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sabato 7 marzo 2009

Evasione dall'idiozia. Marco della Luna


Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo - un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.
Per prepararsi in modo razionale a prendere posizione sul tema dell’evasione fiscale in Italia, si dovrebbe riflettere su tre questioni che hanno un carattere preliminare:

1-Perché non far emergere l’enorme evasione fiscale delle banche sul signoraggio secondario, attuata col mettere al passivo uscite inesistenti delle somme che fingono di prestare, come illustrato nei miei saggi “Euroschiavi” e “La Moneta Copernicana”? Perché non far emergere e recuperare il reddito occulto da signoraggio primario delle banche centrali, attuato col mettere al passivo il denaro circolante, come evidenziato anche da Paul Krugman a pag. 239 del suo Economia Internazionale II?

2-Pagare le tasse significa dare denaro in gestione ai politici. Come usano il denaro gli evasori? E come lo usano i politici? Chi dei due lo usa in modo più conforme all’interesse della nazione? Cioè, la nazione ha più beneficio se un imprenditore evade il fisco per il 10% del suo reddito e usa il conseguente risparmio fiscale per contenere i prezzi e restare sul mercato nonostante la concorrenza cinese e l’inefficienza dello Stato italiano, oppure se quel reddito viene pagato in tasse, ossia viene versato allo Stato e viene quindi gestito dai politici italiani che sappiamo come lo gestiscono?

3-Quali conseguenze avrebbe l’impossibilità di evadere per le imprese e per i lavoratori dipendenti che oggi evadono, e sull’andamento dell’economia? Che effetti avrebbe, sui loro costi di produzione e sulla competitività, l’impossibilità di evadere il fisco e i contributi? Riuscirebbero egualmente a restare sul mercato e a conservare il posto di lavoro e il reddito, oppure non ci riuscirebbero più? E quali conseguenze avrebbe ciò non solo per quelle imprese e quei lavoratori, ma per tutta la società? E quali conseguenze avrebbe, invece, un aumento dell’evasione, sull’economia e sulla recessione? Malefiche o Benefiche?

Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo - un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.

E’ del resto palese che:
Tasse e contributi, per le imprese, costituiscono un costo di produzione - un costo elevatissimo.
Se un’impresa riesce a evadere il 30%, come mediamente fanno le imprese, significa che riduce i costi di produzione del 30%. Molte imprese riescono a stare sul mercato, nonostante i vari fattori negativi (costo e inefficienza della burocrazia, costo e scarsità del credito bancario, costo dell’energia, concorrenza straniera, ecc.) proprio grazie a questo risparmio.
Se il governo le impedisce di realizzare questo risparmio, l’impresa si ritrova con costi di produzione aumentati del 30%.

A questo punto, l’imprenditore si trova costretto a scegliere tra diverse opzioni, tutte distruttive per l’economia nazionale:
- aumentare i prezzi;
- chiudere l’impresa;
- trasferirsi all’estero;
- tagliare su investimenti e costi;
- passare al nero totale.

Più precisamente:
Se i costi di produzione aumentano del 30%, allora anche i prezzi devono aumentare del 30%. Il che si traduce in costi e servizi più cari del 30%. Per la gioia dei consumatori.
Ma se l’impresa in questione aumenta i suoi prezzi del 30%, quasi sicuramente non riuscirà più a vendere, uscirà dal mercato, e dovrà chiudere, licenziare, cessare la produzione, quindi smettere di pagare tasse e contributi che prima pagava. I suoi dipendenti rimarranno disoccupati, a carico della collettività. L’imprenditore, se può, trasferirà la sua attività in un paese straniero dove la tassazione è bassa e il costo del lavoro è pure basso - che so, la Slovacchia, la Romania, la Tunisia. Porterà con sé capitali, tecnologia, i suoi collaboratori più qualificati. E dall’estero farà concorrenza all’Italia, creando ulteriori difficoltà alle imprese che sono rimaste in questo paese. Ma questo è proprio ciò che moltissime imprese hanno già fatto e molte altre stanno facendo, e lo fanno soprattutto per le eccessive tasse italiane!

Alcuni imprenditori cercheranno di sopravvivere in Italia, riducendo il margine di profitto e tagliando le spese al massimo - ossia licenziando i lavoratori non indispensabili e rinunciando agli investimenti e all’innovazione, quindi destinandosi a diventare obsoleti in breve tempo.
Altri imprenditori decideranno di passare interamente al nero, all’evasione totale.
E in quanto all’altro grande ambito di evasione, ossia coloro che, pensionati o no, lavorano in nero, e coloro che fanno un doppio lavoro, e coloro che lavorano a tempo pieno con un contratto part-time.
Queste persone riescono a lavorare perché non pagano tasse né contributi sul loro lavoro nero. Se dovessero pagarli, il loro lavoro costerebbe d’un tratto il 90% circa in più tra tasse e contributi, e non sarebbe più conveniente. Alcuni (pensionati, pubblici dipendenti) non avrebbero nemmeno il diritto di fare il lavoro in questione. Perciò molti di questi lavoratori dovrebbero cessare l’attività, perdendo il relativo reddito. Ma questo reddito è spesso necessario a sostenere le spese di un mutuo, o dello studio di un figlio, o le rate di un leasing. Le conseguenze sono immaginabili.

Ovviamente, non è che i nostri ministri ignorino queste elementari considerazioni. Sanno benissimo che una lotta efficace all’evasione produrrebbe il collasso economico, non benefici per la collettività. Ma il loro fine è, appunto, molto diverso dal bene della collettività. È il bene dei loro mandanti. La Casta tende a massimizzare l’imposizione fiscale, non la quantifica secondo esigenze oggettive - crea queste esigenze in modo illegale per potersi impadronire del reddito dei cittadini, arricchirsi e ricattarli. Anche attraverso il signoraggio e l’indebitamento pubblico.

Del resto, l’evasione, nel Nord Italia, è mediamente del 13% - più bassa che in Germania, Austria e altri paesi concorrenti. Nel Sud, invece, supera il 50%. Ma i controlli si concentrano solo al Nord. Non nelle basi della mafia. Il vero scopo, non confessato ma facilmente constatabile, della campagna fiscale dell’ultimo governo Prodi, era costringere le numerosissime piccole imprese, soprattutto venete e lombarde, a chiudere, sia per eliminare una classe sociale che vota contro quella Casta politica, sia per fare spazio alle grandi imprese industriali, di servizi e alla grande distribuzione e alle publica utilità companies consociate alla politica, alle pseudo-cooperative. Ossia a tutto ciò che è gestito dai partiti statalisti e dai sindacalisti.In effetti l’elettorato della sinistra, che non brilla per informazione né per realismo, e che è legato a concezioni arcaiche dell’economia e dello Stato, crede che l’imprenditore si lasci spremere, quindi vota per queste politiche sbagliate. Invece l’imprenditore, soprattutto se possiede idee, tecnologie, e capitali, se ne va - pianta in asso l’apparato statale che gli mangia addosso, che lo mette in condizione di non poter investire, di non poter guadagnare. Le persone di mentalità statalista non hanno ancora capito che i capitali e le capacità emigrano. Licenziano, chiudono, emigrano e poi vanno a fare concorrenza dall’estero. Solo i più piccoli, i più deboli, i più vecchi, i meno dotati rimangono nonostante tutto.

Il Gazzettino di Rovigo di oggi dà notizia che ieri i militi della Guardia di Finanza hanno condotto una intensa lotta all’evasione fiscale controllando i bottegai e infliggendo sanzioni a 94 di loro per inosservanza degli obblighi circa gli scontrini fiscali (che, come sappiamo, sono emessi sempre o quasi, ma i clienti non li prendono o li buttano subito via). Capire che quella non è lotta all’evasione ma una presa per i fondelli da parte del regime della partitocrazia ladra e fedele agli interessi della finanza predatrice, è già evadere dall’idiozia.
04.03.09 - Marco Della Luna
[Articolo originale: http://marcodellaluna.info/sito/?p=82]
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