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lunedì 22 giugno 2009

Lo scippo strozzino dell'Abruzzo terremotato. N. Forcheri

2851_1091520329874_1282490899_30341754_4312514_nUn laboratorio per testare la palestinizzazione dell’Italia, per collaudare il (vecchio) concetto di “nuova frontiera” di un modello di sviluppo deleterio, che trasforma le persone, quelle considerate inutili, quelle che non collaborano né con banche né con multinazionali, né con i loro eserciti di funzionari burocratici, legali, giornalistici, in nuovi indiani o in nuovi profughi. Persone appartenenti a un modello di sviluppo che proprio perché un po’ arretrato, rurale e distante dalle grandi rotte commerciali della grande distribuzione, consumano di meno, magari alcuni nascondono le banconote sotto il materasso, e hanno ancora tanto “a gratis” dal territorio - troppo per il sistema - in una regione come l’Abruzzo, non servono, anzi disturbano. Persone normali, anzi umane. Artigiani, contadini, piccoli imprenditori, panettieri, macellai, cittadini che dal territorio sanno trarre tutto quel che basta per vivere dignitosamente, perché lo conoscono e perché lo rispettano, senza distruggerlo, e sanno metterlo in valore, come i vecchi indiani, i boscimani, i palestinesi. Come i nostri avi. Considerati concorrenza “sleale” dalle industrie agroalimentari, dalla grande distribuzione, dagli allevamenti intensivi tutto franchising con “sperma” modificato in mano, che non sopportano le bestie ruspanti, e da altre corporation che arruolano eserciti di esperti per “modificare” i pareri e gli atti legislativi UE a loro immagine e somiglianza.
Una regione ricca di acqua dove per l’appunto il processo di privatizzazione è in corso. Una regione ricca di idrocarburi, con tanti progetti di trivelle e trivelle in corso. Una regione ricca di biodiversità. Una regione ricca di beni di belle arti.
La matrice è sempre quella: il nostro capitalismo anglosionista che cerca di trarre dalle sventure ogni occasione per generare il massimo dei profitti. Anzi quasi quasi quelle sventure le propizia, se è vero che privilegia le guerre soffiando sui fuochi della zizzania nei punti ricchi di risorse del pianeta, o utili per i passaggi della grande distribuzione petrolifera.
Il pericolo in Abruzzo, all’interno di questa cornice, è che i nostri beni storici - “adottati” da banche come MPS e altre istituzioni - fungano da garanzie per i loschi traffici bancari di titoli finanziari o come pegni per i rimborsi di contratti di “aiuto” contenenti vizi nascosti, o clausole capestro. O che essi servano ai maneggi del debito pubblico, tu mi devi tanto allora io mi tengo il bene in pegno, e che tale concessione, diventi, alla lunga e come tutto il resto, cessione. Con l’aiuto di un debito pubblico non più rimborsabile. E che essi, i nostri borghi, i nostri monumenti, i nostri parchi biodiversi, la nostra (dolce) vita, il nostro “oro”, presi di mira dagli strozzini, passino definitivamente nelle loro mani.
Abbiamo già detto addio alla “dolce vita” - quella idea che il turista si faceva con ragione della vita nel nostro paese quando la paragonava alla vita in qualsiasi altro paese. Un mix tra buon umore, arte dell’aperitivo e gusto per la siesta, il mare, il calcio, il belcanto, le donne e il buon mangiare, in mezzo a mille difficoltà obiettive inesistenti in altri paesi. Finito tutto questo. Tra poco dovremo ringraziare semplicemente per la vita (che ci passerà il regime bancario).
Stiamo assistendo a un enorme scippo strozzino di un intero paese - da cui si salverà forse solo il Trentino - di cui la catastrofe sismica in Abruzzo servirà da apripiste per le regioni pià remote di questo apese. Dopo si potranno introdurre i cento McDonalds che il nostro sottosegretario alle belle arti Resca imporrà come condizione del restauro di qualche monumeto artistico, museo, chiesa o altra opera artistica.
Nella storia, l’esempio più lampante, anche se taciuto, di scippo strozzino è la cosiddetta presunta “vendita” della Corsica alla Francia, nel 1768, che in realtà fu la cessione di un bene preso come pegno dalla Francia a copertura del credito previsto dal contratto di concessione dell’isola, che prevedeva il presidio francese per domare l’emergenza della rivolta dei corsi. la Corsica fu estorta per insolvenza di Genova, che non ebbe mai i due milioni di lire genovesi che doveva alla Francia; l’insolvenza fu architettata dalla Francia stessa, poiché le truppe mandate a presidiare l’isola invece di assolvere all’incarico se ne stettero barricate nelle fortezze genovesi allungando a dismisura il conto. L’estorsione fu presentata, in occasione della firma del Trattato di Versailles, come un normale vendita o scambio.
Il pericolo è che i cittadini dei centri storici vengano definitivamente spostati in new town impersonali, sconvolgendogli la vita e l’identità, per lasciare posto agli interessi turistici, immobiliari, speculativi e cedere il nostro patrimonio storico, composto da monumenti ma soprattutto da case, strade, piazze, vicoli e giardini, a quegli interessi.
Il pericolo è l’esproprio massiccio da tanti campi biodiversi dei contadini che ancora coltivano come i nostri nonni quella invidiatissima made in italy, che proprio per questo viene ostacolata in tutti i modi dall’agroalimentare e la grande distribuzione.
Il governo aveva promesso soldi per ricostruire o restaurare le case. A parole è stato molto generoso. Queste promesse normalmente non verranno rispettate. Il governo deve fare i conti con le banche, ridotto a poco più di un normale indebitatissimo cliente, senza alcuna facoltà di gestione economica delle sue finanze. I prestiti promessi sono quindi già stati ridimensionati: solamente le prime case verranno rimborsate in paesini dove si arriva fino al 70% di seconde case. Seconde case di operai emigrati fuori. I quali non devono avere mai più il diritto a tornare in patria. Semmai devono essere sostituiti da tanti immigranti molto più schiavizzabili, dal nesso labile con il territorio e pertanto meno forti. Il ritorno di cittadini italiani che hanno ancora tantissimi legami con la loro terra, non ultimo una casa - sia pur inagibile adesso - no, giammai!, troppo “fascista” come concetto. Così mentre tutto il paese, supino, accetta il sacrosanto diritto ad immigrare in Palestina (chiamato “ritorno”) di persone che, in virtù di una ipotetica qualità del loro sangue, non avevano alcun legame personale con quella terra, e a costo di spodestare, massacrare, ammassare in campi profughi, le popolazioni autoctone con conseguenze di inaudita tragedia, quando si tratta dei nostri migranti, anche dei più recenti, l’atteggiamento è del tutto opposto. Anzi, a casa nostra, tanti indigeni ammassati nei campi, con la scusa di un terremoto, o sfollati dal centro di Roma, troppo cara, e si arriva persino all’assurdità e al razzismo di negare un diritto agli italiani emigrati riconosciuto agli altri concittadini, solo perché questi sono residenti! Come dire, il passaporto italiano è pura carta straccia, e quando si è all’estero, le autorità forse preferiscono perdere le nostre tracce. Per chi è migrante, e la sottoscritta ne sa qualcosa, è una tragedia sulla tragedia, prima l’emigrazione forzata poi la perdita della casa, in virtù di quella emigrazione forzata; non vi sono parole per spiegare la crudeltà inaudita di tale norma, se è vero che, come dimostrano molti immigranti in questo paese - non tanti come in altri paeri per la verità - la maggior parte ha solo un’idea in testa, quella di tornare a casa, per tutta la vita, soprattutto se non riesce a superare il senso di costrizione nell’emigrazione.
Come non pensare che persino l’aiuto dovuto in questi casi dallo Stato sia subdolamente e pignolamente sottoposto a regole di bancassicurazione? Le quali bancassicurazioni coprono i danni solo nei casi di sismi di oltre 6 gradi sulla scala richter: come spiegare che il sisma è stato registrato a un valore di oltre 6 gradi mentre in tutti i siti italiani è stato segnalato con il 5,8?
Perché? Perché il mondo bancario pone le sue condizioni strozzine per la concessione della liquidità allo Stato. Poi cartolarizzerà quegli stessi paesini, o parte di essi, al migliore offerente, con il migliore business plan per quelle aree. Il mondo bancario cura i propri interessi che sono un tutt’uno con quelli dell’agroalimentare, dell’industria del turismo di massa, degli idrocarburi, dei brevetti OGM, di tutte quelle attività che chiamerei canaglia e nelle quali sempre di più ha delle quote o dei titoli.
Fino a quando non si affronterà il nodo del problema - il conflitto di interessi che permea la relazione tra il mondo bancario, il mondo delle Corporation e i partiti, e lo strozzinaggio imposto allo Stato per ottenere ciò che gli è dovuto ossia la liquidità per funzionare, non se ne verrà mai a capo. La sinistra critica unicamente le promesse non mantenute del governo, come scusa per sparare a Berlusconi, compiacendo al sistema. La destra al governo tace pesantemente il nodo del problema, sarebbe come ammettere la propria impotenza. I cittadini continuano a fare il gioco della destra e della sinistra, e si voltano dall’altra parte quando si tratta di attaccare il problema monetario alla sua base.
Ma quel che più preoccupa è la militarizzazione dei campi, guardati a vista sotto l’occhio vigile di carabinieri e protezione civile, dove i “profughi” o gli indiani, devono comunicare i loro spostamenti, non possono assemblarsi liberamente per parlare delle loro condizioni, devono chiedere vari permessi per le visite di cortesia di amici e famiglia. Costretti a vivere in promiscuità due o tre famiglie in una tenda. Senza neanche la speranza di ottenere un container. Con la speranza sempre più fievole di potere ritornare a casa a novembre.
Per molti la speranza è già morta. Andranno nelle new town. Espropriati per forza dai loro borghi e dai loro campi. Nel frattempo dovranno risiedere nelle riserve di indiani guardati a vista dal regime bancario.
Pertanto l’Abruzzo diventerà il terreno di prova più tangibile di quell’anglo sionismo che sempre di più abita nei nostri governanti e nelle nostre istituzioni. Campi profughi, sfollamenti, violazioni di diritti umani, per lasciare posto a cantieri, case a schiera, centri commerciali, allevamenti intensivi, latifondi. L’impressione è che i nostri profughi concittadini debbano solo ringraziare per quel che passa il convento, visto che in campi come a Gaza le razioni sono regolarmente fermate ai valichi dagli strozzini, a mo’ di ritorsione, come metodo per “ammorbidire” un popolo o punirlo per avere richiesto ciò che gli spetta, la loro terra. Per indebitarlo per bene e farne i futuri prossimi entusiasti docili clienti.
Spostamenti definitivi per lasciar posto agli strozzini del pianeta che vorranno cominciare un enorme investimento in quei nostri bellissimi borghi e territori. Ricchi di risorse, acqua e idrocarburi – il saccheggio è già iniziato - ricchi di biodiversità – per fare incetta di semi rari – e chissà ricchi di ricerche nel laboratorio avvolto dal segreto del Grans Sasso. Spostamenti per lasciar posto a insediamenti di tipo chiantishire, laddove non venga trivellato per gli idrocarburi o costellato di new town e sobborghi periferici dove stoccare la manodopera a buon mercato, animaletti addomesticati dagli steccati delle riserve. L’idea è sempre la stessa – segregazione, separazione, specializzazione estrema del territorio e delle persone tale da alienarci tutti. Da una parte il borgo resort, con campo di golf e piscina, dall’altra il cantiere idrocarburi, dall’altro ancora i sobborghi dormitori, magari vicini al cantiere. Tutto dev’essere funzionale, ordinato, tutto dev’essere incasellato, come nelle migliori pratiche attuariali, tutto recintato.
Il territorio da spremere fino alle ultime gocce di sangue per gli utili delle banche e dei loro collusi imprenditori e politici. A costo di enormi spostamenti di folle.
C’erano stati gli espropri di Decimoputzu, in Sardegna, in seguito agli aiuti di Stato fraudolenti fatti sputare fino al midollo dagli innocenti beneficiari contadini. Poi le emigrazioni di massa dalla Basilicata per le trivelle nei tre quarti del territorio della regione. Adesso il progetto Waterfront nell’area flegrea, dopo la crisi della monnezza. L’aeroporto a sud di Siena, che creerà un bel po’ di sfollati e disoccupati, con tutte le lottizzazioni e trasformazioni del territorio che comporterà. Le trivelle in Val d’Orcia. O nel parco del Curone, culla della biodiversità, che sfolleranno un bel po’ di ulteriori agricoltori biologici, slow food, di qualità, curatori del paesaggio. E così via dicendo all’infinito. E tanti altri espropri nella penisola per questioni di “investimenti€”, in realtà un ignobile rientro in un debito pubblico fraudolento.
Abituiamoci visto che se le masse continuano a dormire, sarà ciò a cui dovremo assistere sempre più spesso nel futuro prossimo venturo. L’inizio della palestinizzazione del nostro paese. La costituzione di riserve di indiani in anonimi sobborghi alienanti, l’estromissione dai nostri centri storici - già iniziata - dai nostri borghi e dai nostri campi agricoli, per andare in sobborghi anonimi dove il vicino diventa l’altro, l’estraneo di cui diffidare invece del vicino con il quale coabitare nei graziosi spazi comuni dei nostri tradizionali borghi e città.
Perché, per evitare le sommosse dell’Argentina fallita, questa volta con l’Italia hanno deciso che la resa del nostro paese si farà di soppiatto, costellando il paese di mille progetti di esproprio, senza mai informare il paese del nesso stringente tra questi e il nostro fallimento tecnico dovuto a un fraudolento debito pubblico. Bancarrotta fraudolenta.
Nicoletta Forcheri
Altro articolo in tema: http://www.stampalibera.com/?s=new+town%2C+forcheri
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Cara Redazione,
sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.
Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa. Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.
Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni” che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile.
Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il re sponsabile del mio campo, quando gli hoparlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani! Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo intenzione, noi Aquilani, di essere triturati dalla societàcdello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti
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