dovrebbe essere per la logica...
Perché le “presunzioni” o valutazioni ex ante sul rendimento di un investimento, sono solo delle ipotesi sul futuro, e tali dovrebbero rimanere, invece di divenire vincolanti e potenti discrimini su chi potrà avvalersi di denaro pubblico. E se le valutazioni sulla redditività di un investimento/aiuto dovessero essere errate, a quel punto, come si dice, la frittata è fatta, quel che è dato è dato – e quel che non è stato dato è tolto - né si è mai visto alcun advisor o impresa beneficiaria di una valutazione erroneamente positiva dovere restituire il maltolto, o viceversa un’impresa o un paese valutati a torto negativamente ricevere un risarcimento per i mancati investimenti….


Terzo errore, o tecnica manipolatoria: fare passare valutazioni ex ante (sul rendimento di un aiuto/investimento) per leggi vincolanti, e sulla base di queste decidere arbitrariamente a chi e quanti flussi di denaro pubblico dirigere..
(mentre un’ipotesi è un’ipotesi, per definizione non è la realtà, e non è certo l’unica. Ovvero come si impongono valutazioni sui rendimenti di investimenti o sulla solidità di società, enti pubblici e interi paesi, come fossero reali per imporre l’unica soluzione, vietare gli aiuti al pubblico ma permetterli ai soliti, pochi, potentissimi privati.)

* Dal principio dell'investitore privato allo Stato privato – Privato della sua autorità
Il principio dell'investitore privato, in realtà, era stato originariamente ideato unicamente nel contesto delle partecipazioni pubbliche nelle aziende a maggioranza pubblica, in modo da limitare i finanziamenti pubblici unicamente a investimenti redditizi, introducendo in tal modo un criterio bancario-prudenziale nel settore pubblico.
Ora, l’applicazione dello stesso principio per partecipazioni o agevolazioni pubbliche in società private è uno slittamento che contraddice e vanifica logicamente la definizione sopra di “aiuti di Stato”. Poiché, se qualsiasi ente pubblico può fare investimenti redditizi in qualsiasi impresa privata, ciò significa che si riammettono puramente e semplicemente gli aiuti di Stato, ma solo quelli presunti redditizi, e non più quelli redistributivi, di interesse generale o sociale, che sono prerogativa delle due attività principali di uno Stato (l'altra dovrebbe essere l'erogazione equa del valore creato dal lavoro dei cittadini abbinato alla ricchezza delle risorse del suo territorio). Vi è quindi implicitamente un passaggio di discrezionalità dallo Stato alle banche poiché sono esse che giudicano la redditività di un investimento. Poi, una partecipazione è cosa ben diversa da “agevolazione o sconto commerciale” come giudici e ricorrente definiscono detti aiuti di Stato: con una partecipazione in una impresa, un ente pubblico può magari dire la sua nella gestione, mentre sconti e agevolazioni sono semplici flussi di denaro dal pubblico al privato.

Infine, la giurisprudenza generalizza il principio dell’investitore privato che perde il carattere di eccezionalità, come dovrebbe essere, e così facendo rovescia la logica del dogma della concorrenza UE che riassunta, suonerebbe più o meno così: sono vietati TUTTI gli aiuti di Stato tranne quelli a discrezione della CE previsti dai trattati, e tranne quelli in cui un ente di Stato partecipi in un’azienda a maggioranza pubblica con i criteri dell’investitore privato. Dove si introduce già un criterio di redditività bancaria. Ma nella sentenza, e nella giurisprudenza UE, la logica diventa ossimoro assoluto: sono vietati TUTTI gli aiuti di Stato tranne quelli a discrezione della CE previsti dai trattati, e tranne quelli erogati a qualsiasi società privata con il criterio del buon investitore privato, cioè tutti quelli che le banche decidono con valutazione ex ante che saranno investimenti redditizi. Cioè sono vietati gli aiuti di Stato tranne quelli accettati dal sistema bancario finanziario. Pazienza se poi la Banca si sbaglia, tanto sono denari pubblici, e pazienza se sono investimenti non voluti dalla cittadinanza – come i TAV, i MOSE, gli inceneritori, le rotonde, i megaporti, i lampioni, i supermercati, i lotti edificabili, gli aeroporti ecc ecc – tanto è proprio la cittadinanza ad essere sempre e comunque pagatrice di ultima istanza, suo malgrado… Pagatrice per i soliti, pochi, potentissimi privati.

Qua gli errori sono piuttosto di linguistica ma non di meno sostanziali: prima si definisce un concetto strettamente connesso a un determinato contesto – partecipazioni in società pubbliche - poi si applica la stessa definizione in altro contesto – non solo partecipazioni ma anche agevolaizoni pubbliche e in qualsiasi tipo di società - con uno slittamento semantico tale da privare lo Stato della sua essenza.

* Babele dalla lingua unica, aliena
L’applicazione del principio dell’investitore privato priva perciò lo Stato della sua prerogativa speciale di potere agire nell’interesse pubblico e della pubblica utilità – detto in gergo bancario “in perdita”, o a fondo perso – soprattutto al momento di partecipare in, o di agevolare, determinate imprese, siano esse pubbliche o private. E’ indicibile quanto ciò sia grave né è la prima nefandezza che compiono le istituzioni europee; di solito tali nefasti cavilli passano praticamente inosservati in criptici testi per iniziati, che non riescono più a leggere oltre la lettera, e in astrusi testi scritti unicamente in lingua inglese, in plateale contravvenzione con il principio fondante dell’UE della parità di trattamento tra tutte le lingue europee. Rigorosamente inglesi sono alcuni testi spaventosi sugli OGM, ad esempio, o gli altrettanto terrificanti testi sulle questioni di difesa militare. Quando il fatto si ripete troppo spesso con i testi più salienti, non è più una coincidenza; del resto tutti gli altri testi di secondaria importanza – quelli del marketing e della propaganda UE, per intenderci - sono scrupolosamente tradotti quando non in tutte le lingue comunitarie, almeno in EN, FR e DE (+IT e/o ES), e di certo non mancano i fondi per i servizi della traduzione. La Commissione europea ad esempio contava nel 2004 non meno di 1700 traduttori (e 3000 in tutte le istituzioni)! Più sono propagandistici più sono tradotti in tutte le lingue; più sono essenziali meno sono visibili, fino a non essere tradotti per nulla e comparire unicamente in inglese.

Traduttori traditori come a Babele e culture, tradizioni, usi, ius romana negati a vantaggio di una unica lingua, l'angloeurocratese.

* Presunto errore di diritto – Le ambiguità della dottrina
Per dimostrare che Regione e BSCA erano da considerarsi come un unico ente “investitore privato”, il Tribunale conferma l'errore di diritto della Commissione, avanzato dalla ricorrente (Ryanair): la Commissione avrebbe separato artificialmente i due enti, la Regione, ente pubblico e “proprietaria” dell’aeroporto di Charleroi, dalla società di gestione (BSCA), sua controllata all’epoca dei fatti al 96,28%. Essa doveva considerarli, afferma, come un tutt’uno, poiché BSCA è controllata dalla Regione, la quale esercita un’influenza dominante, è azionista di categoria A e tutti gli amministratori di BSCA devono renderle conto. E questo unico ente andava considerato, non si sa per quale nesso causale, come un “investitore privato” che opera in una economia di mercato.
La Commissione invece aveva metodologicamente separato i due casi – Regione e BSCA - per esaminarne i due accordi conclusi separatamente, con un ragionamento che nella logica della sua stessa dottrina, non fa una grinza, coerente con la concezione dualistica che separa, da una parte, la proprietà dell’infrastruttura (di interesse economico generale) e dall’altra, la gestione economica della stessa, perno della sua politica delle liberalizzazioni di reti ed ex servizi pubblici.

Peccato però che il Trattato preveda un cavillo nell’ipocrita ostentata e colpevole indifferenza rispetto alla proprietà – pubblica o privata - dell’infrastruttura – all'articolo ex 295 (“I trattati lasciano del tutto impregiudicato il regime di proprietà esistente negli Stati membri”). Articolo bastardo perché talmente vago da spalancare la porta alla proprietà privata delle stesse infrastrutture di interesse generale, invece di specificare quelle che, per utilità pubblica, dovrebbero essere appunto pubbliche/statali/demaniali. E poi basta che la stessa Commissione imponga con le sue direttive la loro gestione in situazione di mercato (liberalizzazioni) con il divieto sistematico e dogmatico degli aiuti di Stato per distruggere l'idea stessa di Stato e delle sue prerogative, facendo finta di attaccare gli Stati nazione – forieri di “cattivi” nazionalismi e fascismi. Tranne eclatanti eccezioni di Francia e Gran Bretagna. Questo è il dogma al quale la Commissione ammette poche codificate deroghe, una delle quali è quella degli aiuti pubblici (50%) per l’avviamento di nuovi collegamenti aerei a determinate condizioni, di cui Ryanair già usufruisce abbondantemente, e che non sono certo gli aiuti contestati dalla Commissione e riabilitati dal Tribunale europeo.

Perciò è proprio l'ambiguità del trattato UE e dei concetti della dottrina a determinare che ognuna delle soluzioni (due enti o un ente) sia, al limite, né del tutto corretta né del tutto sbagliata. Quindi se la Commissione ha sbagliato non ha sbagliato di molto, poiché uno è un ente pubblico, l'altro una società per azioni, che per quanto “pubblica” (nel senso di maggioranza dello Stato), obbedisce ad altra logica – prova ne sia è stata privatizzata (cfr. sotto) due giorni dopo la sentenza. Eppure l'errore di diritto è tale per il Tribunale da giustificare di soprassedere sul merito. Francamente esagerato. E con soddisfazione della ricorrente perché se fosse stato unicamente per il merito, la Commissione l'avrebbe spuntata alla grande.
Infine, la conclusione di considerare “investitore privato” la Regione stride con la normativa europea in materia di quegli aiuti di Stato che, autorizzati nel settore aereo, finanziano già abbondantemente la stessa Ryanair per l'avviamento di nuove rotte aeree da Charleroi. In altre parole, Ryanair e tribunale arriveranno all'assurdità di considerare la Regione una volta pubblica, un'altra volta privata (per tasse e diritti sull'aeroporto), a seconda dello scopo desiderato che sarà sempre quello di ottenere un vantaggio competitivo e falsare la concorrenza per sé. Quasi normale per un'impresa, ma non per un Tribunale.

C'è di più: sarebbe stato più logico se la Commissione avesse considerato come un solo ente Regione e società di gestione, ma non lo ha fatto. E se si fosse avvalsa del criterio del “controllo analogo”, non avrebbe potuto approdare ad altra soluzione che di considerarli un unico ente, sì, ma pubblico. Però ha omesso di applicarlo. Perché?

* Omissione del criterio del “controllo analogo”
Supponiamo dunque che Regione e controllata formino un unico ente, come è plausibile che sia. Anzi, era la metodologia più coerente. Stupisce però l’assenza da entrambe le decisioni (Commissione e Tribunale) del concetto di “controllo analogo”, normalmente criterio determinante per definire se una società controllata da un ente pubblico sia interna, o società separata. A dire il vero hanno utilizzato il concetto di “influenza dominante”, che è uguale come significato, ma non nelle conseguenze giuridiche. Perché in caso di controllo analogo, l’ente pubblico ha pari potere, controllo, discrezionalità sulla partecipata di quello che avrebbe sui propri servizi (come nell'influenza dominante). Ma la presenza di questa qualità è tale da consentire una deroga alle norme della concorrenza, consentendo ad esempio l’affidamento della gestione di un bene o di un servizio senza gara pubblica, “in house” o diretto, com'è il caso della Regione Vallonia che ha concesso per convenzione cinquantennale la gestione dell'aeroporto alla società BSCA (nel 1991), senza gara pubblica.

Singolare che la Corte impieghi il controllo analogo nel caso di molti comuni italiani, per strappare loro la gestione pubblica di beni e di servizi, come l’acqua, laddove ne sia stata affidata la gestione in house o in concessione diretta a società municipali senza gara pubblica, adducendo che tali società non subiscono un controllo analogo. E’ importante notare l’assenza di questo concetto, e vedremo perché essa non sia casuale e dimostri un filo diretto tra giudici, avvocati e imprenditori.

Ammettiamo dunque che Regione e società di gestione formino un unico ente, non si capisce però come detto ente, e perché, sia da considerare un investitore privato, ivi compreso per transitività, la Regione Vallonia. Come a dire: se un ente pubblico controlla una SpA o una società di diritto privato, è l’ente pubblico a diventare soggetto di diritto privato e non viceversa!

Qua l’errore di logica è da ricercare nella teoria degli insiemi dove se A è incluso in B, allora A coincide con parte di B, ma non viceversa. Ossia se la società di gestione dell’aeroporto appartiene alla Regione vuol dire che la società coincide con la natura della Regione ma non che la Regione coincide con la natura della società.

*Il vestito non fa il monaco, o no?
Oltre a insultare la logica, s’intacca la definizione stessa della natura del pubblico e/o Stato, scopo sempre meno segreto di società come Ryanair, dei suoi efficienti assoldati avvocati, di intere frange della magistratura e dei vertici paracadutati nelle istituzioni europee, BCE, BEI e Commissione in primis. Secondo logica, ai sensi di quel controllo analogo sapientemente taciuto nella decisione della Commissione e nel corpo della sentenza, si dovrebbe potere affermare esattamente il contrario delle conclusioni della sentenza, e cioè che Regione e società di gestione sono, sì, un soggetto unico, ma pubblico.
Se un comportamento “da privato”, o “come se”, di un ente pubblico bastasse per farlo diventare, agli effetti giuridici, privato, capirete come allora tutti gli enti pubblici siano a rischio di privatizzazione, compresa la Commissione. Nel frattempo sono diventati mere facciate, involucri vuoti che sottostanno in tutto e per tutto alle norme della proprietà privata e cioè alle norme attuariali delle banche e del profitto.

Il tribunale giunge persino a definire le tasse aeroportuali decise per decreto dal governo della Regione come retribuzioni “parafiscali” per un servizio offerto dalla società di gestione. Anche se il 35% va a un fondo pubblico per l’ambiente. E gli sconti sui diritti di atterraggio sarebbero il risultato di una semplice trattativa commerciale. Mentre la garanzia d’indennizzo in caso di modifica della tassa aeroportuale, una “clausola di stabilizzazione”, normale prassi nei contratti commerciali.

E’ molto tirata per i capelli, l’interpretazione del tribunale di considerare le tasse aeroportuali e i diritti di atterraggio, normali attività economiche passibili di sconti particolari. Non che non siano attività economiche, lo saranno anche, ma normalmente fissate per decreto regionale, e risultanti dallo sfruttamento del demanio pubblico, non si capisce come esse possano essere modificate per contratto privato. E di questa eccezione cambiare l’essenza della Regione. E’ come dire che l’eccezione diventa la regola o che il vestito fa il monaco mentre sappiamo che il vestito non fa il monaco; una cosa è il vestito, altra cosa è l’uomo coperto dal vestito. Che poi il vestito influenzi l’uomo – o viceversa - è un altro paio di maniche. Insomma un comportamento non fa un’essenza. Altrimenti in quest’ottica TUTTO diventa attività economica soggetto alla dottrina della concorrenza (profitto e rendimento), e tutti i soggetti, anche statali, anche la Commissione europea, diventano soggetti privati da considerare investitori privati. E’ sicuramente ciò a cui stiamo approdando. Ma che lo si sappia. Che sia chiaro. Perché questa situazione capovolge il nostro sistema giuridico, la nostra costituzione, i diritti dell'uomo. In questa sentenza, si avanza a grandi passi verso quel folle progetto, che mira semplicemente alla distruzione legale, istituzionale, giurisprudenziale del concetto di Stato e di ente pubblico, a vantaggio degli interessi di pochi, potentissimi, privati. A spese degli altri. Cioé di tutti noi.

Qua l'errore è di confondere volutamente comportamento ed essenza, vestito e monaco, come trasformare in troia una donna che ha avuto un comportamento libertino una volta, o in stupido a qualcuno che non ha capito una barzelletta o un ragionamento. Insomma nella sentenza si trasforma in investitore privato la Regione perché strozzata dai debiti ha dovuto comportarsi da meretrice e svendersi.

* Confusione tra demanio pubblico e proprietà privata
Uno degli argomenti per definire “investitore privato” la Regione è che essa sarebbe “proprietaria” dell’aeroporto e che si comporterebbe in quanto tale, nella gestione del suo patrimonio. Niente di più errato poiché la definizione giuridica di proprietà privata dovrebbe essere per essenza diversa da quella giuridica di demanio pubblico (“il complesso dei beni inalienabili dello stato e degli enti pubblici territoriali” Diz. Garzanti). Ma qui siamo nell'idolatria della proprietà privata, al punto da incorporare nei testi e nel linguaggio dell'angloeurocratese la confusione di due nozioni così essenziali sulle quali si è fondato il diritto romano. L’aeroporto è demanio pubblico dato in gestione dall’ente pubblico Regione a una società di gestione che, sia essa pubblica o privata, rimane pur sempre una società concessionaria di gestione di una res publica. La definizione giuridica di demanio pubblico dovrebbe far sì che le regole e le norme che ad esso si applicano siano fondamentalmente diverse da quelle applicate alla nozione di proprietà privata.

Eppure il tribunale fa più di un salto illogico: definisce investitore privato la Regione anche perché sarebbe proprietaria dell’aeroporto, mentre la Regione gestisce il demanio pubblico, è ben diverso. Strano che un tribunale che dovrebbe essere avvezzo ai distinguo giuridicosemantici comparati tra diversi sistemi (specie tra diritto romano e commonwealth) non noti la differenza… Ma se si pensa che il dogma della concorrenza – il divieto di aiuti di Stato di cui sopra – si applica, per i trattati, anche agli enti pubblici e ai loro demani, e che quelli concessi lo sono solo come eccezioni, niente di più normale che arrivare a confusioni ontologiche di questo tipo. Alla cancellazione della distinzione tra proprietà privata e demanio pubblico. O tra Stato e investitore privato. Eppure è ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi. E poi ci chiediamo perché la crisi. Invece di chiederci per chi la frode. Frode semantica prima ancora che finanziaria.

Errore di confusione semantico giuridica tra le definizioni di “proprietà privata” e di “demanio dello Stato” (nel nostro ordinamento e tradizione storica) tale da annullarne l'effettività giuridica del secondo per il predominio dogmatico del primo. Il demanio da inalienabile, è diventato alienabile.

Dubbia coincidenza: la privatizzazione dell'aeroporto
Si aggiunga che con peculiare tempismo, nella compagine sociale della BSCA, che era interamente di proprietà della Regione, è subentrata la SAVE SpA che in un comunicato stampa 19 dicembre 2008, appena due giorni dopo la pronunzia della sentenza, afferma che la società di gestione degli aeroporti di Venezia e Treviso, si è aggiudicata “dal Governo della Vallonia la negoziazione in esclusiva per l’acquisizione del 27, 65% di BSCA, la società che gestisce lo scalo di Charleroi”. L’offerta è stata presentata lo scorso 8 dicembre da SAVE in partnership con il socio belga Holding Communal (cfr. Nimby Pimby) e prevede tra l’altro la prelazione su un’ulteriore quota del 21,24% del capitale, a fronte della condivisione del business plan e dei relativi investimenti. Non si capisce come una società privata possa ottenere la possibilità di acquistare ( senza gara) una concessionaria pubblica e la sua concessione ottenuta direttamente (senza sforzo e senza concorrenza) proprio per quel controllo analogo che subisce dall’ente pubblico e che di cui il privato acquirente è per definizione esente.

Questo è il modello predominante: voluta difficoltà crescente di affidamenti in house dallo Stato ad aziende interamente pubbliche, ma possibilità per le società private di acquisirne il controllo, e le concessioni, senza obbligo di gara. Basta avere i crediti (anche tossici).

Clausola di riservatezza
Colpisce anche la clausola di riservatezza richiesta da Ryanair che ha ottenuto di potere escludere interi brani compresi negli atti processuali all’interveniente Association of European Airlines (AEA), producendo per la stessa una versione abbreviata con tanti OMISSIS. L’anglosassone ossessione per la privacy e per la riservatezza, che non ha eguali a parte l’omertà mafiosa, sta prevaricando il buon senso e tutte le conclamate norme per la trasparenza per i cittadini e per le imprese europee, in un mercato sempre più falsato da norme anticoncorrenza con il beneplacito della Commissione europea e i suoi fedeli vassalli, PE, Corte di Giustizia e fratelli. Che cosa ha da nascondere Ryanair alla Confederazione europea delle compagnie aeree? Saranno rapporti incestuosi con talune banche? O finanziamenti basati su crediti tossici bancari o su crediti allo scoperto?
Pericoloso precedente
Il modello della compagnia Ryanair a Charleroi è stato replicato in altri 8 piccoli aeroporti d'Europa da Algheri a Bratislava, da Berlino Schonefeld, Pau, Tampere, Aarhus a Francoforte Hahn, Amburgo Lubecca, dove pendono altre otto cause e dove la sentenza europea rischia di fare giurisprudenza creando un vizioso e perverso precedente.

Forte di questa dubbia vittoria, Ryanair rialza la cresta, che non ha mai abbassato, per chiedere all'UE di "concentrarsi invece sulle violazioni reali e sfrontate delle norme sugli aiuti di stato delle più grandi compagnie di bandiera d'Europa, come l'ultimo salvataggio illegale di Alitalia da parte del Governo Italiano".

La natura di Ryanair, vista dagli irlandesi
Al momento di scrivere l’articolo (dicembre 2008), per coincidenza, erano i giorni dell’offerta ostile di Ryanair sulla compagnia di bandiera irlandese Aer Lingus, in occasione della quale alcuni dirigenti l’hanno accusata senza peli sulla lingua di volere rastrellare le sue liquidità –“cash raid”-. Dopo avere rifiutato l’OPA ostile di 750 milioni di euro dalla sua rivale, già azionista per il 29,9%, il presidente di Aer Lingus, Barrington, ha scritto agli azionisti che “Ryanair sta tentando di offrire agli altri azionisti 525 milioni per acquisire il controllo di Aer Lingus in modo da potere accedere alle sue liquidità di 1,3 miliardi di euro. Già solo per questa ragione l’offerta merita il nostro rifiuto. Oltre che per la valutazione del valore di mercato della nostra flotta a soli 601 milioni di euro, e degli altri beni patrimoniali, comprese le slot di Heathrow, gli ordini di flotta, il marchio, le operazioni di successo e il forte posizionamento sul mercato”. Inoltre ha citato la mancanza di esperienza di Ryanair nella gestione “di un business di lunghe rotte e nell'offerta di comfort superiore. In realtà essa abbonda nel contrario”. “Ryanair non ha alcuna esperienza nella gestione sindacale in Irlanda e ha pubblicamente ridicolizzato e dimostrato disprezzo per i sindacati.” ha aggiunto.

Una società senza solide riserve patrimoniali che acquista a debito, rastrella liquidità, succhia denari pubblici con strani aiuti di Stato convalidati dalla giustizia europea, annientando di fatto e de jure l’idea di Stato. La mia ipotesi è che dietro ci siano le solite banche canaglia che finanziano con credito tossico la sua inarrestabile ascesa.

Senza contare il fattore R. R come Ryanair, Rockfeller (?), Rothschilds (?) (Ryanair apparterrebbe per il 15% alla famiglia Ryan e per il 10% a Michael O'Leary).

Naturalmente rimane un’ipotesi visto che nel reame della privacy, dal Benelux in su, risulta difficilissimo capire chi siano i principali azionisti di Ryanair. Alla faccia delle direttive trasparenza e del fair play.
SORRY FOR THAT…
Nicoletta Forcheri
Febbraio 2009

Bibliografia:
Investitore privato:
http://www.astrid-online.it/Riforma-de2/L-OSSERVAT/Il-diritto/CAPANTINI-GHELARDUCCI-07_12_04.pdf
http://ec.europa.eu/community_law/state_aids/comp-1999/n132-99.pdf

Oltre la follia dritti nel precipizio

Castelli di Finanza
DI LUIGI DI STEFANO
[www.mirorenzaglia.org]

Ovvero: come centinaia di migliaia di cittadini italiani, in gran parte ancora ignari, verranno chiamati dai Tribunali italiani a pagare le perdite purimiliardarie degli squali di Wall Street.


Tutti abbiamo saputo dei cosiddetti “Mutui subprime” americani, che sono stati una delle basi della crisi finanziaria planetaria dovuta alla finanza tossica.
Le banche e le società finanziarie americane concedevano un mutuo per la casa a soggetti che difficilmente potevano poi pagarlo, ma in questo modo creavano un credito certo ed esigibile, coperto da una garanzia immobiliare.
Questo “credito certo” veniva poi utilizzato come base per emettere altri titoli di credito (i famosi Derivati o Hedge Fund) che con le cosiddette prassi dell’ingegneria finanziaria veniva moltiplicato all’infinito.
A dire che su un “credito certo” ad esempio di 100.000$ (il mutuo) si garantivano cinquanta e cento volte tanto di Derivati ed Hedge Fund.
Quando il castello finanziario è cominciato a franare, e si andati dal povero cristo a cui avevano fatto il mutuo, tutto è crollato.
Tranquilli, ci dice il governo italiano. Le banche italiane sono solide e giudiziose, non hanno fatto mutui subprime e “finanza creativa”. E’ vero che per salvarle dal disastro della crisi planetaria lo Stato gli ha regalato miliardi di Euro dei contribuenti (sulla cifra vera c’è il segreto di Stato), è vero che le banche si sono incamerati questi soldi e stanno strozzando l’economia reale negando il credito alle imprese, ma sono quisquilie, pinzellacchere.
Voi state tranquilli.
Tutto prende le mosse dalla legge 130/1999 fatta dal governo D’Alema, quella delle “cartolarizzazioni”. Le banche nel loro complesso avevano, dopo la crisi del 1992 (uscita dallo SME per le operazioni speculative contro la lira organizzate dal celebre finanziere Soros attraverso il “Quantum Fund”, con conseguente svalutazione della lira, crisi economica etc) avevano migliaia di miliardi di crediti ipotecari e chirografari di difficile se non impossibile esigibilità. Con la legge 130/1999 gli si consentiva di vendere questi crediti a terzi (appunto la “cartolarizzazione”) e di mettere in perdita la differenza fra il credito vantato (ad esempio 100.000€) e il prezzo di cessione del credito (ad esempio 40.000€), defalcando dall’imponibile fiscale i 60.000€.
Mentre prima il credito “certo e libero” andava dimostrato in tribunale per poter agire contro il debitore ora diventava “certo e libero” su semplice dichiarazione della Banca. Mentre prima era vietato cedere un credito a terzi senza il consenso del debitore ora si poteva cedere questo credito all’insaputa del debitore (con un semplice annuncio in Gazzetta Ufficiale (la Banca X ha ceduto i suoi crediti alla Società Y). E a chi li vendevano questi crediti “certi e liberi” le banche? A se stesse.
Tutte le banche crearono delle Srl con capitale di venti milioni alle quali vendettero crediti per migliaia di miliardi di lire, gli ipotecari al 40% del loro valore nominale, i chirografari al 10% del loro valore nominale. E come pagarono questi crediti le Srl? Con delle “obbligazioni”, cioè con delle “promesse di pagamento”, cioè con delle “cambiali” (nobilitate anche col nome di Derivati ed Hedge Fund, appunto). Cambiali che erano garantite dal credito acquistato e che rimaneva al 100% nei riguardi dell’ignaro debitore.
Capito il meccanismo?
Le banche vendettero a se stesse i crediti sottraendo al fisco il 40% o il 90% dell’imponibile, ma il credito rimaneva al 100% “certo e libero” in quota a una società di proprietà della stessa banca, che però non ci pagava le tasse perchè a bilancio questo “attivo” si sottraeva il “passivo” delle obbligazioni emesse. Ma attenzione: le banche avevano già recuperato fiscalmente questi crediti poiché aveva già conseguito il beneficio degli ammortamenti attraverso il dispositivo degli accantonamenti annuali al fondo di svalutazione crediti e al fondo di rischio. Di quanto? Diciamo mediamente del 70% (accantonamento del 5% annuo sul Fondo Svalutazione Crediti (FSV) e di un altro 5% annuo sul Fondo Rischio Crediti (FRC).
E, di che cifre stiamo parlando?
Le operazioni di cartolarizzazione a partire dal 1999 sono state attuate dalle maggiori banche nazionali, per un ammontare stimato di oltre 300 miliardi di euro, pari a circa 580.000 miliardi di lire, con elusione fiscale derivata che ha aperto una voragine nei conti pubblici di almeno 150 miliardi di euro, pari a 290.000 miliardi di lire.Prima fra tante, la Banca di Roma s.p.a. che nel 1999 ha cartolarizzato oltre 20.000 miliardi di crediti con i multipli delle società da essa controllate Trevi Finance s.p.a. - Trevi 1 e Trevi 2, seguita a ruota dalla Banca Nazionale del Lavoro, che ha ceduto i propri crediti alla S.V.P. Venezia s.p.a. e alla Aeres Finance, che insieme al Banco di Napoli, hanno ceduto i propri crediti alla S.G.C., dal Monte Paschi di Siena che ha ceduto alle varie società satelliti; Banca Intesa che ebbe a cedere decine di migliaia di milioni di euro prima a Intesa Gestione Crediti, operazioni proseguite anche dopo la fusione in Intesa-San Paolo, con la cessione da Intesa Gestione Crediti a Castello Finance, che ha travasato i suoi crediti in Italfondiario, divenuta la più ricca finanziaria, con un portafoglio da recuperare di oltre 26 miliardi di euro.Un’operazione degna di nota è quella compiuta nel 2008 da Unicredit Banca di Roma che ha cartolarizzato un miliardo e passa di crediti con la Aspra Finance.
Capito che roba?


Crediti incagliati, già portati in ammortamento per il 70/80% (e quindi sottratti al fisco), sono ridiventati “veri e liberi” e contemporaneamente sottraendo al fisco la stratosferica cifra di altri 150 miliardi di € (quattro di cinque leggi finanziarie). 150 miliardi di € che per “risanare i conti pubblici” lo Stato deve richiedere ai cittadini, pagati coi nostri stipendiucci, le nostre miserabili paghe orarie (e mi riferisco ai giovani) di 4 o 5 € l’ora. Vogliamo ringraziare il Presidente del Consiglio (e il governo, pure di sinistra (beh, è da ridere no?) che hanno avuto la bella pensata di fare la legge 130/1999?
Ed ora che abbiamo descritto il prologo, vediamo come, oltre a rimettere 150 miliardi di € nei conti pubblici, ne dovremo dare altri 300 miliardi agli squali di Wall Street, su sentenza dei tribunali della Repubblica Italiana. E quindi dove stanno realmente i nostri “Mutui subprime”
Abbiamo spiegato all’inizio che i mutui sub prime erano in realtà crediti inesigibili trasformati in crediti “veri e liberi” per costruirci Castelli Finanziari. E abbiamo citato una serie di società finanziarie italiane (Trevi Finance s.p.a. - Trevi 1 e Trevi 2, S.V.P., Venezia s.p.a., Aeres Finance, S.G.C, Intesa Gestione Crediti, Castello Finance, Italfondiario) che hanno ricevuto centinaia di miliardi di € di crediti che “erano incagliati e inesigibili”, ma sono stati trasformati in “veri e liberi” su semplice dichiarazione delle rispettive banche. 300 miliardi di € di crediti diventati “veri e liberi” che si sono venduti a Wall Street per costruire titoli tossici, ecco i nostri Mutui subprime.
Ed ora che la baracca è crollata Wall Street vuole i 300 miliardi di € di crediti ed ha già iniziato a rivolgersi ai tribunali italiani, che già hanno cominciato a pignorare case, depositi bancari e stipendi ai cittadini italiani ignari.
Spiego il meccanismo usando ad esempio uno di questi soggetti di cui posseggo la documentazione legale e che posso esibire in qualsiasi tribunale per dimostrarlo. Dopo la fusione Banca Intesa-San Paolo le rispettive società che avevano acquistato le cartolarizzazioni (quella di Banca Intesa era “Intesa Gestione Crediti”) hanno venduto i loro portafogli a Castello Finance srl. Che ha sua volta ha nominato “mandataria” Italfondiario spa. Sarebbe che Italfondiario spa riscuote i crediti per conto di Castello Finance srl, in pratica gli incassi sono suoi.
Italfondiario attualmente gestisce attività per circa 27,9 miliardi di Euro per conto di Fortress Investment Group. L’attività di recupero aggressiva, ha funzionato bene non solo per l’attività principale, ovvero la gestione delle sofferenze, ma anche per gli altri settori dell’asset management, come la liquidazione degli immobili, la riscossione delle fatture esigibili e il recupero di mutui incagliati.
(potete controllare, lo dicono loro: http://www.italfondiario.it/about.asp)
E chi è Fortress Investment Group, socio di maggioranza di Italfondiario spa? E’ “Fortress Investment Group” LLC, 1345 Avenue of the Americas, New York, NY 10105, 212-798-6100. E qual è il “business” di Fortress Investment Group? Private Equity e Hedge Fund (http://www.fortressinv.com , potete controllare). E chi sono i procuratori in Italia di Fortress Investment Group? FIG Italia S.r.l. e FCF Consulting Srl. E qual’è la sede legale di Castello Finance srl, Itafondiario spa, FIG Italia S.r.l. e FCF Consulting S.r.l.? Via del Tritone 181 00187 Rome Italy. Tutti allo stesso indirizzo. E che fanno? Tutti la stessa cosa: portano sangue fresco agli squali di Wall Street.
E lo squalo (o il vampiro, se preferite) in questo caso è appunto Fortress Investment Group, una società finanziaria specializzata in titoli tossici (http://en.wikipedia.org/wiki/Fortress_Investment_Group) ma che ha investito anche in Casinò e Corse dei Cavalli, è stata protagonista di uno scandalo per finanziamenti alla politica (beh, tutto il mondo è paese) e che ha avuto la quotazione scesa da 16 a 1,7$ e che sta chiedendo ai “debitori italiani”, per mezzo della sua controllata Italfondiario spa 27,9 miliardi di €, con metodi “aggressivi” (se ne fanno un vanto, nell’ambiente dei casinò e delle corse dei cavalli c’è gente rude, maschia, ci faranno rapire dalla CIA se non paghiamo).
E chi sono i “debitori”?
Siamo noi, io, voi, nessuno può sapere se è stato “venduto” magari per una posizione di venti anni fa, se suo malgrado è “stato dichiarato” debitore di un credito “vero e libero”, se questo debito “dinamico” (perchè lievità come un soufflè per spese varie, interessi anatocistici, avvocati, ci mangiano tutti) è aumentato di cinque, dieci, venti volte. Per cui nessuno per ora sa dagli originari 300 miliardi di € complessivi quanti miliardi pretende Wall Street. Cinquecento, mille?
Conclusioni
Io ho cominciato questa inchiesta perchè mi ci sono trovato vittima, e sono rimasto esterrefatto a scoprire nelle mani di chi ero andato a finire e di chi ero diventato debitore (per una controversia con Nuovo Banco Ambrosiano del 1990, e ormai dimenticata). Prima di correre alla Guardia di Finanza devo ricostruire bene tutta la faccenda, e quindi portare alla luce tutti gli altri organigrammi delle varie reti di truffa e malaffare. Perchè sono convinto che dietro ad ogni banca, dietro ad ogni società di cartolarizzazione, c’è anche uno squalo di Wall Street che ha il diritto, con una legge italiana sicuramente unica al mondo (e dono di un governo “di sinistra”), di esibire una dichiarazione fatta da un altro nel 1999 e costringere il magistrato a depredarvi della casa, dei risparmi, dello stipendio e della salute.
Per adesso sono decine di migliaia di persone che stanno subendo queste infamie, presto saranno centinaia di migliaia: dobbiamo ripagargli 300 miliardi di Euro più gli interessi anatocisti e pure le spese di recupero.
Attenti perchè vi svegliate la mattina e non avete più niente, nemmeno i soldi per fare la spesa come è successo a me.
E intanto il governo (stavolta “di destra”) ci dice di stare tranquilli. Tranquilli a farci macellare.
Andrò fino in fondo, ci sentiamo alla prossima puntata.
Luigi Di Stefano

TI INQUINANO IL CAMPO E TI CHIEDONO I DANNI


Sono i vati della morte di Monsanto
[fonte: mail]
Gli Ogm come non ve li hanno mai raccontati: 4 giornate a Milano, Bologna, Firenze e Roma
Percy e Louise Schmeiser sono una coppia di anziani agricoltori del Saskatchewan (Canada).
Nel 1998 nei loro campi sono state trovate piante di canola (la colza da olio canadese) geneticamente modificata per la resistenza all’erbicida Round Up.Infastidita dall’evento (da decenni selezionava proprie varietà di alta qualità e resistenti ai forti venti che spazzano le prairies canadesi), la coppia si attendeva scuse e una qualche forma di indennizzo.
Al contrario, si è vista chiedere da Monsanto 120.000 dollari per la violazione del brevetto di cui la casa biotech è titolare esclusiva.
La causa, con ingenti spese legali per i due plurisettantenni (con figli e nipotini, del tutto privi del phisique du role dei contestatori), si è trascinata per anni e si è conclusa nel 2004 con la loro condanna. Anche se con una risicata maggioranza di 5 giudici a 4, la Corte suprema canadese ha in-fatti sentenziato che non importava che la violazione di brevetto (o contaminazione, a seconda dei punti di vista) fosse non solo non voluta dagli Schmeiser, ma addirittura sgradita, e che non aveva assolutamente rilievo il modo in cui fosse accaduta. Il solo fatto che sui loro campi si trovasse DNA sotto brevetto era sufficiente a imporre il pagamento dei di-ritti di proprietà intellettuale a favore di Monsanto.
Da allora, la coppia si è impegnata con passione per la presentazione della sua esperien-za, ottenendo nel 2007 il Right Livelihood Award (il premio Nobel alternativo) conferito al Parlamento svedese. “Prima della causa, non avevo mai conosciuto nemmeno un rappresentante di Monsanto. In 60 anni, non avevo mai acquistato le loro sementi e non avevo mai partecipato a un loro incontro”, dice Percy, condannato a essere cliente di Monsanto per sentenza.
Lo scenario preoccupante che si prospetta se non sarà messa mano a una chiara e pun-tuale normativa complessiva, vede per gli agricoltori le cui coltivazioni venissero accidentalmente contaminate da pollini OGM il rischio di vedersi intimare il pagamento di royalties, per il solo fatto di “detenere”, anche se del tutto involontariamente, materiale genetico brevettato.Per i prodotti coltivati in Italia il problema non si pone.
Per ora: in un meeting della Fao, lo scorso gennaio il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha infatti dichiarato: "Personalmente sono totalmente contrario agli OGM, ma il governo ancora non si è espresso sul tema". Aspetti brevettuali a parte, gli Schmeiser ritengono impossibile la coesistenza tra piante OGM e tradizionali: “non è possibile "trattenere" gli OGM: una volta che si introduca una nuova forma di vita nell'ambiente, non c'è più modo di richiamarla indietro. Non si può trat-tenere il vento, né il trasporto dei semi da parte di uccelli, api e altri animali. Gli OGM si dif-fonderanno ovunque con la stessa facilità con la quale è avvenuto nelle nostre prairies”.
“Mia moglie ed io abbiamo 77 e 78 anni. Non sappiamo quanti anni abbiamo ancora a disposizione e come nonni ci chiediamo che tipo di eredità vogliamo lasciare ai nostri nipoti. I nostri nonni e i nostri genitori ci hanno lasciato un'eredità di terra coltivabile. Noi non vogliamo lasciare un'eredità di terra, aria e acqua sature di veleni”.
Percy e Louise Schmeiser saranno in Italia dal 26 febbraio al 4 marzo, chiamati da Natu-rasì, Coop, Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura e dalla Cia –Confederazione Italiana agricoltori.
Ecco il calendario:
26 febbraio ore 18 Milano (Hotel ATA Fiera in Viale Boezio).
Interverranno anche Giulia Maria Mozzoni Crespi (presidente del Fai Fondo per l’ambiente italiano e conduttrice dell’azienda agricola biodinamica Cascine Orsine), Joseph Wilhelm (presidente della so-cietà tedesca di prodotti biologici Rapunzel e promotore della marcia europea No-OGM), Fabio Brescacin (amministratore delegato di Ecor/NaturaSì).
27 febbraio ore 20,30 Bologna (Ambasciatori, via Orefici 19), Interverranno l’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni, il preside della facoltà di Scienze agrarie Andrea Segrè, il presidente di FederBio Paolo Carnemolla e il responsabile Innovazione e valori di Coop Italia Claudio Mazzini.
2 marzo ore 18 Firenze (Ospedale degli Innocenti, piazza SS. Annunziata).Intreverranno Ugo Biggeri (Terra Futura), Maria Grazia Mammuccini, amministratrice dell’Arsia/Regione Toscana e Viviano Venturi, agricoltore custode toscano.4 marzo ore 10,30 Roma (Confederazione italiana agricoltori, Via Mariano Fortuny 20).
Interverranno il presidente nazionale Cia Antonio Politi, il presidente nazionale Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e il presidente di Legacoop agroalimentare Luciano Sita.

LIDL E ALDI FINANZIANO LA CAMPAGNA DI GAZA?

Fonte [http://www.inminds.co.uk/article.php?id=10273]
Trad. N.F
12 gennaio 2009

Circolano catene di mail e messaggi SMS per boicottare i supermercati Lidl e Aldi con l'argomento che:
"I supermercati Lidl e Aldi hanno pubblicamente dichiarato in TV, dalle sedi centrali in Germania, che doneranno i loro proventi a Israele per la guerra a Gaza". La repulsione pubblica per il massacro di Gaza è tale che, temendo un boicottaggio massiccio dei consumatori, le due società hanno reagito tempestivamente e pubblicato dichiarazioni che non finanziano Israele, che le voci che circolano non sono vere.

Il comunicato stampa di Aldi afferma:
"In seguito alla comunicazione di voci infondate, Aldi conferma che non fornisce a Israele nessuna fonte di finanziamento o di aiuto a Israele per il conflitto a Gaza. Aldi non ha mai dichiarato che darà i redditi commerciali a Israele durante il conflitto e tali affermazioni sono del tutto false. Uno dei principi di Aldi è di rimanere indipendente da qualsiasi posizione e situazione politica."
http://www.aldipresscentre.co.uk/content/aldi_does_not_fund_the_israel___gaza_conflictt.aspx
Il comunicato stampa Lidl in tedesco nega semplicemente tali voci:
http://www.lidl.de/cps/rde/xchg/lidl_de/hs.xsl/11530_60559.htm
http://www.aldipresscentre.co.uk/content/aldi_does_not_fund_the_israel___gaza_conflictt.aspx
Bisognerebbe evidenziare che mentre Lidl e Aldi non possono inviare i loro introiti a Israele assieme ad altri supermercati come Tesco, Sainsbury’s, Morrisons, Marks & Spencer, e Waitrose, essi immagazzinano frutta e verdura rubata dai territori occupati palestinesi ed esportati con l'etichetta israeliana Carmel Agrexco. Ad esempio le patate dolci israeliane: "Il principale esportatore israeliano Agrexco invia un fresco lotto di prodotti in Regno Unito per l'inverno... La Gran Bretagna è il principla mercato di Agrexco per le esportazioni di patate dolci, seguita dall'Olanda per la distribvuzione in Europa e Francia. L'esportatore rifornisce Tesco, Sainsbury’s, Morrisons, Marks & Spencer, Waitrose, Lidl e Aldi. "
http://www.freshinfo.com/index.php?s=r&ss=fd&sid=40130

Dobbiamo fare pressioni su questi supermercati perché cessino di vendere prodotti che crescono sulla terra palestinese rubata.
Per maggiori informazioni su come i prodotti palestinesi vengono rubati e finiscono sui nostri scaffali dei nostri supermercati, guardate questo video sulla storia di Zaynab's Story:

Commento: altro che fare pressioni per due prodotti nel supermercato, dobbiamo fare pressioni per dire la verità sul sistema mondiale usuraio che ci governa e per ESIGERE di cambiarlo, a cominciare da noi e dalle nostre scelte quotidiane.
video

CODEX ALIMENTARIUS: Nutrizione globalizzata


Articolo pubblicato sulla rivista “Il Consapevole” n. 17/2008
di Sepp Hasslberger
“Negli ultimi 5 anni sono avvenuti grandi cambiamenti nella consapevolezza globale con opinioni forti sulla globalizzazione e sulle strutture di potere delle multinazionali.”David Korten
Secondo il suo sito ufficiale http://www.codexalimentarius.net/, il Codex Alimentarius fu creato nel 1963 dalla Food and Agricultural Organization (FAO) e l’Organizzazione Mondiale (OMS) con l’intento di sviluppare per il trattamento degli alimenti norme, linee guida e codici di buona pratica sotto un programma congiunto della FAO e dell’OMS. Gli obiettivi di questo programma, sempre secondo il sito, sono la tutela della salute dei consumatori, l’equità del commercio e la coordinazione delle norme per gli alimenti.
Tutto bene a prima vista. Purtroppo le belle parole nascondono una realtà più oscura.
Il Codex Alimentarius è un foro legislativo internazionale sponsorizzato dall’industria che promuove gli interessi delle multinazionali in un mercato globalizzato, piuttosto che la salute dei consumatori o una forma equa di commercio.
Fino a dieci anni fa, pochi avevano sentito parlare del Codex Alimentarius il cui nome latino significa ‘legge alimentare’, se non erano direttamente coinvolti nel noioso lavoro di elaborazione delle norme o nell’adeguamento delle leggi nazionali alle regole Codex, ma poi le cose cambiarono.
Nel 1994, la delegazione tedesca di un comitato relativamente sconosciuto, il Comitato Codex su Nutrizione e Alimenti per Usi Dietetici, propose la bozza di una linea guida per un nuovo tipo di alimenti che negli anni ’80 erano comparsi sui mercati europei e che, ai tedeschi, non sembravano alimenti per niente. Erano tavolette e capsule e contenevano dosaggi di vitamine e minerali che I tedeschi consideravano esaggerati. Queste pillole di vitamine, chiamate complementi alimentari, bioalimenti o integratori alimentari, sembravano medicine alla mente tedesca piuttosto che alimenti salubri come Krauti e Strudel.
La linea guida proposta in seno al Codex mirava alla restrizione dei dosaggi consentiti, cercando di ridurre il tutto alle dosi giornaliere raccomandate (RDA) per ogni sostanza.
Fu ironia della sorte che il concetto dell’RDA, una sorta di minimo indispensabile per ogni nutriente, introdotto nella Germania post-bellica dalle forze di occupazione americane, adesso veniva usato dai tedeschi … per opporre resistenza all’introduzione di integratori di nuova generazione. Il mercato tedesco era molto controllato ma anche molto aperto al mondo farmaceutico. Dopo tutto, i farmaceutici rappresentano, in Germania, un fattore economico non indifferente: i grandi produttori tedeschi di farmaci sono parte integrante dell’economia delle esportazioni, e dello sviluppo miracoloso che l’economia tedesca conobbe dopo la guerra.
Ne consegue che se un alimento slitta nella categoria dei farmaci è principalmente l’industria farmaceutica a trarne benificio.
Per quel che riguarda gli integratori e le vitamine poste sotto la lente del Codex, dobbiamo tenere presente che ne fanno parte anche i tanti preparati vitaminici e di minerali che acquistiamo in erboristeria e che utilizziamo in maniera autonoma (non tramite il consiglio del medico) per il miglioramento della nostra salute.
La globalizzazione
Sebbene gran parte della forza economica si spostò dalla Germania del dopo-guerra agli alleati vittoriosi, specialmente negli Stati Uniti, quando consideriamo il mercato globalizzato, le nazioni non sono gli attori principali. L’industria, dopo decenni di fusioni e acquisizioni della concorrenza, è diventata una forza monolitica. Non fa più parte di una singola nazione e spesso la forza economica di una singola multinazionale supera quella di interi paesi.
Un gruppo di produttori globali resiste il controllo di leggi e governi nazionali, cercando di seguire per la sua strada del profitto riducendo al minimo possibile ogni interferenza ed ogni competizione. Una lobby ben finanziata che prende di mira parlamenti e agenzie di governo lavora sodo per “livellare il campo di gioco” per le multinazionali.
L’industria globale degli alimenti e dei farmaci è innamorata con il Codex. Siccome le sue linee guida spesso servono da base di partenza per l’elaborazione di nuove leggi nazionali, è molto più facile riferirsi al Codex che non convincere ogni singolo paese di cambiare la propria legislazione.
Ufficialmente, l’adeguamento alle regole del Codex è un atto volontario. Però dal 1995, che vide la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), meglio conosciuta con il nome inglese World Trade Organization (WTO), le cose sono cambiate. Qualsiasi paese che non si è adeguato alle norme e che si trova oggetto di una controversia sollevata da un’altro paese rischia di dover pagare pesanti sanzioni. La corte internazionale che decide le controversie commerciali è infatti tenuta a basare le sue decisioni su linee guida internazionali, ove questi esistono. Così in termini pratici, le norme Codex hanno la funzione di legge internazionale.
Additivi chimici, pesticidi e GMO
Il Codex Alimentarius ha più di venti comitati attivi che deliberano su ogni cosa dai mangimi per gli animali ai prodotti della pesca, dalla biotecnologia ai residui di pesticidi consentiti negli alimenti. Non posso che brevemente ricordare questi altri aspetti del Codex, ma giova sapere che essenzialmente stiamo di fronte ad un meccanismo che consente all’industria di farsi le propri leggi a piacere.
Il Codex è un grande promotore di alimenti prodotti con le biotecnologie, meglio conosciuti come alimenti geneticamente modificati o ‘frankenfoods.’ Siccome gli alimenti GMO hanno il sigillo d’approvazione del Codex, è molto difficile per un paese che vuole proteggere la salute dei suoi cittadini di bloccarne l’importazione. Per giustificare le restrizioni, il paese deve affrontare i migliori esperti dell’industria mondiale per portare prove scientifiche della pericolosità di un alimento. L’unione europea, con molta fatica, resiste al Codex sulla questione della modificazione genetica e degli ormoni nella carne.
Possiamo ringraziare a Codex quando troviamo pesticidi e additivi chimici nei nostri alimenti. Gli esperti dell’industria hanno deciso quali livelli di tossine permettere negli alimenti ed è stato Codex a dare carattere ufficiale e permanenza a queste decisioni. Qualsiasi tentativo nazionale di ridurre le tossine o di eliminare la chimica negli alimenti espone il paese al pericolo di sanzioni per violazione dei principi del libero commercio.
Sebbene il Codex abbia un gruppo di lavoro dedicato al problema della resistenza antimicrobiale, non ha proibito l’uso degli antibiotici nel allevamento degli animali. Stiamo affrontando un’emergenza, gli antibiotici perdono la loro efficacia. Sempre nuovi ceppi di batteri sviluppano resistenza agli antibiotici. La causa è conosciuta: la maggior parte degli antibiotici prodotto sono destinati non all’uso medicinale ma all’allevamento di animali da macello e così entrano nella catena alimentare. Codex si dice dispiaciuto ma non proibisce questa pratica.
L’industria e le delegazioni Codex
Come abbiamo visto il Codex è un’agenzia legislativa internazionale, ma le sue procedure non sono per niente democratiche. Di solito le delegazioni nazionali ai vari comitati sono composte da personale ministeriale di medio livello, affiancate da vari esperti dell’industria.
La decisione come votare o quali proposte fare nello specifico viene spesso delegata all’industria.
Molte volte la persona a capo della delegazione non è sufficientemente esperta né ha determinazione di seguire un certo percorso per disattendere i consigli e desideri degli esperti industriali. Le decisioni nei comitati Codex sono consensuali. Quasi mai si vota. Il consenso è l’assenza di un’opposizione sostenuta a una proposta o un testo. Il presidente di ogni comitato può dare la voce ad una delegazione e può chiudere la discussione, negando altri interventi. Questa stessa persona dichiara quando il consenso è raggiunto e decide quando passare al prossimo punto dell’agenda.
In conseguenza, il testo elaborato lascia molte delegazioni insoddisfatte perché le loro proposte non furono accettate e la loro opposizione non riceve l’attenzione che dovrebbe. In questo senso, il Codex non ha alcun senso di democrazia. Lavora al di fuori delle procedure legislative nazionali e può perfino ignorare o sorpassare dagli interventi diretti di delegazioni nazionali. La presenza di ONG (organizzazioni non governative) che rappresentano certi interessi dà una parvenza di democrazia, ma la loro voce è senza alcun potere. Le ONG non votano e la loro opinione non conta quando si decide se è stato raggiunto o meno un consenso.
Integratori alimentari
Ci è voluto un intero decennio, dal 1994 al 2004, per elaborare il testo sugli integratori alimentari. La conferma finale arrivò l’anno dopo in una riunione plenaria della Commissione Codex a Roma. La linea guida fu accettata ufficialmente il 4 Luglio del 2005. Il vincitore della prima manche è la Germania, ovvero la sua industria farmaceutica. Sebbene la proposta era del 1994, solo dopo il passaggio di una legge europea, la direttiva sugli integratori alimentari del 2002, era possibile unire le forze per far approvare il testo contro la continua resistenza della delegazione USA. Dopo il passaggio della direttiva europea tutti gli stati membri europei hanno dovuto dare sostegno ad un’unica voce, che rispecchiasse il nuovo testo della legge europea.
La linea guida sugli integratori finalmente è passata, attraverso la pressione esercitata da tutti e quindici Stati membri dell’Unione; con il sostegno di Rolf Grossklaus, presidente tedesco del Comitato Codex e Basil Mathioudakis, funzionario nel direttorato consumatori e salute della Commissione Europea.
Seconda manche
La vittoria dei tedeschi nel giorno americano dell’indipendenza del 2005 era soddisfacente, ma non era una disfatta dell’industria USA. Il testo approvato non ha denti: ancora mancano livelli di dosaggio definitivi ai quali limitare gli integratori. Non è stato possibile stabilire limiti, però c’è stato un accordo rispetto al prosieguo della valutazione scientifica dei rischi di certi dosaggi di nutrienti.
E’ vero che su alcuni nutrienti bisogna stare attenti alle dosi, ma è altrettanto vero che gli integratori di vitamine e minerali sul mercato oggi non presentano problemi di sorta. Questi nutrienti sono più sicuri addirittura degli alimenti comuni e nelle statistiche delle cause di morte neanche compaiono. Ciononostante, il processo di valutazione dei rischi che dovrà definire livelli massimi consentiti per vitamine e minerali, è molto simile al processo di valutazione delle tossine chimiche.
Ricordiamoci che non ci sono effetti positive sulla salute delle tossine chimiche e quindi ogni effetto avverso è importante. Invece i nutrienti sono indispensabili per la vita: ogni valutazione di un possibile lontano rischio deve perlomeno tenere conto dei tanti benefici apportati da vitamine e integratori. E’ su questo punto che vertono le discussioni attuali: trovare un dosaggio limite per ogni nutriente che renderà illegali, e perciò non più disponibili, dosaggi più alti.
Trasparenza e scienza onesta
Gli integratori sono diventati oggetto di un gioco politico. Ci sono i paesi restrittivi quali la Germania e la Francia, la Grecia, la Danimarca la Norvegia e altri che invece sono più aperti quali gli Stati Uniti, l’Inghilterra, il Sudafrica, la Svezia e l’Olanda. Il problema in discussione sembra essere “la mia industria è migliore della tua” invece che “troviamo la strada per migliorare la salute umana”.
Credo che sia necessario portare trasparenza e onestà scientifica in questo processo. Finché la scienza sarà subordinata all’industria e le ricerche possono essere ‘aggiustate’ per soddisfare i desideri dell’industria, finché il buon profitto delle industrie determinerà le norme internazionali, finché un gruppo di multinazionali potrà dirci che cosa mangiare e che cosa no, saranno tempi molto duri per tutti noi.
Abbiamo bisogno di scienziati indipendenti e di una procedura più equilibrata per formulare le norme internazionali.
Abbiamo bisogno di una profonda riforma del Codex!
Sepp Hasslberger
www.newmediaexplorer.org/sepp/
Articolo pubblicato sulla rivista “Il Consapevole” n. 17/2008
Nota:
La maggior parte delle informazioni in questo articolo è basata sulla mia esperienza personale. Le opinioni espresse sono maturati durante più di un decennio di partecipazione in numerose riunioni di gruppi industriali, NGO e comitati Codex. Questo articolo, scritto in inglese, fu ultimato l’8 Agosto 2008, e la traduzione, fatta per la rivista Consapevole risale al 14 Agosto. Lo scritto è nel pubblico dominio, può essere ripubblicato intero o in parte, e può essere rielaborato per far parte di un nuovo articolo.
Siti web da vedere su Codex:
Sito ufficiale Codex Alimentarius: http://www.codexalimentarius.net/
National Health Federation (in inglese): www.thenhf.com/codex.html
American Holistic Health Association (inglese): http://ahha.org/codex.htm
La Leva di Archimede: http://www.laleva.org/it/legislazione/leg_internazionale.html
Sepp Hasslberger
www.newmediaexplorer.org/sepp/
[FONTE: laleva]

venerdì 13 febbraio 2009

NO DAL MOLIN: Vicenza sotto assedio, resiste


E mette in vendita il terreno del presidio ai cittadini


[FONTE: www.nodalmolin.it ]
Vicenza, la democrazia è stata sospesa; la città è messa sotto tutela militare (leggi l'articolo http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_15.html) e il movimento che si batte contro la nuova base statunitense è stato definito dal Questore "un'associazione per delinquere", mentre centinaia di persone sono state denunciate per violenza privata per aver bloccato pacificamente dei camion.

Ma sabato [14 febbraio] la Vicenza che si sente spazio di democrazia e partecipazione torna in piazza (leggi il comunicato http://www.nodalmolin.it/comunicati/comunicati_274.html e l'appello http://www.nodalmolin.it/notizie/notizie_16.html) e, nel frattempo, le donne e gli uomini del Presidio Permanente si preparano a mettere radici al Dal Molin, acquistando il terreno su cui sono montati i tendoni e che dovrà essere espropriato per realizzare l'ingresso a nord della base. Un acquisto, dunque, non solo per dare stabilità alla mobilitazione contro la nuova base Usa, ma anche per mettere un granello di sabbia nel meccanismo della militarizzazione.


Tutti possono partecipare all'acquisto collettivo di questo terreno. Come? Le indicazioni sono all'indirizzo http://www.mettiamoradicialdalmolin.blogspot.com/ (leggere attentamente)Un piccolo pezzo di terra da cui impedire la guerra. Un piccolo pezzo di terra per non arrendersi all'imposizione e alla militarizzazione!
http://www.nodalmolin.it/



METTIAMO RADICI AL DAL MOLIN: ACQUISTIAMO UN PEZZO DI PRESIDIO


[FONTE: http://www.mettiamoradicialdalmolin.blogspot.com/ ]
Alle migliaia di donne e uomini che, da tutta Italia, hanno affiancato con il proprio sostegno e con la propria partecipazione la mobilitazione dei vicentini contro la costruzione della nuova base USA, chiediamo di contribuire alla realizzazione del nostro progetto di acquistare un terreno per il Presidio No Dal Molin.Abbiamo alle spalle più di due anni di lotta,iniziative ed azioni, tutte rivolte ad un unico obiettivo: bloccare la costruzione della nuova base militare. Tutto ciò è stato sinora possibile grazie all’impegno di centinaia di donne e uomini che hanno unito i loro sogni, speranze ed ideali in un unico luogo di ritrovo, discussione e socialità: il Presidio Permanente che dal 16 gennaio 2007 è il simbolo di una lotta comune.



Ora questo luogo, simbolo e punto di riferimento per tutti coloro che, a Vicenza ed altrove, si impegnano nella difesa dei beni comuni e della pace, deve essere rafforzato, uscendo dalla precarietà vissuta fino ad oggi.



Il periodo che ci aspetta è decisivo per bloccare la nuova base Usa, ed il rischio di non avere un luogo fisico per il Presidio finirebbe per mettere in difficoltà la lotta che da oltre due anni stiamo conducendo, rendendola più debole. La posta in gioco è quindi troppo alta, e l’autosostegno economico dei vicentini, che ha permesso al Presidio di continuare caparbiamente ad esistere, oggi non basta più: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.


L’intenzione è quella di acquistare, tutti assieme, un terreno adiacente all’area Dal Molin per far sì che il Presidio metta radici e diventi definitivo. Per far questo, oltre alla solita determinazione e piccola vena di follia, servono somme ingenti: per questo rivolgiamo un appello a tutte e tutti, in Italia e all’estero, perché ci aiutino contribuendo con l’acquisto di una o più quote da 100 Euro per il nuovo Presidio o, in alternativa, divenendo “sostenitore attivo” con il versamento di 50 Euro (25 Euro per studenti e precari).



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giovedì 12 febbraio 2009

RICREAZIONE ORIENTALE

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La cultura medio orientale ha molto da insegnarci... una marcia in più, non solo per la concezione delle banche e il divieto di fare soldi dai soldi...

Il fanatismo musulmano è una ideologia che vi si è trapiantata come un virus introdotto da alcuni per determinati scopi, come ad esempio il divide ut impera; le religoni sono da sempre impiegate per controllare le popolazioni.

Anche i palestinesi sono (o erano) sempre stati moderati, hanno coabitato per secoli con cristiani ed ebrei sulla loro terra, con mentalità non troppo diverse dai nostri nonni siciliani. Poi sono successi tanti fatti che hanno fatto scoppiare e proliferare il virus - di cui il terrorismo sionista. Un virus estraneo in un corpo indigeno.

Nicoletta

martedì 10 febbraio 2009

GUERRA VIRTUALE CON MORTI VERI

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FINCHE C'E' VITA C'E' SPERANZA?

Fare morire di fame ma soprattutto di disidratazione una persona in stato vegetativo a ben pensarci è veramente da "inorridire", soprattutto quando ci si rende conto, guardando il filmato sotto, che lo stato vegetativo è tutt'altro che un coma profondo o una sorta di morte, come molti giornalisti ci hanno voluto fare credere. Più una forma di grave invalidità.
Perché in un caso così mediatizzato - anche per volere del padre nella sua battaglia per ottenere una legge sul testameto biologico - non ci sono mai stati mostrati filmati della ragazza in stato vegetativo? Forse perché ci saremmo commossi, rendendoci conto di quanto era viva e di quanto può avere sofferto nelle ultime ore della sua vita? Il dubbio è lecito anche se i sostenitori dell'eutanasia ribatteranno con l'inglese e abusato diritto alla privacy...
Come mai proprio oggi nei giornali si parlava di un'agonia di una ventina di giorni mentre è sopraggiunta solo dopo quattro giorni?
Provo pietà e rabbia per un padre che non è più capace di sperare e di immaginare a causa dei suoi limiti umani - che potrebbero essere i nostri - e che decreta, pur non avendone l'autorità ma solo una potestà paterna illimitata, che sua figlia non ha più speranze, e che è degna di morire di fame e di sete.

Colpisce l'assenza di sua madre, che consumandosi da anni per un tumore al seno e una recidiva, rischia adesso veramente di morire di dolore.
Per un caso come questo, tanto mediatizzato, quanti altri casi esistono in attesa di una soluzione, o già "risolti" nell'anonimato e l'incomprensibilità di atti "tecnici"?

Quanto costa a un familiare e allo Stato mantenere una persona attaccata a una macchina? Si è morti quando la curva del cervello è piatta ma il cuore continua a battere, come sostengono i mercanti di organi da espiantare? O viceversa? Quanti tipi di coma e di stato vegetativo esistono? Quali sono le casistiche dei relativi risvegli?

Finché c'è vita c'è speranza. Lo dico da agnostica.
La vita è sacra, esistono i miracoli, non si sa perché ci si ammala e spesso si guarisce per ragioni ignote.

La vita è sacra, e non c'è bisogno per questo di schierarsi né con il papa né contro di esso.

La vita è sacra, è un'ovvietà, e di amore e cura va circondata, perché alla fine è l'unica cosa che rimane, riscalda e da' senso alla vita. E' sacra per il mistero che l'avvolge, è sacra perché di questa ne abbiamo una sola - e anche ne avessimo di ricambio non ci è dato di sapere -, è sacra perchè è unica e imprevedibile. Solo la morte è prevedibile. Accelerarla è l'atto di mancanza di immaginazione più tetro che ci sia.
Nicoletta Forcheri

[fonte video: http://www.salvatorecrisafulli.it/ ]



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Permalink: http://www.zenit.org/article-17105?l=italian

Eluana non ha mai espresso la volontà di morire

Importanti rivelazioni del fratello di Salvatore Crisafulli

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 6 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Con una lettera corredata da foto, inviata alla redazione del “Tgcom”, Pietro Crisafulli, fratello di Salvatore, che nel 2005 si risvegliò dopo due anni di stato vegetativo nel quale era caduto in seguito a un grave incidente stradale, ha rivelato che Eluana non ha mai espresso la volontà di morire in caso fosse rimasta disabile.Nella lettera, ripresa anche dal quotidiano dei Vescovi italiani, “Avvenire”, Pietro ha scritto: “In questi giorni di passione e sofferenza, nei quali stiamo seguendo con trepidazione il ‘viaggio della morte’ di Eluana Englaro, non posso restare in silenzio di fronte a un evento così drammatico”.

“Era il maggio del 2005 quando per la prima volta ho conosciuto Beppino Englaro. Eravamo entrambi invitati alla trasmissione ‘Porta a Porta’. Da quel giorno siamo rimasti in contatto ed amici, ci siamo scambiati anche i numeri di telefono, per sentirci, parlare, condividere opinioni”.“Nel marzo del 2006 andai in Lombardia, a casa di Englaro, in compagnia di un conoscente. Dopo l'appello a Welby da parte di Salvatore, Beppino capì che noi eravamo per la vita. Da quel momento le strade si divisero”.

“All'epoca anch'io ero favorevole all'eutanasia - racconta Pietro Crisafulli -. Facemmo anche diverse foto insieme, e visitai la città di Lecco. Nella circostanza Beppino Englaro mi fece diverse confidenze, tra le quali che i rappresentanti nazionali del Partito Radicali erano suoi amici”.“Ma soprattutto, mentre eravamo a cena in un ristorante, in una piazza di Lecco, ammise una triste e drammatica verità”, afferma.

“Beppino Englaro – rivela – si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che ‘non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire’. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni”.“Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti – aggiunge –. Entrò anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l'unica soluzione era farla morire e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico”.

“In quella circostanza anch'io ero favorevole all'eutanasia e gli risposi che l'unica soluzione poteva essere quella di portarla all'estero per farla morire, in Italia era impossibile in quanto avevamo il Vaticano che si opponeva fermamente”. “Ma lui sembrava deciso, ostinato e insisteva per arrivare alla soluzione del testamento biologico, perché era convinto che con l'aiuto del partito dei Radicali ce l'avrebbe fatta”, prosegue poi.

“Questa è pura verità. Tutta la verità. Sono fatti reali che ho tenuto nascosto tutti questi anni nei quali comunque io e i miei familiari, vivendo giorno dopo giorno accanto a Salvatore, abbiamo fatto un percorso interiore e spirituale”. “Anni in cui abbiamo perso la voce a combattere, insieme a Salvatore, a cercare di dare una speranza a chi invece vuol vivere, vuol sperare e ha diritto a un'assistenza e cure adeguate. E non ci siamo mai fermati nonostante le immense difficoltà e momenti nei quali si perde tutto, anche le speranze”.“E non ho mai reso pubbliche queste confidenze, anche perché dopo aver scritto personalmente a Beppino Englaro, a nome di tutta la mia famiglia, per chiedere in ginocchio di non far morire Eluana, di concedere a lei la grazia, fermare questa sua battaglia per la morte, pensavo che si fermasse, pensavo che la sua coscienza gli facesse cambiare idea”.

“Noi tutti siamo senza parole e crediamo che il caso di Eluana Englaro sia l'inizio di un periodo disastroso per chi come noi, ogni giorno, combatte per la vita, per la speranza”, “per poter smuovere lo stato positivamente in modo che si attivi concretamente per far vivere l'individuo, non per ucciderlo”, conclude poi.

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