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Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

martedì 30 giugno 2009

Il Manifesto alla guerra di Persia

Fonte: campoantimperialista

II
Pontificano da quarant’anni su quel che dovrebbero fare i comunisti e la sinistra, con l’unico risultato di aver contribuito all’attuale campo di rovine. A volte criticano il bipolarismo, ma sempre l’accettano ritagliandosi un angolino in cui sopravvivere.
Negano il ruolo delle resistenze popolari all’imperialismo. Si esaltano per Obama, enfatizzando i sui discorsi ed occultando le sue guerre.
Ce ne sarebbe abbastanza. Ma ora, con la loro partecipazione alla campagna di demonizzazione dell’Iran, hanno davvero passato il segno.

Il Manifesto è completamente schierato con la propaganda occidentale. Nei suoi articoli non c’è il minimo spazio per l’altra parte – i due terzi dell’Iran – né c’è posto per il minimo dubbio.
Nei suoi articoli non c’è traccia delle mire occidentali, né di quelle sioniste, e neppure degli interessi rappresentati dal clan mafioso che fa capo a Rafsanjani. C’è solo il comodo chiaroscuro di manifestazioni di “giovani e donne” contrapposte ad un cupo regime clericale.

Avevano iniziato nel 2005, in perfetta sintonia con il resto del circo mediatico, chiamando “antisemitismo” l’antisionismo di Ahmadinejad. Ma ora si assumono una responsabilità ancora più grande, avallando una campagna che prepara la guerra.
Per il Manifesto Ahmadinejad è un dittatore, mentre le elezioni sono state certamente falsate da brogli colossali orditi dal regime degli Ayatollah. Che a quel regime siano più interni Rafsanjani e Moussavi, piuttosto che Ahmadinejad, al Manifesto non interessa proprio. Magicamente, controllando un apparato che non controlla, Ahmadinejad avrebbe fatto apparire dal nulla almeno 11 milioni di voti.
E milioni sarebbero i manifestanti. Come quelli del PD nell’ottobre 2008, viene da chiedersi?

All’occidente piace la democrazia dove vincono gli amici. Se invece perdono si urla ai brogli. Ci dimentichiamo del Venezuela? E che dire delle elezioni in Palestina, dove si è bellamente deciso di riconoscere come legittimo il governo Quisling di chi era stato sconfitto?
Ricordare tutto ciò al Manifesto è evidentemente tempo perso.
Ma qui è in gioco la sovranità e l’integrità di un paese. Anche se al Manifesto sembrano non saperlo è in ballo una guerra.

E allora, a chi esibisce come un’icona la foto un po’ troppo perfetta di una giovane manifestante uccisa, ci permettiamo di ricordare le “fosse comuni di Timisoara” costruite con la riesumazione di cadaveri che lì giacevano da tempo, l’inesistente pulizia etnica del Kosovo, le fantasmagoriche armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein, la leggenda del “cormorano incatramato” costruita dalla Cnn per mostrare un Iraq pronto ad inquinare il mondo intero pur di non arrendersi. E potremmo continuare.

Ma al Manifesto non guardano al passato. Loro sono immersi nel presente. Le guerre americane non sono più cattive come ai tempi di Bush, la cui principale colpa – viene da pensare – era per costoro la sintonia con Berlusconi. Le guerre americane di oggi sono buone. E se i droni di Obama fanno quasi cento morti al colpo tra i civili afghani o pachistani poche righe nelle pagine interne sono più che sufficienti.
Questo sì che è giornalismo! E di sinistra!

A tutto c’è un limite. E quelli del Manifesto l’hanno superato. Lasciamoli al loro destino. Politicamente sono morti, ma possono ancora fare dei danni.
C’è solo una piccola azione di igiene politica e mentale da compiere: smettere di comprargli il giornale. Hanno Obama e la sinistra sionista dalla loro e non hanno dunque bisogno degli antimperialisti. Ma quel che è certo è che gli antimperialisti e chi si sostiene le lotte ed i diritti dei popoli non hanno bisogno di loro.

Madoff capro espiatorio per salvare la casta bancarie


Oltre a Madoff bisogna punire anche le banche
di Nicola Porro - 30/06/2009

Fonte: il giornale [scheda fonte]

La prigione sarà anche la tomba per Bernard Madoff. Sarebbero bastati anche meno dei 150 anni di condanna ottenuti ieri, per raggiungere lo stesso macabro risultato. Il giudice Chin l’ha paragonato al diavolo. E ha dunque letto un condanna, come si dice in questi casi, esemplare. Tutt’altro che originale per il sistema giudiziario americano. Due famosi attori della new economy, come Ebbers e Rigas, potranno uscire dal carcere solo se riusciranno a soffiare sulla centesima candelina del proprio compleanno.
La prima considerazione è ovvia. E riguarda i quattrini e la certezza della pena in America. Da quelle parti non si scherza. Rubare (ed evadere) è gravissimo: non si tratta di un reato di serie B. Al contrario. Non vi è nessuna accondiscendenza a chi si macchia di tali delitti. Un sondaggio istantaneo fatto ieri dal Wall Street Journal on line diceva che più del 60 per cento degli intervistati era d’accordo sulla durata della pena. E addirittura il 22 per cento la riteneva insufficiente. Di più c’è solo la pena di morte: ma immediata, non a scoppio ritardato come quella che subirà da oggi Madoff. Inoltre le pene in America si scontano. Nessun beneficio: non ci sono attenuanti, malattia e anzianità.
Chi oggi celebra l’esemplarità del giudice Chin, si faccia due calcoli sul nostro sistema e sulla rete di indulgenze, anche mentali, a cui siamo abituati (e forse formati) noi latino-europei.
Ma la storia a nostro avviso non finisce qua. Facciamo subito una premessa: cercare di andare oltre, non vuol dire fermare lo spedito andamento del processo Madoff. Il punto è che non basta. Sotto due aspetti, principalmente: di coloro che lavoravano con il Diavolo e di un sistema che sembra assolversi una volta individuato un sanguinoso capro espiatorio.
Un fratello, la moglie e due figli, più o meno, lavoravano con il diavolo. E su questi transeamus. Ma è mai possibile che le centinaia di operatori che smistavano la droga finanziaria di Bernie fossero tutte mammolette? Non si vuole ingenerare una cultura del sospetto. Si vuole semplicemente dire che solo un consulente esterno è stato incriminato. Per gli altri nulla di nulla. Lo spaccio, in buona sostanza, è stato fino ad ora considerato legale.
Identificare un diavolo, condannarlo alla sepoltura, rischia di rendere opaca la catena delle responsabilità. Il diavolo è in grado di fare tutto da sé: autonomamente. Dal punto di vista tecnico-economico vi è infine una conseguenza perniciosa. Chi avesse rifiutato di smerciare la droga e dunque avesse detto ai propri clienti che il dieci per cento di rendimento all’anno non è possibile garantirlo, non avrebbe oggi il corretto riconoscimento della propria prudenza. Molti degli investitori di Madoff infatti sono entrati e usciti dai suoi fondi e dunque hanno ricavato benefici ingiusti. Che infatti potranno essere riconsiderati.
C’è un secondo aspetto più vasto. E riguarda il sostanziale fallimento del sistema bancario americano che ha pericolosamente ballato con il debito. I vertici delle principali banche americane sono ancora là al loro posto. Il nocciolo scelto dei Rubin-Summers-Geithner sta ridisegnando le regole della corporate America, proprio in virtù del fatto che sono stati loro a crearne di sbagliate nel passato. La questione della mancanza di regole è solo una scusa. Il punto è piuttosto il comportamento individuale di alcune banche d’affari americane che hanno tirato la leva (i debiti rispetto al patrimonio) fino all’impossibile e che oggi si stanno facendo pagare il conto dai contribuenti americani. Insomma Madoff si merita la galera. Eccome. Ma l’America puritana che beve la birra ma la nasconde nel cartoccio, ha voluto trovare in lui qualcosa di più che un grande truffatore. L’idolo piuttosto da sacrificare sull’altare di un establishment finanziario che anche grazie a ciò continua ad essere sulla cresta dell’onda.
Madoff in galera, i vertici delle banche che lo alimentavano ancora in piedi, e chi lo doveva controllare al suo comodo posto. Un diavolo che non sapeva, evidentemente, di zolfo.

Bernard Henry Lévy alle crociate

[fonte:http://www.alessandracolla.net/ ] di Alessandro Colla e www.ariannaeditrice.it

levy080303_560Adesso sì che siamo tranquilli. Bernard-Henri Lévy ha definito “fascista” senza mezzi termini il presidente iraniano Ahmadinejad, il suo governo e la sua politica.
Non ci voleva altro per legittimare urbi et orbi, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, l’ennesima crociata dell’Occidente contro il nuovo nemico principale — che dico? principalissimo, anzi unico e solo.
Fa venire i brividi pensare all’immenso potere che può essere scatenato da una paroletta — altro che flatus vocis, povero Roscellino.
E più ancora fa rabbrividire pensare che basta agitare uno straccio (nero, in questo caso) davanti al naso di tanti torpidi buoi per trasformarli in tori scalpitanti.
Auguri, presidente.

Quando gli antischiavisti erano schiavisti

O quando le verità dei giornali ufficiali coincidono con quelle dei “complottisti”.
E viene a galla la morale rovesciata e il doppiogiochismo dell’elite finanziaria mondiale .

NF

[fonte: http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26872 corriere.it ]
Autore: Fabio Cavalera

Rivelazioni sui pionieri della City in documenti segreti dell’Ottocento

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Gli «antischiavisti» erano degli schiavisti. Centinaia di documenti con il marchio «T71», conservati negli Archivi di Stato, mettono con le spalle al muro due fra i nomi che hanno scritto la storia della City e della grande finanza. Natham Mayer Rothschild e James William Freshfield, vissuti nella prima metà dell’Ottocento, hanno avuto per quasi due secoli il profilo di bravi precursori del capitalismo illuminato, fermi oppositori della brutalità schiavista. Oggi le loro biografie sono da rivedere sotto lenti ben diverse. Questo cambiamento lo si deve a Nick Draper che ha lavorato alla banca d’affari «JP Morgan» per venticinque anni ma che, una volta abbandonata la scrivania del prestigioso istituto per dedicarsi ai suoi interessi di storico dell’economia all’University College di Londra, ha cominciato a indagare sui rapporti fra la City e il traffico di uomini e donne deportati dalle colonie.

Un tema che viene affrontato con molta cautela negli ambienti dell’alta finanza londinese, perché, dietro ad alcuni dei bei nomi delle famiglie che hanno trasformato il «Miglio Quadrato» sulla sponda nord del Tamigi nel crocevia del business mondiale, vi possono essere imbarazzanti percorsi di arricchimento e che inconfessabili relazioni intrattenute con chi fece fortuna mettendo i ceppi alle caviglie e ai polsi di milioni di africani. Gli eredi e i successori, in molti casi, hanno riparato con fondi a sostegno delle popolazioni nere povere e riconoscendo le colpe dei fondatori. In altri casi, quelle vergogne sono rimaste sepolte e blindate. I Rothschild, ad esempio, dinastia di banchieri che ha cominciato ad operare in Inghilterra nel 1808, e i Freshfields, dinastia di illustri e potenti avvocati che conosce i segreti della City e che vanta una ragnatela di 2600 legali associati oltre a una infinità di studi sparsi in ogni angolo del mondo (Europa, America, Arabia Saudita, Vietnam, Cina e Giappone) si trovano improvvisamente sotto la luce dei riflettori a rispondere delle macchie del passato. Proprio Nick Draper ha scovato infatti, negli archivi di Kew Garden, i dossier su Natham Mayer Rothschild, figlio di Meyer Aemchel Rothschild che avviò la carriera a Francoforte, e James William Freshfield dai quali risulta che entrambi beneficiarono dello schiavismo.

Il Financial Times, la bibbia della City, ieri vi ha dedicato il titolo di apertura del giornale, sei colonne in prima pagina: i documenti rivelano i legami dei fondatori di Rothschild e Freshfields con la schiavitù. Per quanto riguarda il banchiere vi è un dossier che contiene gli originali di una richiesta di compensazione, avanzata da Natham Mayer Rothschild e dal fratello il barone James, a copertura di una garanzia di 3 mila sterline concessa a Lord James O’Bryen. Tale compensazione, nel 1830, fu rivendicata all’indomani dell’atto di abolizione della schiavitù nel Regno Unito. Che cosa era accaduto? Un tale Lord James O’Bryen aveva chiesto un credito ai fratelli Rothschild i quali, in cambio, avevano sollecitato e ottenuto «un’ipoteca» sulla proprietà del debitore, ad Antigua, comprensiva degli 88 schiavi che lì erano sfruttati. Lord James finì insolvente e i Rothschild pretesero l’adempimento dell’impegno. Nel frattempo però la schiavitù fu dichiarata illegale. Per rientrare di quell’impegno, i banchieri si rivolsero al governo di Sua Maestà, presentando gli atti del loro business, e alla fine ebbero le loro 3 mila sterline.

È la dimostrazione che i Rothschild intrattennero stretti rapporti d’affari con i proprietari terrieri e con l’aristocrazia schiavista. E che, nonostante le dichiarate posizioni contrarie alla tratta, non abbandonarono mai l’idea di vendersi ripagare il prestito con 88 schiavi. Più compromettente è il coinvolgimento dell’avvocato James William Freshfield e del figlio, titolare dello studio legale più importante della City: per conto di alcuni clienti operarono con mandato di fiduciari e amministratori nel trasferimento di proprietà, anche in questo caso, «comprensive » di decine di schiavi. E’ evidente che dagli accordi conclusi, dunque, che dal traffico di schiavi trassero buone parcelle. Notizie e rivelazioni che ribaltano l’immagine del vecchio James William Freshfield a quei tempi, membro attivo della Church Missionary Society. Sconcertate le reazioni in casa Rothschild e da parte dello studio Freshfields. La responsabile degli archivi Rothschild ha ammesso che la documentazione è nuova e che non era a conoscenza di questi legami compromettenti dei due fratelli Natham e James. Mentre lo studio legale, «orgoglioso della sua lunga tradizione a supporto dei diritti umani» promette una «investigazione» attenta sulle circostanze che sono emerse: quel volto della City che chissà come è rimasto segreto per quasi due secoli.

lunedì 29 giugno 2009

FALSE DICHIARAZIONI di DRAGHI

FALSE DICHIARAZIONI di DRAGHI in Abruzzo

Post n°65 pubblicato il 27 Giugno 2009 da Terra_Nostra

Abbiamo letto con disappunto ed esterefazione le dichiarazioni del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, pubblicate su "Il Centro-qotidiano d'abruzzo" in occasione della sua visita in Abruzzo. (clicca per leggere l'articolo)
Il disappunto si affianca ad un sentimwnto di "offesa" della dignità e della cultura di chi, come noi, è attento alla materia economico-monetaria.
Draghi dichiara che "occorre chiedersi come usciremo da questa condizione di politiche monetarie e fiscali. Non credo che i governi abbiano intenzione di tenersi per sempre le azioni delle banche e di nazionalizzarle".

(clicca per sapere chi è Mario Draghi)

Noi non possiamo accettare tali dichiarazioni in quanto incomplete.
A quali governi si riferisce?
Di certo non al governo italiano. Se tra i governi considera anche quello italiano la sua dichiarazione è falsa e tendenziosa a farci credere ad una realtà economica totalmente distorta. Il riscontro lo abbiamo andando a leggere chi siano gli azionisti della BCE tra i paesi EURO (clicca per leggere l'elenco) e tra i paesi NON EURO (clicca per leggere l'elenco) .
Nell'elenco figura anche la Banca D'Italia ed allora andiamo a vedere chi siano i proprietari della Banca D'Italia (clicca per leggere l'elenco).

Ci chiediamo perchè si voglia continuare a prendere in giro la popolazione italiana e mondiale facendo credere che siano gli Stati stessi a possedere le Banche Centrali?
Un inganno che si perpetua sin dalla nascita della Banca D'Inghilterra. Un trucco svelato già da Ezra Pound con le sue teorie sull'emissione e la circolazione della moneta. Teorie riprese dal prof. Giacinto Auriti che tra l'altro chiese già dagli anni '60 di rendere pubblico l'elenco degli azionisti della Banca D'Italia. L'elenco che avete visionato sopra è stato pubblicato soltanto nel 2005. Il Prof. Auriti, inoltre, riprendendo le teorie di Pound, chiedeva di chi fosse la proprietà della moneta. Una domanda che oggi non trova ancora una risposta perchè se fosse dichiarata ufficialmente la "proprietà popolare della moneta" crollerebbe tutto questo sistema finanziario basato sul DEBITO PUBBLICO. Non esisterebbero i banchieri ma i tipografi della moneta. I nostri rappresentanti politici hanno delegato alla banca la stampa e l'emissione della moneta ed ora questo loro "diritto di stampare o emettere virtualmente" moneta pare che si sia trasformato in un diritto alla proprietà della moneta stessa come un usucapione. Ma l'Usucapione in economia non esiste.
Ezra Pound si accorse di questo tradimento dei politici e li considerò "CAMERIERI DEI BANCHIERI". Se andiamo a vedere nele legislature passate dobbiamo dar ragione a Pound. Infatti tutti i Ministri dell'economia e del tesoro italiani sono stati legati al sistema BANCARIO (sia come dipendenti che consulenti) e certamente lo saranno anche i futuri ministri.
La soluzione Draghi la conosce ma non può "svelare il trucco". Siamo noi che dobbiamo smetterla di credere che il sangue della vita dell'uomo sia basato sul denaro. Come citava Toro Seduto " dopo aver ucciso l'ultimo bisonte, inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, si accorgeranno di non poter mangiare i loro soldi".

Ricordatevi che siete Mortali.




http://blog.libero.it/ASSOTERRANOSTRA/7300361.html?ssonc=684304676

sabato 27 giugno 2009

PROBLEMI TECNICI

VOGLIATE SCUSARE SE IN QUESTI GIORNI IL SITO NON VERRA' AGGIORNATO MA SONO OFF PER MOTIVI DI GUASTI TECNICI.

venerdì 26 giugno 2009

Dove è finita la legge 262 per rinazionalizzare la Banca d’Italia SpA

La legge per la rinazionalizzazione di Bankitalia è stata votata sotto il governo Berlusconi III, durato appena un anno da maggio 2005 ad aprile 2006 prima che venisse eletto il regime dei bancari, Prodi and co. Sarà anche per questo che il clan Britannia gliene vuole a morte?
NF
[fonte: http://www.agoravox.it/Banca-d-Italia-S-p-a.html]
di Antonio Montisci
bancaditaliaLa banca centrale va tolta dalle mani delle banche e delle oligarchie private e ricondotta in ambito costituzionale, cioè pubblico.
Il termine del 28 Dicembre 2008 per riportare la Banca d'Italia nella legalità e nuovamente proprietà del Popolo Italiano è scaduto:
pubblicazione nella gazzetta ufficiale della legge n.262 atta a ri-trasferire, entro il 2008, le quote di partecipazione a Bankitalia attualmente in mano a imprese private, allo Stato ed agli enti pubblici.

Art 19, comma 10: <<10. Con regolamento da adottare ai sensi dell'articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n.. 400, è ridefinito l'assetto proprietario della Banca d'Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.>> http://www.camera.it/parlam/leggi/05262l.htm
Qualche telegiornale ne ha parlato, qualche giornalista ne ha parlato, qualche politico ne ha parlato, qualche italiano ne ha parlato?
Il silenzio è assordante, diceva il finale di una delle ultime canzoni di De Andrè.
goldman_sachs03Intanto comunque, abbiamo assistito ad una strana diatriba e uno strano scontro fra il ministro Giulio Tremonti e il beneamato goldman sachs man e governatore della Banca d' Italia (sic!) Mario Draghi:
Il 24 dicembre, il quotidiano Il Riformista ha scritto che "ai livelli più autorevoli dell'esecutivo" c'è chi "ha suggerito a Berlusconi di prepararsi a un nuovo cambio in corsa all'Economia, come nel 2004″, quando Tremonti pagò con le dimissioni lo scontro con la Banca d'Italia. Le indiscrezioni del Riformista sono state pubblicate all'indomani di una accesa riunione della "cabina di regia" del Popolo della Libertà, in cui Tremonti sarebbe stato messo sotto attacco da Renato Brunetta e Claudio Scajola.
All'origine delle pressioni su Berlusconi c'è la rabbia della fazione del "Britannia", capeggiata dal governatore di Bankitalia e capo del Financial Stability Forum Mario Draghi e rappresentata da squallidi individui come Francesco Giavazzi, che il 23 dicembre ha chiesto dalle colonne del Corriere della Sera che Berlusconi prenda una decisione su Tremonti.
Per chi non sapesse a cosa ci si riferisce con fazione del Britannia si consiglia una rapida ricerca in internet inserendo in un qualsiasi motore di ricerca questa famigerata parola (è usata spesso dai complottisti, attenzione!).
mario_draghi1La fazione del Britannia vede in Tremonti, assieme al Presidente francese Sarkozy e a LaRouche, un punto di riferimento delle forze internazionali che stanno sfidando il potere dell'oligarchia finanziaria filo-britannica e propongono un nuovo sistema economico rooseveltiano. L'ultimo atto di questo scontro si è consumato nella settimana precedente al Natale, quando LaRouche ha tuonato, a Strasburgo, contro la "folle" politica delle banche centrali, che vogliono salvare il sistema a tutti i costi. Due giorni dopo Tremonti, a Parigi, ha chiamato "demenziale" il prestare ascolto a chi, come Draghi e il FSF, "non hanno capito niente della crisi".
"Se Berlusconi si piega alle pressioni e sostituisce Tremonti, il suo governo è spacciato", ha commentato LaRouche lapidario.
Fra l'altro sul Britannia a quella riunione era presente anche Tremonti; ha successivamente cambiato idea sulle decisioni che si sono prese in quella sede a seguito di una illuminazione sulla via di Damasco o era forse un 'insider'?
Ma allora dico io doveva attendere 16 anni prima di fare casino con Mario Draghi?
Cosa si sta giocando realmente dietro le quinte? A noi poveri italiani non è dato sapere.
Intanto sta svanendo un'opportunità storica ed è già scaduto il limite di tempo dato dalla succitata legge, per cui cari italiani rimarremo ancora parecchio tempo con una Banca d'Italia privata e fuorilegge e con dei politici assenti dalla realtà.
Ma di nuovo 'il silenzio è assordante'.


lunedì 22 giugno 2009

Lo scippo strozzino dell'Abruzzo terremotato. N. Forcheri

2851_1091520329874_1282490899_30341754_4312514_nUn laboratorio per testare la palestinizzazione dell’Italia, per collaudare il (vecchio) concetto di “nuova frontiera” di un modello di sviluppo deleterio, che trasforma le persone, quelle considerate inutili, quelle che non collaborano né con banche né con multinazionali, né con i loro eserciti di funzionari burocratici, legali, giornalistici, in nuovi indiani o in nuovi profughi. Persone appartenenti a un modello di sviluppo che proprio perché un po’ arretrato, rurale e distante dalle grandi rotte commerciali della grande distribuzione, consumano di meno, magari alcuni nascondono le banconote sotto il materasso, e hanno ancora tanto “a gratis” dal territorio - troppo per il sistema - in una regione come l’Abruzzo, non servono, anzi disturbano. Persone normali, anzi umane. Artigiani, contadini, piccoli imprenditori, panettieri, macellai, cittadini che dal territorio sanno trarre tutto quel che basta per vivere dignitosamente, perché lo conoscono e perché lo rispettano, senza distruggerlo, e sanno metterlo in valore, come i vecchi indiani, i boscimani, i palestinesi. Come i nostri avi. Considerati concorrenza “sleale” dalle industrie agroalimentari, dalla grande distribuzione, dagli allevamenti intensivi tutto franchising con “sperma” modificato in mano, che non sopportano le bestie ruspanti, e da altre corporation che arruolano eserciti di esperti per “modificare” i pareri e gli atti legislativi UE a loro immagine e somiglianza.
Una regione ricca di acqua dove per l’appunto il processo di privatizzazione è in corso. Una regione ricca di idrocarburi, con tanti progetti di trivelle e trivelle in corso. Una regione ricca di biodiversità. Una regione ricca di beni di belle arti.
La matrice è sempre quella: il nostro capitalismo anglosionista che cerca di trarre dalle sventure ogni occasione per generare il massimo dei profitti. Anzi quasi quasi quelle sventure le propizia, se è vero che privilegia le guerre soffiando sui fuochi della zizzania nei punti ricchi di risorse del pianeta, o utili per i passaggi della grande distribuzione petrolifera.
Il pericolo in Abruzzo, all’interno di questa cornice, è che i nostri beni storici - “adottati” da banche come MPS e altre istituzioni - fungano da garanzie per i loschi traffici bancari di titoli finanziari o come pegni per i rimborsi di contratti di “aiuto” contenenti vizi nascosti, o clausole capestro. O che essi servano ai maneggi del debito pubblico, tu mi devi tanto allora io mi tengo il bene in pegno, e che tale concessione, diventi, alla lunga e come tutto il resto, cessione. Con l’aiuto di un debito pubblico non più rimborsabile. E che essi, i nostri borghi, i nostri monumenti, i nostri parchi biodiversi, la nostra (dolce) vita, il nostro “oro”, presi di mira dagli strozzini, passino definitivamente nelle loro mani.
Abbiamo già detto addio alla “dolce vita” - quella idea che il turista si faceva con ragione della vita nel nostro paese quando la paragonava alla vita in qualsiasi altro paese. Un mix tra buon umore, arte dell’aperitivo e gusto per la siesta, il mare, il calcio, il belcanto, le donne e il buon mangiare, in mezzo a mille difficoltà obiettive inesistenti in altri paesi. Finito tutto questo. Tra poco dovremo ringraziare semplicemente per la vita (che ci passerà il regime bancario).
Stiamo assistendo a un enorme scippo strozzino di un intero paese - da cui si salverà forse solo il Trentino - di cui la catastrofe sismica in Abruzzo servirà da apripiste per le regioni pià remote di questo apese. Dopo si potranno introdurre i cento McDonalds che il nostro sottosegretario alle belle arti Resca imporrà come condizione del restauro di qualche monumeto artistico, museo, chiesa o altra opera artistica.
Nella storia, l’esempio più lampante, anche se taciuto, di scippo strozzino è la cosiddetta presunta “vendita” della Corsica alla Francia, nel 1768, che in realtà fu la cessione di un bene preso come pegno dalla Francia a copertura del credito previsto dal contratto di concessione dell’isola, che prevedeva il presidio francese per domare l’emergenza della rivolta dei corsi. la Corsica fu estorta per insolvenza di Genova, che non ebbe mai i due milioni di lire genovesi che doveva alla Francia; l’insolvenza fu architettata dalla Francia stessa, poiché le truppe mandate a presidiare l’isola invece di assolvere all’incarico se ne stettero barricate nelle fortezze genovesi allungando a dismisura il conto. L’estorsione fu presentata, in occasione della firma del Trattato di Versailles, come un normale vendita o scambio.
Il pericolo è che i cittadini dei centri storici vengano definitivamente spostati in new town impersonali, sconvolgendogli la vita e l’identità, per lasciare posto agli interessi turistici, immobiliari, speculativi e cedere il nostro patrimonio storico, composto da monumenti ma soprattutto da case, strade, piazze, vicoli e giardini, a quegli interessi.
Il pericolo è l’esproprio massiccio da tanti campi biodiversi dei contadini che ancora coltivano come i nostri nonni quella invidiatissima made in italy, che proprio per questo viene ostacolata in tutti i modi dall’agroalimentare e la grande distribuzione.
Il governo aveva promesso soldi per ricostruire o restaurare le case. A parole è stato molto generoso. Queste promesse normalmente non verranno rispettate. Il governo deve fare i conti con le banche, ridotto a poco più di un normale indebitatissimo cliente, senza alcuna facoltà di gestione economica delle sue finanze. I prestiti promessi sono quindi già stati ridimensionati: solamente le prime case verranno rimborsate in paesini dove si arriva fino al 70% di seconde case. Seconde case di operai emigrati fuori. I quali non devono avere mai più il diritto a tornare in patria. Semmai devono essere sostituiti da tanti immigranti molto più schiavizzabili, dal nesso labile con il territorio e pertanto meno forti. Il ritorno di cittadini italiani che hanno ancora tantissimi legami con la loro terra, non ultimo una casa - sia pur inagibile adesso - no, giammai!, troppo “fascista” come concetto. Così mentre tutto il paese, supino, accetta il sacrosanto diritto ad immigrare in Palestina (chiamato “ritorno”) di persone che, in virtù di una ipotetica qualità del loro sangue, non avevano alcun legame personale con quella terra, e a costo di spodestare, massacrare, ammassare in campi profughi, le popolazioni autoctone con conseguenze di inaudita tragedia, quando si tratta dei nostri migranti, anche dei più recenti, l’atteggiamento è del tutto opposto. Anzi, a casa nostra, tanti indigeni ammassati nei campi, con la scusa di un terremoto, o sfollati dal centro di Roma, troppo cara, e si arriva persino all’assurdità e al razzismo di negare un diritto agli italiani emigrati riconosciuto agli altri concittadini, solo perché questi sono residenti! Come dire, il passaporto italiano è pura carta straccia, e quando si è all’estero, le autorità forse preferiscono perdere le nostre tracce. Per chi è migrante, e la sottoscritta ne sa qualcosa, è una tragedia sulla tragedia, prima l’emigrazione forzata poi la perdita della casa, in virtù di quella emigrazione forzata; non vi sono parole per spiegare la crudeltà inaudita di tale norma, se è vero che, come dimostrano molti immigranti in questo paese - non tanti come in altri paeri per la verità - la maggior parte ha solo un’idea in testa, quella di tornare a casa, per tutta la vita, soprattutto se non riesce a superare il senso di costrizione nell’emigrazione.
Come non pensare che persino l’aiuto dovuto in questi casi dallo Stato sia subdolamente e pignolamente sottoposto a regole di bancassicurazione? Le quali bancassicurazioni coprono i danni solo nei casi di sismi di oltre 6 gradi sulla scala richter: come spiegare che il sisma è stato registrato a un valore di oltre 6 gradi mentre in tutti i siti italiani è stato segnalato con il 5,8?
Perché? Perché il mondo bancario pone le sue condizioni strozzine per la concessione della liquidità allo Stato. Poi cartolarizzerà quegli stessi paesini, o parte di essi, al migliore offerente, con il migliore business plan per quelle aree. Il mondo bancario cura i propri interessi che sono un tutt’uno con quelli dell’agroalimentare, dell’industria del turismo di massa, degli idrocarburi, dei brevetti OGM, di tutte quelle attività che chiamerei canaglia e nelle quali sempre di più ha delle quote o dei titoli.
Fino a quando non si affronterà il nodo del problema - il conflitto di interessi che permea la relazione tra il mondo bancario, il mondo delle Corporation e i partiti, e lo strozzinaggio imposto allo Stato per ottenere ciò che gli è dovuto ossia la liquidità per funzionare, non se ne verrà mai a capo. La sinistra critica unicamente le promesse non mantenute del governo, come scusa per sparare a Berlusconi, compiacendo al sistema. La destra al governo tace pesantemente il nodo del problema, sarebbe come ammettere la propria impotenza. I cittadini continuano a fare il gioco della destra e della sinistra, e si voltano dall’altra parte quando si tratta di attaccare il problema monetario alla sua base.
Ma quel che più preoccupa è la militarizzazione dei campi, guardati a vista sotto l’occhio vigile di carabinieri e protezione civile, dove i “profughi” o gli indiani, devono comunicare i loro spostamenti, non possono assemblarsi liberamente per parlare delle loro condizioni, devono chiedere vari permessi per le visite di cortesia di amici e famiglia. Costretti a vivere in promiscuità due o tre famiglie in una tenda. Senza neanche la speranza di ottenere un container. Con la speranza sempre più fievole di potere ritornare a casa a novembre.
Per molti la speranza è già morta. Andranno nelle new town. Espropriati per forza dai loro borghi e dai loro campi. Nel frattempo dovranno risiedere nelle riserve di indiani guardati a vista dal regime bancario.
Pertanto l’Abruzzo diventerà il terreno di prova più tangibile di quell’anglo sionismo che sempre di più abita nei nostri governanti e nelle nostre istituzioni. Campi profughi, sfollamenti, violazioni di diritti umani, per lasciare posto a cantieri, case a schiera, centri commerciali, allevamenti intensivi, latifondi. L’impressione è che i nostri profughi concittadini debbano solo ringraziare per quel che passa il convento, visto che in campi come a Gaza le razioni sono regolarmente fermate ai valichi dagli strozzini, a mo’ di ritorsione, come metodo per “ammorbidire” un popolo o punirlo per avere richiesto ciò che gli spetta, la loro terra. Per indebitarlo per bene e farne i futuri prossimi entusiasti docili clienti.
Spostamenti definitivi per lasciar posto agli strozzini del pianeta che vorranno cominciare un enorme investimento in quei nostri bellissimi borghi e territori. Ricchi di risorse, acqua e idrocarburi – il saccheggio è già iniziato - ricchi di biodiversità – per fare incetta di semi rari – e chissà ricchi di ricerche nel laboratorio avvolto dal segreto del Grans Sasso. Spostamenti per lasciar posto a insediamenti di tipo chiantishire, laddove non venga trivellato per gli idrocarburi o costellato di new town e sobborghi periferici dove stoccare la manodopera a buon mercato, animaletti addomesticati dagli steccati delle riserve. L’idea è sempre la stessa – segregazione, separazione, specializzazione estrema del territorio e delle persone tale da alienarci tutti. Da una parte il borgo resort, con campo di golf e piscina, dall’altra il cantiere idrocarburi, dall’altro ancora i sobborghi dormitori, magari vicini al cantiere. Tutto dev’essere funzionale, ordinato, tutto dev’essere incasellato, come nelle migliori pratiche attuariali, tutto recintato.
Il territorio da spremere fino alle ultime gocce di sangue per gli utili delle banche e dei loro collusi imprenditori e politici. A costo di enormi spostamenti di folle.
C’erano stati gli espropri di Decimoputzu, in Sardegna, in seguito agli aiuti di Stato fraudolenti fatti sputare fino al midollo dagli innocenti beneficiari contadini. Poi le emigrazioni di massa dalla Basilicata per le trivelle nei tre quarti del territorio della regione. Adesso il progetto Waterfront nell’area flegrea, dopo la crisi della monnezza. L’aeroporto a sud di Siena, che creerà un bel po’ di sfollati e disoccupati, con tutte le lottizzazioni e trasformazioni del territorio che comporterà. Le trivelle in Val d’Orcia. O nel parco del Curone, culla della biodiversità, che sfolleranno un bel po’ di ulteriori agricoltori biologici, slow food, di qualità, curatori del paesaggio. E così via dicendo all’infinito. E tanti altri espropri nella penisola per questioni di “investimenti€”, in realtà un ignobile rientro in un debito pubblico fraudolento.
Abituiamoci visto che se le masse continuano a dormire, sarà ciò a cui dovremo assistere sempre più spesso nel futuro prossimo venturo. L’inizio della palestinizzazione del nostro paese. La costituzione di riserve di indiani in anonimi sobborghi alienanti, l’estromissione dai nostri centri storici - già iniziata - dai nostri borghi e dai nostri campi agricoli, per andare in sobborghi anonimi dove il vicino diventa l’altro, l’estraneo di cui diffidare invece del vicino con il quale coabitare nei graziosi spazi comuni dei nostri tradizionali borghi e città.
Perché, per evitare le sommosse dell’Argentina fallita, questa volta con l’Italia hanno deciso che la resa del nostro paese si farà di soppiatto, costellando il paese di mille progetti di esproprio, senza mai informare il paese del nesso stringente tra questi e il nostro fallimento tecnico dovuto a un fraudolento debito pubblico. Bancarrotta fraudolenta.
Nicoletta Forcheri
Altro articolo in tema: http://www.stampalibera.com/?s=new+town%2C+forcheri
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Cara Redazione,
sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa. Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni” che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile.
Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il re sponsabile del mio campo, quando gli hoparlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla societàcdello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti

Silvio aiuto; arrivano i draghi!


http://crisis.blogosfere.it/2009/06/silvio-addio-arriva-nosferatu.html
di Debora Billi

La “cassandrite” non è un’invenzione, o uno sfottò nei confronti di chi sta sempre a scrutare nel futuro. E’ davvero un morbo, o almeno così comincio a pensare, con tanto di gruppo Facebook dedicato. Contagioso? Non saprei. La cassandrite ti fa concepire blog che parlano di una crisi che arriverà due anni dopo, e in questo preciso momento storico ti ha già fatto dimenticare Berlusconi.

Per una Cassandra, Silvio è storia. E’ storia passata. Intravedi già, sulle bancarelle di Porta Portese, il vecchio “Sorrisi e Canzoni” con la storia della sua vita accanto alle copie ingiallite di “La difesa della razza” e alla collezione di Cuore che invocava “la fine di Andreotti”. Mentre tutto il Paese ancora divora le sue vicende piccanti, e comincia appena ora a chiedersi “Forse cadrà? Forse è la fine?”, Cassandra la fine l’ha digerita, metabolizzata. Qualcuno prepara lo champagne, pronto a dire addio al satrapo piazzista ballando per le strade e inneggiando al sol dell’avvenire, ma Cassandra… ha già nostalgia di nonno bandana.

Sì, nostalgia. Perchè come da tradizione, le cassandre non pronosticano un futuro ottimistisco. Questa Cassandra scrivente, quando tutti festeggiavano Bettino in fuga e la DC in galera, disse (era il 1993): “C’è sempre di peggio: pensate un momento se si presentasse uno come Berlusconi!” Tutti a ridere. Alla fine, abbiamo rimpianto Bettino. E anche se ora sembra impossibile, potremmo ritrovarci a rimpiangere Berlusconi.

Buttando il cuore oltre l’ostacolo, si prova a guardare: e non si vede nulla. Qualcuno fa ipotesi azzardate , o immagina complotti internazionali. Tutto interessante: ma la verità è che il futuro è velato.

Avete provato voi ad immaginarlo, il “dopo”? O siete ancora in preda all’entusiasmo, in trepida attesa del crollo della galassia centrale? Chi verrà, dopo? “Le sinistre”, Franceschini premier, D’Alema vicepremier e Bersani ministro? Surreale. Un bel governone di unità nazionale “per affrontare la crisi e soprattutto per fare le indispensabili riforme”? Già meno improbabile. Sono giorni che sui tiggì si invocano le “riforme”. Ogni volta faccio scongiuri.

Chiunque abbia letto la Klein, da noi più e più volte citata, conosce il copione a memoria e ha poca voglia di stappare champagne. Cosa ci aspetta non si sa, ma possiamo immaginare lo scatenamento dei vampiri che non aspettano altro che un vuoto di potere per ingoiare ciò che resta di questo povero Paese. Quando Silvio cadrà, insomma, non sarà il momento di ubriacarsi: ma quello di conservarsi più lucidi che mai e coi sensi all’erta.

L’ha detto anche Veronica (un’altra Cassandra), che il “dopo” sarà forse anche peggio. Ritrovarsi coi mostri in casa e la crisi fuori non sarà per niente piacevole…


sabato 20 giugno 2009

IL TIMES E BERLUSCONI; MACCHE' NOEMI

di Paolo Barnard paolobarnard.info

[http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6012&mode=nested&order=1&thold=0]

Che il Times di Londra arrivi a scrivere un editoriale dove chiama il capo di governo di un Paese europeo “clown” e “buffone sciovinista”, e ciò solo per motivi di indignazione politica, lo lascio credere ai giornalisti, ma noi persone raziocinanti dobbiamo andare oltre. Un quotidiano della portata del Times, storico bastione del conservatorismo mondiale, voce internazionale dei Consigli di Amministrazione più potenti del pianeta, non si muove così violentemente per così poco (Noemi e festini), né è pensabile che abbiano scoperto solo oggi che Silvio Berlusconi alla guida del G8 è come un orango alla guida di un pullman. La scusante ufficiale per quell’editoriale di fuoco ai danni del Cavaliere è un insulto all’intelligenza. Rattrista, ma non stupisce, che in Italia nessuno dei paludati opinionisti pro o anti ci stia pensando.

Il motivo è altro, non v’è dubbio, ed è assai più importante. Per farvi capire, cito la caduta dal potere del dittatore indonesiano Suharto nel 1998. Uno dei peggiori assassini di massa del XX secolo, nulla da invidiare a Hitler per numero di morti, era il cocco di mamma degli USA e della Gran Bretagna, media inclusi, che lo adoravano perché obbediva puntigliosamente a ogni diktat dell’establishment economico neoliberale d’Occidente e soddisfaceva ogni sua voracità di profitto, naturalmente a scapito dell’esistenza di milioni di disgraziati suoi connazionali.

Nel 1997 Suharto fece l’errore delle sua vita: disobbedì al Tesoro americano (leggi Fondo Monetario Internazionale), una sola volta. L’allora Segretario di Stato di Clinton, Madeleine Albright, gli disse due parole secche. Fine di Suharto.

Torno in Italia. Io sono convinto che lo stesso meccanismo sia in opera col nostro capo di governo. Deve aver fatto qualcosa di non gradito a chi oltrefrontiera aveva scommesso su di lui. Forse non gli sta obbedendo, da troppo tempo, e la corda si è spezzata, dunque l’attacco del Times. C’è un’ipotesi ragionata (e qui documentata) che vale la pena considerare e ve la propongo come riflessione. Naturalmente, seguendo lo schema Suharto, per l’establishment degli investitori internazionali non è altrettanto facile sbarazzarsi di Berlusconi. Un dittatore al tuo soldo lo sciacqui giù dal lavandino con relativa semplicità, basta chiudere i rubinetti che lo foraggiano. Per un leader democraticamente eletto le cose sono molto più complesse. Di mezzo c’è la sua gente (noi) che ahimè lo vota, e continua a votarlo. In quei casi la strategia è altra, e nel mondo anglosassone si chiama ‘character assassination’. Lo si dipinge sui maggiori media compiacenti come uno scandaloso incapace, si fanno cordate con alcuni media dell’opposizione interna, e si spera che in tal modo egli ne riceva un danno elettorale. Ma soprattutto gli si manda un messaggio, chissà mai che non si ravveda. Purtroppo per i manovratori, in questo caso hanno a che fare con gli italiani, e questo non l’avevano previsto. Ma continuiamo.

Berlusconi entrò sulla scena politica come il tipico Liberista economico (Liberal Economics), colui cioè che invoca privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Nelle Corporate Boards della City di Londra come a Bruxelles fu un giubilo unico. Era il 1994, Tangentopoli aveva appena eliminato quella fastidiosa classe politica così statalista, popolana, centralista, che non piaceva affatto alla classe dei neoliberisti rampanti di Londra e Washington. L’ipotesi che Tangentopoli sia stata teleguidata dall’esterno proprio per far strada alla Liberal Economics sul modello Thatcher/Reagan, non è cospirazionismo da Internet; ne discussi molto seriamente una sera con l’ex magistrato del pool Gherardo Colombo, che già ne sapeva qualcosa. Torniamo al ’94. Dopo pochi mesi fu chiaro che l’uomo di Arcore era tutto meno che un purista del mercato. Prima cosa, nella sua compagine di governo troneggiavano (ancora oggi) partiti simil-nazionalisti con legami molto radicati con le classi medio-basse, e avversi al concetto di leadership finanziaria sovranazionale incontrastata. Secondo, e ancor più cruciale, Berlusconi non dava segno di voler trasformare la ricca Italia in una trincea del capitalismo speculativo d’assalto, col minor numero di regole possibili, e paradiso degli investitori selvaggi. E mai lo ha fatto. L’Italia dei tre mandati del Cavaliere rimane ancora oggi un Paese tradizionalista nel Capitale, nelle banche, zeppo di zavorre statali, poco profittevole (questo fra parentesi ci ha salvato dal crack finanziario USA, ma agli investitori frega nulla di noi cittadini e dei nostri risparmi, nda). L’ipotesi è dunque che nella stanza dei bottoni i famelici Padroni del Vapore si siano spazientiti dopo anni di frustrazione dei loro piani per l’Italia, ergo l’attacco del Times. Vediamo i fatti.

Siamo nel 2004, la prestigiosa e influente fondazione di destra neoliberale Stockholm Network di Londra pubblica un rapporto dove si legge “Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro (due teorici ultra Liberisti italiani, nda) sono delusi dalla differenza fra la retorica del Libero Mercato di Silvio Berlusconi e la sua reale capacità di fornire le tangibili riforme dell’ostinata burocrazia statale italiana” (1). Parole che trovano eco su decine di pubblicazioni della destra economica europea, sigle troppo oscure per questo contesto, ma tutte improntate a un senso di delusione verso le politiche economiche di Silvio. Passano due anni e il noto Economist (che non è quel bastione di progressismo che alcuni sciocchi qui pensano, nda) scrive: “L’Italia necessita urgentemente di riforme radicali, ma la coalizione di Berlusconi, che in teoria doveva essere dedita al Liberismo economico, ha fatto quasi nulla nei suoi 5 anni al governo” (2). Da notare che siamo nel 2006, a poco dall’avvento del governo Prodi, che riceverà in quegli anni il plauso di una ridda di fanatici del Libero Mercato, come il Fondo Monetario Internazionale, e il motivo c’è: Prodi alla Commissione Europea fu uno dei falchi del Liberismo economico, e nella stanza dei bottoni sapevano bene a quel punto che per ottenere le radicali riforme del lavoro e della finanza, in Italia era sui dalemiani che bisognava puntare, visti i tentennamenti di Silvio. Dopo pochi giorni esce il tedesco Der Spiegel: “L’amministrazione Berlusconi non ha mai mantenuto le promesse di taglio alle tasse, ulteriori privatizzazioni, e riforme strutturali necessarie per aumentare la competitività e privare le burocrazie del potere”. (3)

Dopo pochissimo dall’elezione di Prodi, l’università di Harvard negli USA indice un seminario ultra neoliberal sull’economia italiana, presente anche Gianfranco Pasquino (ops!). Nella pubblicazione degli atti si leggono le parole di Alberto Alesina, professore ‘Nathaniel Ropes’ di politica economica nel prestigioso ateneo, che dopo aver ricordato i compiti futuri del bravo Prodi, dice: “L’Italia ha problemi gravissimi, ha bisogno di una iniezione di libero mercato con riforme economiche neoliberali… fra cui ridurre le tasse, tagli all’impiego pubblico e alle pensioni, rafforzare il settore dei servizi, e rendere più facili i licenziamenti”. (4) Cioè una pessima pagella, a suo dire, dei precedenti anni di Berlusconi, che anche l’Economist continuava a definire “assai scarsi di riforme delle insostenibili pensioni e dell’inflessibile (sic) mercato del lavoro”, da parte di un leader “mai veramente interessato alle riforme” (5). Il fuoco di sbarramento contro il ‘disobbediente’ Cavaliere è a questo punto massiccio. Le bordate arrivano anche dagli USA, e proprio guarda caso allo scadere del breve mandato Prodi. Il Wall Street Journal, voce dei falchi fra i falchi della finanza di destra, scrive a pochi giorni dalle elezioni del 2008 che “Berlusconi ci ha deluso in economia durante il suo ultimo mandato”. La vicenda Alitalia sta infuriando, cioè, sta infuriando gli investitori esteri assetati di affari sul cadavere della nostra linea aerea, mentre Berlusconi osa ipotizzare una cordata italiana per il salvataggio. Scrive il WSJ: “Berlusconi la scorsa settimana se n’è uscito contro la vendita di Alitalia, e questo è un segnale di mancanza di dedizione alle riforme”…. “Air France-KLM volevano garanzie che i sindacati e i politici non bloccassero le dolorose ristrutturazioni (per i lavoratori, nda)” E dopo due righe di plauso per il compiacente Veltroni, il quotidiano dà l’affondo: “Berlusconi aveva promesso tagli alle tasse, riforme del mercato del lavoro e liberalizzazioni, ma ha fallito in tutto… Egli si è rivelato più un nemico corporativo del Libero Mercato che un Liberista economico disposto a fare ciò che è necessario” (6)

Alitalia non va giù agli investitori internazionali, e infatti non poteva mancare la regina dei loro quotidiani, il Financial Times, che tenta nel settembre del 2008 di mandare un richiamo all’insubordinato Cavaliere, suggerendogli di “… seguire l’esempio della Thatcher, e di sfidare i sindacati a scoprire le carte, così da far scoppiare l’ascesso (sic) di 30 anni di relazioni sindacali italiane irresponsabili e dannose” (7). E ancora: “Nonostante la sua immagine da imprenditore neoliberale, Berlusconi, dicono i critici, si trova a suo agio a fare il dirigista statale, con l’Alitalia in primis. La compagnia viene consegnata a un gruppo italiano e sottratta ai compratori stranieri” (8) E che il Financial Times avesse anch’egli dichiarato una guerra permanente a Berlusconi, anche se con metodi decisamente più ortodossi di quelli del Times, lo dimostra quanto ha scritto poche settimane fa, con toni sprezzanti: “Il suo primo governo nel 1994 non ha combinato nulla. I suoi cinque anni al potere dal 2001 al 2006 sono stati noti per aver fallito di nuovo nell’introdurre in Italia le riforme Liberiste così essenziali al Paese per essere competitivo nell’eurozona” (9).

Ricordo a questo punto, per chi si fosse perso, che questo coro martellante che pronuncia sempre le parole magiche ‘riforme’ e ‘Liberismo’, altro non chiede se non la solita ricetta precedentemente descritta: privatizzazioni a raffica, tagli fiscali ai ricchi, botte ai sindacati, flessibilità ultras per i lavoratori, riduzione del ruolo del governo, deregulation selvaggia, socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti (come peraltro leggibile nelle dichiarazioni riportate). La ricetta, cioè, che di noi persone e del nostro sangue versato se ne fotte, e che pretende solo una cosa: Unlimited Corporate Profits. Ne è un esempio brillante una delle raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale (leggi il Tesoro USA) fatte all’Italia allo scadere del 2008, altro rimbrotto al Cavaliere. E’ profferta con un linguaggio omeopatico, ma la si può leggere fra le righe: “Gli autori apprezzano in Italia gli sforzi per diminuire la disoccupazione (nota dell’autore: si preoccupano dei nostri senza lavoro?). Gli autori incoraggiano una seconda tornata di riforme del mercato del lavoro, per rafforzare il legame fra redditi e produttività (nda: vale a dire il valore e la qualità di vita della persona misurato unicamente in termini di contributo al profitto altrui). Gli stipendi devono adeguarsi alle differenze regionali (nda: gabbie salariali, su cui il FMI insiste da tempo), il lavoro a tempo indeterminato deve essere più flessibile (nda: già praticamente non più in offerta, qui si chiede che sostanzialmente scompaia), in tandem con una rete di ammortizzatori sociali maggiorati (nda: ci risiamo, socializzare i danni e privatizzare i profitti, cioè lo Stato paga per la disperazione dei lavoratori, le aziende licenziano e si ri-quotano in borsa).” (10) Questa abiezione sociale è ciò che realmente si cela dietro alla parola ‘riformismo’ (Rutelli, Prodi e D’Alema + seguaci prendano nota).

Ma torniamo a Silvio Berlusconi. L’ultimo avvertimento gli giunge proprio dal Times il 7 maggio 2009, e in toni inequivocabili: “Nei suoi due maggiori mandati Berlusconi ha fallito nelle riforme così disperatamente urgenti in Italia… La UE e l’OECD continuamente rivelano l’eccessiva regolamentazione del business (in Italia, nda)… I lavoratori statali rimangono protetti… e le sue sbandierate riforme del sistema pensionistico sono state minimali… le tasse rimangono alte, e la resistenza del suo governo a tagliare la spesa pubblica è enorme” (11).
v Tre settimane dopo, il possente quotidiano britannico perderà di colpo la sua celebrata compostezza dopo 224 anni, e dalle sue pagine partirà un attacco sgangherato e volgare a Silvio Berlusconi. Vi si leggerà che è “un clown”, “un buffone sciovinista”, un playboy patetico, la cui performance con le signorine e nei confronti degli italiani curiosi della vicenda Noemi è inaccettabile, per il bene della democrazia e del mondo intero. Certo, come no.

E così, di nuovo, l’Italia antagonista di sinistra si è fatta infinocchiare degli isterismi dei D’Avanzo, Travaglio e Santoro, Grillo e compagnia, ha di nuovo eletto a suo paladino l’ennesimo baraccone di destra neoliberale (dopo Freedom House), e insiste nell’ignorare che ciò che gli sta corrompendo la vita non è il lodo Alfano, o Emilio Fede, né il burattino Berlusconi, ma sua maestà Il Burattinaio, leggi Liberal Economics and Corporate Power. Eppure Clinton ce l’aveva detto: “It’s the economy, stupid”.

Nota a margine per l’Egregio direttore del Times:

“Sir, non mi risulta che negli anni cha vanno dal 1997 al 2007 il Suo giornale abbia mai usato termini così aggressivi per Mr Tony Blair, PM, mentre si rendeva corresponsabile di crimini contro l’umanità (Turchia, Timor, Ex Yugoslavia, Iraq, Palestina, Afghanistan…) e di alto tradimento della patria mandando a morire truppe britanniche su basi mendaci, oltre ad aver ridotto le classi disagiate della Gran Bretagna a livelli di povertà “pre-Vittoriana” (The Guardian), tanto che l’organizzazione Medecins du Monde ha dovuto aprire delle tende-cliniche di strada in diverse periferie urbane britanniche. Gradirei una spiegazione, Sincerely Yours, Paolo Barnard”

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=116
17.06.2009

Note:

1) Stockholm Network, THE STATE OF THE UNION: MARKET-ORIENTED REFORM IN THE EU IN 2004
2) The Economist 7/01/2006
3) Der Spiegel 30/01/2006
4) April 20, 2006, Harvard Gazette
5) The Economist, Apr 3rd 2008
6) WSJ MARCH 25, 2008
7) Financial Times, Sep 22 2008
8) FT, October 18 2008
9) FT, May 28 2009
10) INTERNATIONAL MONETARY FUND ITALY: Staff Report for the 2008 Article IV Consultation. Prepared by Staff Representatives for the 2008 Consultation with Italy. January 7, 2009
11) The Times, 07 May 2009

giovedì 18 giugno 2009

PUNTA DELL'ICEBERG AMAZZONIA

L'arcipelago è la collusione sistemica tra mondo bancario e cda di multinazionali, e il finanziamento illimitato da parte del primo di attività criminose delle seconde. NF
[fonte: greenpeace ]

Il colosso brasiliano Bertin che sta distruggendo l’Amazzonia non riceverà più l’ultima parte del prestito dall’International Finance Corporation. Le principali catene di supermercati in Brasile stanno cancellando i propri rapporti con la grande azienda, mentre in Italia i pochi clienti rimasti continuano a tacere. Dopo tanti crimini compiuti contro l’ambiente e le popolazioni indigene è giunta l’ora della giustizia

Bertin, il colosso brasiliano che sta distruggendo l'Amazzonia è in ginocchio dopo la denuncia di Greenpeace. L’International Finance Corporation, l’istituzione del Gruppo Banca Mondiale a sostegno degli investimenti privati nei Paesi in Via di Sviluppo, ha cancellato il prestito di 90 milioni di dollari che era stato concesso al gigante della carne e della pelle brasiliana: Bertin. La decisione del IFC arriva due settimane dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che macello!” nel quale l’organizzazione rivela che, dietro il finanziamento del settore dell’allevamento bovino da parte del IFC e del Presidente Lula attraverso la banca governativa per lo sviluppo economico (BNDES), hanno fatto sì che questo settore diventasse la più importante causa della deforestazione dell’ultimo polmone del nostro Pianeta e una pericolosa fonte di emissioni di gas serra a livello globale.

Il prestito che IFC aveva concesso a Bertin è, infatti, stato utilizzato per espandere le attività di allevamento di Bertin nella regione amazzonica causando deforestazione illegale e accelerando il cambiamento climatico.

“Che la Banca Mondiale abbia cancellato il prestito è senz’altro una buona notizia – commenta Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – ma è scandaloso che dei prestiti per cifre così importanti siano stati concessi per foraggiare le attività di un’azienda che si è macchiata di gravissimi crimini ambientali. Finanziando Bertin la IFC si è resa corresponsabile della distruzione dell’Amazzonia: un rifugio per la biodiversità e una delle più importanti armi al mondo per combattere il cambiamento climatico”.

Gli ultimi 30 milioni di dollari del finanziamento non saranno quindi più erogati a Bertin, il quale, secondo quanto dichiarato da IFC dovrà restituire anche i 60 milioni che ha già ricevuto in tempi molto più brevi di quelli stabiliti all’erogazione del prestito. Greenpeace ritiene che anche la banca governativa BNDES debba immediatamente tagliare i finanziamenti a Bertin e a tutte quelle aziende del settore zootecnico che stanno deforestando l’Amazzonia e distruggendo il clima del Pianeta.

La giustizia brasiliana, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta di Greenpeace, apre un'indagine su Bertin e si appresta a richiedere all’azienda e agli allevamenti illegali che deforestano l’Amazzonia e riducono in condizione di schiavitù i lavoratori e le popolazioni indigene, un indennizzo milionario per danni ambientali e le principali catene di supermercati in Brasile, come Wal Mart, Pao de Azucar e Carrefour, cancellano i propri contratti con Bertin in seguito ad una azione civile del Ministerio Publico Federal che ha imposto multe di circa 200 euro per ogni chilo di carne proveniente dalla distruzione dell’Amazzonia commercializzata nel Paese.

In Italia, i clienti di Bertin per la carne come Kraft Foods Italia e per la pelle come le concerie Rino Mastrotto, Gruppo Mastrotto e i produttori di divani Chateau d’Ax, continuano a tacere ritenendo di non dover prendere posizione rispetto ai loro rapporti commerciali con aziende colpevoli di crimini gravissimi come la deforestazione, il lavoro in condizione di schiavitù e il cambiamento climatico.

mercoledì 17 giugno 2009

Scomparsa di una notizia. NF

C
mercoledì, giugno 17th, 2009 | Author: nforcheri | » Edit «

C’è modo e modo per fare scomparire una notizia. Il primo è non darla, il secondo è darla ma come fosse secondaria.

censuraLa notizia è questa: all’incontro tra Obama e Berlusconi a Washington il 15 giugno, Berlusconi ha recitato un elenco di soluzioni da offrire alla crisi finanziaria. Non sono riuscita ad ascoltare tutto l’elenco, ero distratta, scusate. Lì per lì mi è sembrato un refuso, talmente stonava nel piattume generale. Era il TG1 o il TG2 e ascoltavo distrattamente facendo altro. Il fatto è che ho rizzato le orecchie appena ho sentito “chiusura dei paradisi fiscali” e altre amenità. L’elenco è andato rapido, e avrei voluto riascoltarlo. Mi sono detta che avrebbero ripassato la notizia. E invece non c’è stato più verso di ritrovarla né sul net né alla TV.

Al posto abbiamo avuto diritto, in lungo e in largo, a commenti su: gli epiteti affettuosi o meno, a seconda della parte, scambiati tra i due uomini; le polemiche per tre uomini accettati nelle nostre prigioni da Guantamano; un leggero accenno all’aumento di uomini in Afghanistan.

Poi mi è venuto un lampo di genio: Mediaset dovrà sicuramente ritrasmetterla almeno sul web. Ma non so se mi crederete. Neanche lì ho ritrovato il pezzettino con l’elenco.

Ho perso l’attimo sfuggente, peggio per me, dovevo essere più attenta, e non mi sono neanche potuta formare un’idea di cosa pensasse Obama, cercandogli un indizio dall’espressione che tradisce, o dall’analisi attenta delle parole usate. Anche se me lo immagino, ma volevo avere una conferma.

Ecco come si fa a fare scomparire una notizia. Questa censura fa il paio - visto che l’argomento è lo stesso, la finanza - con l’altra grande vera notizia: il sequestro di 135 miliardi di dollari in titoli di Stato americano a Chiasso il 6 giugno scorso. Passata senza analisi, senza dietrologie, senza sgomenti. Passata per la brevità della trattazione come fosse normale sebbene le cifre e il fatto siano ENORMI. Data ma sminuita.

Alle dietrologie ci penseremo noi. E anche a riesumare le notizie.

NF

lunedì 15 giugno 2009

Gheddafi. Quando l'ospite è un beduino

E l'oste un buzzurro, dico io.


Italia DI SHERIF EL SABAJE
salamelik.blogspot.com

"Si puó essere più o meno d'accordo sulla personalità di Gheddafi, ma l'analisi di Sherif è a dir poco spettacolare nel rendere alla perfezione l'arroganza tipica italiana, che non ha colore - destra, sinistra o centro che sia - perché basata sulla tipica ignoranza autocompiacente dei miei concittadini, che NON mi fanno pentire di avere lasciato l'Italia 12 anni fa". E. Gullo

In questo paese nemmeno ai capi di stato in visita ufficiale per pochi giorni viene risparmiato il trattamento riservato ai comuni immigrati "ospiti" da più di vent'anni inclusivi di tasse e contributi. Un capo di stato straniero, nel corso della sua prima visita ufficiale in Italia dal 1969, è stato volgarmente e gravemente insultato con epiteti discriminatori e chiaramente razzisti, come il "cammellaro fuori di testa". Gli danno del beduino senza sapere che essere beduini, nella cività araba, è sinonimo di coraggio, solidarietà, giustizia, rigore morale. E siccome tutto ciò accade in nome della "libertà di espressione", della "democrazia", della difesa della "dignità degli italiani" e dei "diritti dei migranti", il governo non ha espresso scuse ufficiali e il ministro degli Esteri non ha pensato di dimettersi.

Molte sono state le scuse inventate per giustificare questa incredibile bassezza diplomatica. E' stato detto che Gheddafi era un dittatore. Ammesso e non concesso che cosi sia, quanti dittatori hanno visitato l'Italia senza che la loro presenza scatenasse l'isteria collettiva che ha circondato la visita del Fratello Colonnello? Mi piacerebbe sapere poi quanti di quei parlamentari che si sono stracciati le vesti e quanti di quegli studenti che hanno manifestato saprebbero spiegarmi come funziona il sistema politico libico, un unicum di incredibile complicazione dove il consiglio rivoluzionario - non eletto - ha ridotto i suoi poteri per convivere con un sistema piramidale di legittimazione dal basso.

Non mi faccio illusioni: questi sono gli stessi parlamentari che non sanno nemmeno dove sia l'Afghanistan e gli stessi studenti convinti che in Iran si parli arabo. Per istillare un po' di dubbi, faccio poche citazioni tratte dalla stampa italiana di questi giorni: Guido Rampoldi ammette, sulla prima pagina di Repubblica, che "Il colonnello libico è un dittatore sui generis, non fosse altro perché in patria gode tuttora di un significativo consenso". Valentino Parlato, nato a Tripoli nel 1931, in un'intervista a La Stampa lo definisce "Leader" e alla domanda del giornalista "Leader o dittatore?" risponde: "Leader. La connotazione occidentale di dittatore non corrisponde alla realtà libica. Dittatore è un modo per indicare un nemico. Il leader, invece, ha un grande prestigio". A questo punto il giornalista ribatte che il giorno prima Gheddafi ha detto "papale papale che per lui i partiti vanno aboliti" (ma se è per questo, anche Beppe Grillo afferma che i "partiti sono il cancro della democrazia") e Parlato risponde: "Sarei tentato di dire che sono d'accordo. I partiti sono una mediazione tra il popolo e il governo. In soldoni, rappresentano una mediazione del potere. Lui, con la sua rivoluzione verde, ha percorso la strada della democrazia diretta". E infatti, sempre su La Stampa, Igor Man afferma: "E qui va ricordato come nella Jamahiriya (equivalente arabo di Repubblica popolare) sono i Comitati popolari a far da barometro, a rivelare gli umori delle «masse». Gheddafi è il leader ma lo si discute, non di rado".

Poi si è giocata, con un'impareggiabile faccia tosta, la carta dei migranti. Gheddafi sarebbe il mostro che si riprende i clandestini, rinchiudendoli nei lager. E chi lo dice questo? L'opposizione. Ho letto bene? Stiamo parlando di quelli che sono stati al governo per due anni senza riuscire a fare una legge sulla libertà religiosa o sulla cittadinanza in Italia? Stiamo parlando di quelli che non sono riusciti ad impedire al governo di trasformare la clandestinità in reato o di mandare la marina ad intercettare le navi al largo? Stiamo parlando di quelli che, ultimamente, stanno rincorrendo persino la Lega nel cavalcare l'asino della xenofobia nel tentativo disperato di recuperare qualche voto? Nessuna di quelle anime belle ha riflettuto sul fatto che, se Gheddafi sta facendo il carceriere dell'Europa, lo sta facendo perché sono i governi europei a chiederglielo, anzi ad imporglielo, a suon di accuse di terrorismo ed altre carinerie? E che fra le accuse di terrorismo e i regali di denaro la scelta è obbligata? Nessuno di loro ha pensato che forse valeva la pena indignarsi per i lager che ci sono in Italia piuttosto che stracciarsi le vesti per i lager che ci sono in Libia? Se vuoi fare opposizione contro un trattato iniquo, la fai contro il tuo governo che l'ha voluto, mica contro chi l'ha sottoscritto. "Perché guardate la pagliuzza che è nell'occhio del fratello colonnello, e non v'accorgete della trave che è nel vostro? Come potete dire al vostro fratello colonnello: Permetti che togliamo la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre voi non vedete la trave che è nel vostro? Ipocriti, togliete prima la trave dal vostro occhio e allora potrete vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del vostro fratello colonnello”. In realtà, l'opposizione è insorta solo perché ha interpretato la presenza di Gheddafi come successo diplomatico di Berlusconi. Non a caso il giornalista che intervista Parlato gli chiede: "Almeno, da uomo di sinistra, non la infastidisce questo suo (di Gheddafi, ndr) rapporto privilegiato con Silvio Berlusconi?". Parlato risponde che secondo lui Gheddafi avrebbe firmato con piacere il trattato di amicizia con Massimo D'Alema. Vogliamo scommettere che se Gheddafi avesse scelto di sottoscrivere gli stessi, identici, accordi con la sinistra al governo, sarebbe stato accolto con tutti gli onori e che a scagliarsi contro "Il Dittatore" sarebbe stata invece la Destra? Dio mio, l'Italietta.

Appurato che Gheddafi è un leader, arrivato al potere a 27 anni senza spargimento di sangue, che gode di prestigio e consenso in patria e che viene persino contestato, appurato che sta facendo il lavoro sporco che l'Italia gli chiede di fare, perché è stato insultato? Perché l'italiano medio non è riuscito a mandare giù il fatto che questo arabo, questo beduino, questo cammellaro, potesse dire tutto ciò che riteneva opportuno di dover dire sull'Italia e sulla sua eredità fascista, senza che si potesse caricarlo su un aereo e rimandarlo "nel suo paese". A Gheddafi, capo di stato di un paese martoriato dal colonialismo fascista qualcuno avrebbe tanto voluto impedire il diritto alla parola, alla denuncia, alla valutazione libera e critica del passato fascista dell'Italia allo stesso modo in cui si vorrebbe impedire agli immigrati residenti in Italia di esprimersi sul suo presente quotidianamente costellato di episodi di razzismo. Con la differenza che gli immigrati hanno il permesso di soggiorno mentre Gheddafi parla a ruota libera forte del fatto che potrebbe, con un cenno del dito, sospendere le forniture di petrolio e nazionalizzare gli interessi italiani in Libia. La cosa curiosa è che a Gheddafi si attribuisce un odio anti-italiano quando in realtà l'uomo se la prende con gli italiani nella misura in cui questi ultimi si ostinano a non voler prendere le distanze da quel vergognoso passato. Perché è proprio quello che accade, ancora oggi: in più occasioni si è dimostrato che persiste tuttora, se non altro nel subconscio storico, mediatico e popolare, una totale sovrapposizione tra l'Italia degli Italiani e il Fascismo dei Fascisti. Per esempio il film "Il Leone del Deserto", finanziato dal governo libico, che spiegava accuratamente le malefatte dell'esercito fascista è stato giudicato - nel 1982 (!) - lesivo dell'onore dell' "esercito italiano". Non fascista, ma italiano. Come se fossero sinomini. La fotografia del vecchio partigiano Omar Al Mukhtar, trascinato in catene dai criminali fascisti, appuntata sull'alta uniforme di Gheddafi è stata definita il giorno dopo (nel 2009!) su gran parte dei quotidiani come "foto anti-italiana", non foto "anti-fascista", come effettivamente è. E' proprio la foto a far saltare gli ultimi nervi: qualcuno l'ha definita addirittura una provocazione. Altri chiedevano a Berlusconi di esprimersi apertamente contro di essa, ma lui ha preferito sorvolare. E' proprio questa micidiale combinazione a mandare in tilt gli oppositori del colonnello a destra e a sinistra, parlamentari e studenti: il fatto che, pur offesi (a torto) nel loro onore italiota, non sono in grado di proferire mezza parola, nel timore delle ritorsioni del più forte. Stiamo parlando, giustamente, come ha affermato Emma Bonino di "una subalternità al limite del servile". Si, ma nei confronti di un "cammellaro". E' questo che dà fastidio, non altro. Ai contestatori non gliene frega un'emerita cipolla dei diritti dei libici e dei migranti. Perchè se cosi fosse, avrebbero fatto le loro battaglie qui, e molto prima della visita del Colonnello. Tutto quello che conta per costoro è che sia salva la facciata del nazionalismo da operetta tanto cara all'Italia, a destra e a sinistra. Davvero patetico.

Sherif El Sebaje
Fonte: http://salamelik.blogspot.com/
Link: http://salamelik.blogspot.com/2009/06/gheddafi-quando-lospite-e-un-beduino.html
13.06.2009



IL LEONE LIBICO IN ITALIA


Ha del surreale la quantità di insulti e contumelie riversate sul Fratello Colonnello Muammar Gheddafi mentre è in corso la sua prima visita ufficiale in Italia. C'è dell'inaudito nella bassezza diplomatica toccata dagli esponenti dell'opposizione (sic) che hanno fatto il diavolo a quattro pur di impedire alla Guida della Rivoluzione Libica di parlare nell'aula del Senato. Gli studenti dell'Onda vogliono impedirgli di parlare anche all'Università della Sapienza. Altri hanno tappezzato la città e il giardino di Villa Pamphili, dove risiederà durante la sua permanenza, di manifesti dove lo invitano ad andarsene. Il presidente Berlusconi e la destra italiana dovrebbero ringraziare Allah se il leader libico non ha girato i tacchi, stracciando gli accordi sottoscritti. E perché tutto questo? Perché Gheddafi sarebbe un dittatore. Cavoli, non ci avevo mica pensato. Si, è vero: è il dittatore che ha cacciato a calci in culo gli italiani che godevano di ogni sorta di privilegio (con la forza delle armi) a danno degli autoctoni (decimati con ferocia inaudita), nazionalizzando tutti i loro beni.

E' il dittatore che è riuscito ad ottenere 5 miliardi di euro come risarcimento per i danni inflitti dal colonialismo italiano, senza sborsare un centesimo ai discendenti dei colonizzatori italiani che ancora adesso continuano a chiedere, con incredibile sfacciatagine, di essere risarciti. Invece di ringraziare per non essere stati appesi ai pali come è stato per migliaia di libici. E' il dittatore che garantisce al suo popolo un tenore di vita che in molti paesi, inclusa l'Italia, se lo sognano. Se un cittadino libico si ammala e la sua malattia richiede cure all'estero, viene totalmente spesato dal suo governo e seguito dalla sua ambasciata. E' il dittatore che è sceso dall'aereo con una fotografia dell'eroe della resistenza libica trascinato in catene dai fascisti italiani appuntata sull'alta uniforme, aspettando personalmente sulla scaletta un reduce di quella gloriosa epopea. E' il dittatore che ha preso una forte posizione contro gli esponenti politici italiani che si divertivano a provocare un miliardo e passa di musulmani con la faccenda delle vignette danesi. E' il dittatore che ha imposto la compilazione dei visti in lingua araba, anche a costo di respingere 2500 italiani in crociera con passaporti privi di traduzione poiché salpati prima che la norma entrasse in vigore.

Di Gheddafi mi piace proprio il suo spirito provocatorio. Il suo linguaggio...come dicono in Italia quando parlano di Gentilini e Borghezio? Ah... fiorito. Nel 1988, Gheddafi - dalla Libia - disse che "gli italiani che colonizzarono la Libia erano gorilla e maiali: non possono essere cambiati in cosi poco tempo. L'evoluzione della specie avviene in millenni, non in poche decine d'anni". Oggi, afferma il Colonnello da Roma, l'Italia ha "rotto definitivamente il rapporto con il colonialismo e con il fascismo". Dopottutto la buona educazione quando si è ospiti a casa altrui è un valore arabo, e Gheddafi è a tutti gli effetti un ospite. Come ebbi a scrivere già in altre occasioni, il forte valore simbolico delle sue decisioni coraggiose, seppur controverse, non si può assolutamente mettere in dubbio. Gheddafi è l'unico dittatore che io conosca che sia riuscito - con il suo graffiante armamentario verbale - a trasformare l'onorevole Calderoli in un Obama in salsa padana che esprime - aggrappatevi a qualcosa - il "più profondo rispetto per tutte le civiltà" dicendosi "convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi". Al Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che prometteva di visitare la Libia con grande fanfara, il governo libico non ha esitato a fargli sapere, con nota ufficiale, che "saremo noi a indicare la data e il modo in cui potrà arrivare". Gheddafi è, per dirla in breve, il cittadino arabo cosi come dovrebbe essere, cosi come mi piacerebbe che fosse: non un debole complessato disposto a rinnegare le proprie origini per una cittadinanza o per un posto in questo o quel parlamento, ma un fiero portatore delle proprie tradizioni e della propria storia, sicuro di sè e consapevole di avere il controllo della situazione, anche nei momenti più duri. Gheddafi è l'esempio della dignità araba che non si fa calpestare, che impone il rispetto quando viene meno da parte degli altri, anche minacciando la sospensione della fornitura di gas e petrolio e/o la nazionalizzazione dei beni italiani attualmente in Libia.

Quali sarebbero le colpe del Fratello Colonnello? Si riprende gli immigrati africani che cercano di sbarcare in Europa? E chi glieli riporta, scusate? Non è forse la marina italiana, che si avvicina alle loro misere barche (senza speronarle, stavolta) e li prende per i fondelli dicendo loro che verranno accompagnati in Italia? Chi è che invoca lo speronamento e il bombardamento dei migranti, donne e bambini inclusi, se sorpresi in acque territoriali? Non sono forse i politici eletti con voti italiani? Gheddafi fa semplicemente ciò che un accordo internazionale, fortemente voluto dal governo italiano e graditissimo dalla stragrande maggioranza dell'opinione pubblica italiana, gli impone di fare. Questa sinistra non ha più nessuna legittimità di parlare a nome degli immigrati. Qualcuno dell'opposizione, ieri, non si è nemmeno vergognato di definire la foto appuntata sulla divisa di Gheddafi come una "provocazione ostile". Una vergognosa foto ricordo dei fascisti che trascinano in catene un vecchio eroe è una provocazione? Ma questa è opposizione o un rinato partito fascista? Per questo ho lanciato la mia provocazione alle agenzie di ieri. Non solo questa opposizione non ha fatto nulla quando era al governo ma ultimamente rincorre persino la Lega nella sua becera xenofobia, cavalcando il nazionalismo da operetta della migliore tradizione italiota. Ora, addirittura, si sveglia e - per difendere i migranti da un accordo discutibile - se la prende con il presidente della repubblica araba che l'ha sottoscritto piuttosto che con il loro votatissimo presidente che l'ha voluto. Quindi basta ipocrisia e sceneggiate. Ai parlamentari dell'opposizione che diserteranno l'Aula del Senato o che promettono "spettacolari" proteste, dico: risparmiate il vostro fiato e cercate di recuperare il consenso che avete perso , anche tra gli immigrati, facendo le battaglie giuste nei posti giusti. Qui, in Italia. Perché Gheddafi, con o senza discorso al Senato, è venuto in Italia da leone. E da leone tornerà nel deserto della Libia.

Sherif El Sebaie
http://salamelik.blogspot.com/
http://salamelik.blogspot.com/2009/06/il-leone-libico-in-italia.html
11.06.2009

VEDI ANCHE: UN’ “ONDA” DI DECEREBRATI

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