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Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

martedì 2 giugno 2009

Cosa cela l'attacco al Premier?

lunedì, giugno 01st, 2009 | Author: nforcheri | » Edit «
Tfinancial-times1re articoli, tre fonti diverse, accomunate dall’ analisi geopolitica dell’attacco al Premier, e dall’intelligenza di non cadere nella trappola - perché oramai anche i bambini dovrebbero essersi accorti che di questo trattasi - del gossip facile. Di certo c’è che tutti gli attacchi dell’asse PD/Repubblica, hanno fatto come il boomerang, per citare La Russa - chi lo avrebbe mai creduto che lo avrei un giorno citato, ma la stoltezza dell’opposizione è riuscita a produrre involontariamente questo piccolo miracolo.
Qualcuno si è chiesto come mai questa opposizione abbia fatto così male il suo mestiere, da arrivare ad attaccare l’uomo nei suoi connotati genitali - colpi bassi solo colpi bassi - e non il Premier, mentre continuano imperterriti certi programmi - da club del Britannia?
Di due cose l’una, o l’opposizione è veramente così maldestra, oppure c’è già un accordo tacito per fare vincere Berlusconi, i cui esponenti al Parlamento europeo, a dispetto dei complottismi dell’ultima ora nati attorno alla sua persona proprio per l’attacco sproporzionato da lui subito - e non escludo terzo attacco - sono proprio quelli che votano PER i paradisi fiscali, e PER tutti i liberismi vituperati da cittadini e lavoratori. Accordo tacito per farlo vincere sì, ma cercando di non farlo stravincere, seminando il dubbio nelle testoline degli indecisi in modo che la sua vittoria - preannunciata straripante - debba scendere a patti con quella corrente più finanziario bancaria, politicamente corretta e acritica dell’Europa così ben rappresentata dall’asse Repubblica PD - filo diretto alla City - con Di Pietro, ago della bilancia incaricato di soffiare sul fuoco dell’antiberlusconismo - e solo quello - racimolando consensi con facile populismo.
Disgustoso. Io non voto. Con tutto il dispiacere che tale scelta comporta per una come la sottoscritta, appassionata di politica.
Nicoletta Forcheri

1. L’anomalia Berlusconi? Lo scenario geopolitico

di Matteo Pistilli - 30/05/2009
Fonte: cpeurasia


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Davvero Berlusconi è un’anomalia inconcepibile altrove? Oppure è una questione che nasconde altro?
Nel panorama politico italiano è impossibile affrontare qualsiasi discorso senza toccare l’argomento “Berlusconi”. Che ci piaccia o meno, il Berlusconi imprenditore, il Berlusconi politico, il Berlusconi ‘personaggio’ e via dicendo, sono ormai una fattore che non si può ignorare; soprattutto, ciò che ha condotto a questa situazione sono le campagne propagandistiche delle cosiddette “sinistre” che, trovandosi senza più nessun tipo di idea o progetto da proporre, hanno puntato tutto sull’attacco personale a Silvio Berlusconi. Con questa fallimentare strategia hanno fra l’altro raggiunto il risultato opposto a quello che si erano poste, rinforzando l’attuale Presidente del Consiglio e indebolendo se stesse, ormai non sentite più come portatrici di alcuna “visione alternativa” rispetto al Cavaliere.

Ma la figura di Berlusconi è molto interessante, e non perché rappresenti un’anomalia, come vogliono farci credere i suoi antagonisti, bensì perché con la sua specificità rappresenta evidentemente e direttamente il normale funzionamento del sistema liberal-democratico. Non saltino sulla sedia i tifosi anti-berlusconiani, come non si scandalizzino i tifosi pro-berlusconiani: lasciate andare per pochi minuti le partigianerie, e tenteremo di spiegare quanto affermato.
Affronteremo le tematiche che più spesso si associano al Presidente Berlusconi cercando di sottolinearne il significato.
Di sicuro la prima specificità del capo del PdL, quella che più gli fa piovere critiche addosso (di per sé legittime e sensate, lo diciamo subito), è il binomio CONFLITTO di INTERESSI / CONTROLLO dei MEDIA. Si fa giustamente notare come una grande concentrazione nel controllo dei mass media sia deleteria per il confronto politico e, più in generale, per la cultura politica (e non solo) italiana, e per una corretta “prassi democratica”, soprattutto se tutto quel potere informativo è concentrato nelle mani di uno degli uomini politici più potenti d’Italia. Ripetiamo che non c’è niente di sbagliato nel rilevare ciò, poiché è evidente a chiunque quanto oggi siano fondamentali i mass media per informare (ovvero “dare forma” al-) le persone e, di conseguenza, quanto sia pericoloso che tutta l’informazione sia nelle mani di qualcuno che voglia abusarne, soprattutto se l’unico obiettivo è il profitto economico senza alcun “senso dello Stato”.
Ma quello che vale per Berlusconi ovviamente deve valere per tutti, e se allarghiamo lo sguardo ragionando senza farsi predare dai fumi della faziosità, ci rendiamo conto che la particolarità (la “colpa”) di Berlusconi è solo quella di rendere palese senza troppi infingimenti le sue smisurate proprietà e rendere altresì evidente il nesso che queste hanno con il potere politico. Il Presidente del Consiglio, proprietario di Mediaset, della Mondadori, del Milan, di banche, di finanziarie ecc. ha la particolarità di evidenziare come tutte queste proprietà siano nelle mani di un unico interesse.
Bene, detto questo dev’essere chiaro che questa è esattamente la prassi del vigente sistema capitalista liberal-democratico acclamato sia “da destra” che “da sinistra”. Tutte le maggiori aziende del mondo - in questo caso, nel campo dell’informazione - sono controllate da determinati centri di potere (molto più grandi di Berlusconi) ed hanno interessi ovviamente sia politici che economici; solo che, diversamente dal caso italiano, negli altri casi ciò risulta meno chiaro e, soprattutto, occultato da chi dovrebbe portarlo a conoscenza della gente.
In tutto l’Occidente, solo quattro grandi multinazionali controllano praticamente tutto quello che viene passato sui teleschermi di televisioni e cinema. La prima di queste aziende è la AOL Time Warner (Solo per questa elenchiamo a mo’ d’esempio tutti i rami: varie case editrici tra le quali Time-Life International Books, Time-Life Education, Time-Life Music, Time-Life AudioBooks, Book-of-the-Month Club (sia la “divisione” bambini che quella adulti), Paperback Book Club, History Book Club, Money Book Club, HomeStyle Books, Crafter’s Choice, One Spirit, Little Brown, Bulfinch Press, Back Bay Books, Warner Books, Warner Vision, The Mysterious Press, Warner Aspect, Warner Treasures, Oxmoor House, Leisure Arts, Sunset Books e TW Kids. La AOL-TW controlla poi le seguenti TV via cavo e satellitari: Cinemax, Time Warner Sports, HBO (7 divisioni americane e 6 internazionali), CNN (10 divisioni in tutto il mondo), Time Warner Cable, Road Runner, Time Warner Communications (servizio primariamente telefonico), New York City Cable Group, New York 1 (una specie di CNN dedicata esclusivamente all’ area di New York), Time Warner Home Theater, Time Warner Security (video monitoring), Court-TV (in comproprietà con Liberty Media), Comedy Central (in comproprietà con Viacom) e Kablevision (Ungheria). La stessa società controlla i seguenti canali TV e studi cinematografici: Warner Brothers, WB studios, WB Television (produzione, animazione e reti), Hanna-Barbera Cartoons, Telepictures Production, Witt-Thomas Productions, Castle Rock Entertainment, Warner Home Video, WB Domestic Pay-TV, WB Domestic TV Distribution, WB International TV Distribution, The Warner Channel (società separate sono state create per l’ America Latina, l’ Asia e la regione del Pacifico, l’ Australia e la Germania) e WB International Theaters in 12 paesi. Time, Time Asia, Time Atlantic, Time Canada, Time Latin America, Time South Pacific, Time Money, Time For Kids, Fortune, Life (la nuova versione blanda), Sports Illustrated (e le varie versioni di Sports Illustrated come SI Women/Sport, SI International e SI For Kids), Inside Stuff, Money, Your Company, Your Future, People, Who Weekly (Australia), People en Español, Teen People, Entertainment Weekly, EW Metro, The Ticket, In Style, Southern Living, Progressive Farmer, Southern Accents, Cooking Light, Travel Leisure, Food & Wine, Your Company, Departures, Sky Guide, Vertigo, Paradox, Milestone, Mad Magazine, Parenting, Baby Talk, Baby on the Way, This Old House, Sunset, Sunset Garden Guide, Health, Hippocrates, Costal Living, Weight Watchers, Real Simple, President (Giappone) e Dancyu (Giappone). Questo diluvio cartaceo non tiene conto delle altre decine di riviste (prevalentemente di hobbistica e tempo libero) che AOL-TW possiede nel Regno Unito e che si aggiungono a questo non disprezzabile pacchetto di case discografiche: Atlantic Group, Atlantic Classics, Atlantic Jazz, Atlantic Nashville, Atlantic Theater, Big Beat, Background, Breaking, Curb, Igloo, Lava, Mesa/Bluemoon, Modern, Rhino Records, Elektra, East West, Asylum, Elektra/Sire, Warner Brothers Records, Warner Nashville, Warner Alliance, Warner Resound, Warner Sunset, Reprise, Reprise Nashville, American Recordings, Giant, Maverick, Revolution, Qwest, Warner Music International, WEA Telegram, East West ZTT, Coalition, CGD East West, China, Continental, DRO East West, Erato, Fazer, Finlandia, MCM, Nonesuch e Teldec.) [1]
Le altre tre, di cui non elenchiamo le ramificazioni, sono Disney, Viacom INC, Vivendi [2].
Dev’essere chiaro che la cultura e l’informazione che queste multinazionali diffondono in tutto il mondo, data la potenza e i collegamenti di cui usufruiscono, riesce a pilotare tranquillamente tutto il complesso della cultura occidentale. Ed allora qual è in questo campo la specificità, l’anomalia di un Berlusconi? Solo quella di rendere palese e noto a tutti il controllo su tre canali televisivi e diverse attività editoriali. Perciò, nell’evidenza della sua situazione, Berlusconi ci rende il favore di aprirci gli occhi su come funziona l’industria del consenso e di come sia in pochissime mani il controllo dei mass media di tutto il mondo.
Anche per l’Italia la situazione è più o meno la stessa, visto che oltre alle proprietà di Berlusconi soltanto due grandi aziende si dividono il controllo dei media: Il Gruppo l’Espresso, che è di proprietà di Carlo Benedetti (“La Repubblica”, 9 periodici, tra cui una rivista geopolitica (LiMes), 15 quotidiani locali, 3 radio, 2 televisioni e un portale multimediale). L’altro terzo grande gruppo è RCS, che ha come principali azionisti MEDIOBANCA, un insieme di banche, industriali e azionisti stranieri tra cui Vincent Bolloré, che è un amico intimo di Sarkozy, e la FIAT; l’RCS possiede 2 quotidiani, tra cui il “Corriere della Sera”, 19 periodici, 11 case editrici più 3 in comproprietà, un’agenzia giornalistica, 2 radio più 4 in comproprietà, 5 canali televisivi e all’estero “El Mundo”, che è molto vicino alle posizioni del Partito Popolare Spagnolo, a sua volta molto vicino ad Israele. In più la FIAT, sempre la famiglia Elkann, controlla direttamente anche “La Stampa”.[3]
Come si deve ancora notare, i mass media sono controllati da poche mani e tutte fanno riferimento a precisi gruppi di pressione politici. Non è infatti un segreto per nessuno che De Benedetti sia un campione e un finanziatore del centro-sinistra, per esempio, ed è quindi ovvio che da questa egli a sua volta verrà privilegiato (e soprattutto dai suoi canali informativi verrà propagandata l’opinione della “sinistra”); o che RCS esprima gli interessi e quindi le opinioni e la cultura delle grandi aziende capitaliste (Grande finanza e industria decotta, come direbbe Gianfranco La Grassa) [4]. Ora, l’unica cosa che differenzia questi due gruppi da quello guidato da Berlusconi è il fatto di non avere la stessa persona che mette la faccia sia nell’economico che nel politico, ma davvero ci si può fermare a quest’aspetto e non prendere atto di come funziona in profondità l’attuale sistema politico?
Tuttavia, la questione non riguarda solo i mass media che hanno la particolarità di pilotare la cultura mondiale, bensì anche i più grandi gruppi di potere che stanno al di sopra dei media e ne dettano la linea: ci riferiamo alle banche multinazionali e alle società finanziarie che sostengono con centinaia di miliardi i candidati alla presidenza degli USA: lo faranno senza una contropartita? Multinazionali alimentari, come è per esempio la Monsanto, che fanno in modo attraverso accordi firmati dagli Stati di garantirsi lo smercio di prodotti brevettati dall’azienda stessa; oppure aziende farmaceutiche che attraverso Banca Mondiale, FMI, e ONU obbligano decine di Stati “sovrani” (?!) a comprare a peso d’oro i propri medicinali brevettati.
Cos’è tutto questo se non CONFLITTO di INTERESSI? Siamo davvero convinti che l’anomalia sia Berlusconi e non sia invece soltanto una piccola ed evidente (per questo utile) conferma di come funziona il sistema in cui viviamo? Davvero possiamo permetterci di considerare Berlusconi un’anomalia da estirpare, infilando così la testa sotto la sabbia, abdicare all’intelligenza umana, senza pervenire alle necessarie conclusioni sui temi della sovranità e della globalizzazione?
Che poi non si credano le anime belle che anche a livello più piccolo non valgano i stessi principi che valgono per le multinazionali! Quello che succede in ogni città e paese, in cui vediamo infilati nei vari posti comunali con contratti più o meno a termine persone fedelissime di quello o quest’altro partito, come lo chiamate voi? E gli appalti aggiudicatisi sempre da ditte di “amici degli amici”? Non è anche quello “conflitto di interessi”? O forse il fatto che non riguardi miliardi di euro fa credere che sia meno grave? Raccomandazioni, mazzette, aiutino, dentro e intorno i vari partiti politici, come li chiamiamo? In effetti, più che “conflitto di interessi”, che almeno in Italia non è illegale in quanto non c’è una legge che per ora lo impedisca (Berlusconi ha fatto approvare leggi al riguardo, mantenute dagli stessi governi “anti-Berlusconi”), questo si dovrebbe chiamare truffa. E quante persone abbiamo sentito tuonare contro Berlusconi, inteso come l’unico “male italiano” e quasi mondiale, ben sapendo che quegli stessi individui hanno aiutato ditte amiche del loro partito a vincere gare d’appalto, altri amici ad aggiudicarsi qualche “bando pubblico”, altri ancora a campare di “lavori socialmente utili”, e poi altri a campare vita natural durante di “finanziamenti pubblici”… niente da dire su questo? Come si pretende che una sola persona possa fungere da capro espiatorio per un intero sistema “democratico” fondato sulla truffa?
Ma lasciamo la parola a Tito Boeri, economista, sostenitore del Partito Democratico, invitato da “L’Unità” a parlare di tutto l’arco politico italiano:
«Sembra più un fenomeno legato agli scambi, siamo quasi nel campo del baratto, voti in cambio di una gara d’appalto confezionata su misura, di un incarico prestigioso o di una nomina. Più difficile anche da perseguire da un punto di vista giudiziario».
«Il 25% dei nuovi ingressi (in Parlamento) vengono dalle imprese. È la quota di manager più alta dal dopoguerra a oggi. Il risultato è che stanno in Parlamento una o al massimo due legislature. Restano però in contatto con il mondo della politica e diventano dei perfetti lobbisti. E il Parlamento è diventato il terreno dove si coltivano i propri interessi».
«Difatti la nostra classe politica si forma nelle aziende private o nei grandi enti pubblici. Le intercettazioni raccontano di un corpo aziendale trasportato in consiglio comunale per cui la politica è roba loro. Ecco perché i sindaci e gli assessori indagati restano sorpresi, non capiscono di aver fatto qualcosa di eticamente inopportuno anche se forse non propriamente illegale».
Ancora la stessa domanda: come ci si pone dinanzi a questa realtà, che unisce “conflitto di interessi” e illegalità, alla luce soprattutto del suo essere diffusa in tutto il nostro sistema “democratico”, dalla cosiddetta destra alla cosiddetta sinistra, dal Presidente della Repubblica (ultimamente accusato di varie truffe e raccomandazioni da Travaglio) al semplice cittadino raccomandato? Si ha davvero la sfacciataggine di considerare Berlusconi l’unica “anomalia”? Soprattutto dopo le varie campagne di Beppe Grillo (per prendere la cosa dal lato più ridanciano), non sarà difficile rintracciare il numero ed anche i nomi dei parlamentari (ma non ci si deve limitare a quella ristretta cerchia) indagati e condannati, dal 1945 ad oggi, e fra l’altro notare come vengano tranquillamente rieletti più volte (tanto per fare un altro esempio, è dovuta passare su tutti i media, per venire subito accantonata, la notizia delle case comprate a prezzi stracciati, grazie alla mafia politica, da molti protagonisti della politica italiana; oppure, il collegamento con la mafia di tantissimi politici della più disparata provenienza è facile indicatore che non è solo una la pecora nera, tanto più se pensiamo come la mafia fu un’importante partner/alleato per gli anglo-americani nella Seconda guerra mondiale). Farne un discorso di parte è davvero riduttivo e disonesto: in questa situazione accanirsi soltanto sulla persona di Berlusconi è un inganno condotto per precisi obiettivi politici.
Legato al controllo dei mass media c’è poi il “problema culturale”: cioè l’accusa rivolta a Berlusconi di aver trasformato l’Italia in una “Repubblica fondata sulle veline”. Questa, fra le varie questioni è quella più ridicola, faziosa ed indicatrice di scarsa intelligenza ed approfondimento. Come se format televisivi mondiali (per esempio “Saranno Famosi” o “Grande Fratello”), diffusi negli Stati Uniti anni ed anni fa, e poi allargatisi a macchia d’olio a tutto il globo cavalcando e, allo stesso tempo, esportando la globalizzazione, siano un progetto berlusconiano. Come se la mercificazione dei corpi delle donne e degli uomini non avvenisse in ogni parte dell’Occidente (sarà per questo che odiano l’Islam?), come se i video trasmessi da tutte le televisioni tipo MTV (che, come abbiamo sottolineato, sono controllate dalle solite quattro multinazionali), non siano l’avanguardia di quella degenerazione culturale che invece in Italia alcuni vorrebbero attribuire al solo Berlusconi; certo quest’ultimo con le sue televisioni cavalca l’onda, e non a caso è un imprenditore interessato perlopiù al profitto, ma non bisogna prendere la cantonata di considerarlo l’unico ed il principale “nemico”, in quanto in questo modo si fa il gioco di chi, nei consigli di amministrazione delle “multinazionali”, vorrebbe continuare a comandarci facendoci pensare ad altro distogliendoci dal vero problema della sovranità. Con una superficialità che sfiora il ridicolo, questi campioni di faziosità, ci tengono a dire che il modello portato avanti da Berlusconi si basa solo sull’immagine, sulla pubblicità: ma cosa dobbiamo pensare allora del battage pubblicitario che ha accompagnato la figura di Barack Obama, dimostratosi poi quello che si sapeva, e cioè un fedele continuatore della politica “imperialista” statunitense? Oppure del campione delle sinistre nostalgiche ovvero J. F. Kennedy? Famoso più per la famiglia stra-miliardaria e per la storia con Marilyn Monroe che per altro (oltre al fatto di essere un bell’uomo, grande qualità per un politico).
Il sistema al quale Berlusconi si conforma e che a sua volta diffonde è certo da rigettare ed è figlio della globalizzazione occidentalizzante; ma proprio per questo, bisogna stare in guardia e non cadere nei tranelli dei dominanti e giudicarlo per quello che è: uno dei tanti aspetti del dominio statunitense sull’Europa, al quale non si oppone minimamente, anzi ne è a sua volta sostegno, la sterile critica al singolo Berlusconi, come se questi fosse responsabile dell’attuale sistema culturale “occidentale”.
Inoltre, le varie critiche nei confronti del capo del PdL, con la scusa della sua “anomalia” da demonizzare, non affrontano mai l’aspetto politico delle varie questioni (che dovrebbe essere quello davvero interessante): così, le critiche alle leggi promulgate dalla sua maggioranza o ai decreti approvati dal suo governo - quelle, ad esempio, sulla magistratura, o quelle relative alla riforma dell’istruzione - vengono estremizzate e rese isteriche a tal punto da ignorarne la valenza politica e glissare sul fatto che lo stesso tipo di scelte (privatizzazioni, flessibilità, precarietà…) era stato compiuto da governi di centro-sinistra (oggi i primi anti-berlusconiani): si pensi alla legge Treu, alla legge Biagi (sul lavoro), alla pessima riforma universitaria di Berlinguer tutta ricopiata dal sistema statunitense! Le stesse accuse rivolte a Berlusconi di essere un “truffatore” e un “corruttore” (di testimoni ecc.), sebbene potrebbero avere un fondamento (e tuttavia le sentenze della Magistratura così cara alla “sinistra” solo quando le fa comodo parlano di “assoluzioni”), tentano di celare le varie illegalità da piccolo cabotaggio cui abbiamo accennato (e tante altre se ne potrebbero citare), da cui non è esente anche certa Magistratura politicizzata (altra bella “anomalia”!).
Siccome di questi tempi è facile sentirsi appioppare (soprattutto da chi, in evidente crisi propositiva) l’etichetta di filo-berlusconiani (con quel che di demonizzazione ne consegue), è opportuno puntualizzare che ciò che qui è in questione non è un “sostegno” a Berlusconi ed alla sua politica, bensì un invito ad approfondire, soprattutto nell’attuale fase politica a nostro avviso cruciale, i grandi temi e le tendenze in atto al di là delle menate sulla “vita privata del premier”. Soprattutto in una situazione in cui sembra si stia creando una spaccatura nell’insignificante dicotomia destra-sinistra, osservando quello che alcuni definiscono lo “scontro FIAT-ENI”: cioè, da un parte l’azienda torinese (sono dimostrate le illegalità avvenute alla sua fondazione, falso in bilancio e aggiotaggio, ma chissà perché si insiste soltanto sulle origini delle proprietà di Berlusconi), che a quanto pare è la testa di ponte degli interessi statunitensi che cercano di accaparrarsi mercati e controllo politico in Europa [5], dall’altra la cordata ENI-GAZPROM (e in questa “l’amicizia” Berlusconi-Putin) interessata a strappare più sovranità possibile al polo nord-americano. La diretta conseguenza di ciò è che coloro che appoggiano, più o meno risolutamente, i progetti politici in contrasto con quelli americani vengono colpiti da campagne propagandistiche “internazionali”, solertemente amplificate da pappagalli nostrani che si profondono in lodi sulla “autorevolezza” di certa stampa d’Oltremanica.
Ripetiamo: al di là del pettegolezzo sulle “diciottenni” o il cicaleccio sul “conflitto di interessi”, è interessante capire, quindi studiare, se davvero le cose, per NOI, si stanno avviando verso nuovi scenari, in modo da essere pronti a comprenderli e, quando possibile, stabilire le necessarie conclusioni. Di certo c’è che l’approccio fanaticamente anti-berlusconiano impedisce di comprendere la realtà in cui viviamo.
Tra le varie accuse al Capo del governo italiano che piovono dalla stampa “internazionale” non poteva mancare quella “fascismo”. Sembrerà strano, ma nell’attuale fase geopolitica questo potrebbe anche essere un ‘complimento’ per Berlusconi in quanto oggi sono considerati “fascisti” Vladimir Putin (ex KGB sovietico), Ahmadinejad (Presidente della Repubblica islamica dell’Iran), Hugo Chavez (socialista bolivarista amico di Castro); ed in un recente passato analoga accusa era stata rivolta a Saddam Hussein e Slobodan Milosevic. Diciamolo chiaramente: l’accusa di “fascismo” colpisce esclusivamente quegli Stati che in un modo o nell’altro hanno creato grane all’Angloamerica [6].
Oggi più che mai è tempo di capire la realtà, anche perché gli strumenti esistono e sono a disposizione di un pubblico che deve solo smetterla di andare dietro a dei venditori di fumo. La perdita di potere della superpotenza americana è senz’altro positiva per noi, che dobbiamo riappropriarci della nostra sovranità, al momento praticamente inesistente, ingabbiata fra istituzioni internazionali globalizzanti (Banca Mondiale e Fondo Monetario su tutte), controllo militare (solo in Italia, oltre 100 basi e installazioni Nato/Usa ci controllano e minacciano con le loro armi) e controllo politico (attraverso una classe dirigente scadente e prona agli interessi stranieri).
Un costante miglioramento nei rapporti fra l’Europa e la Russia, nonché una sempre più interdipendente cooperazione di tutto il continente eurasiatico, è l’unica possibilità che abbiamo per cercare di determinare dei cambiamenti sostanziali nella nostra epoca, che non vogliamo diventi “il Nuovo secolo americano”: tutto quello che ci porta fuori da questa logica sovranista, distogliendoci agitando falsi problemi, è da rigettare decisamente.
***
[1] Fonte: www.effedieffe.com in “Chi comanda i media” e “Ancora sul controllo dei media”, rispettivamente del 22/06/2005 e del 28/07/2005)
[2] Per rintracciare anche per queste aziende le varie proprietà, rimandiamo agli articoli citati nella precedente nota.
[3] Cfr. “Intervista a Daniele Scalea”, www.eurasia-rivista.org.
[4] In un articolo intitolato “la plutocrazia piemontese”, Gramsci nel 1925 scriveva su “L’Unità”: “Il trinomio Agnelli-Gualino-Ponti, col complesso di forze economiche rappresentate - la Fiat, la Snia viscosa, la Sip - dirige la più potente organizzazione capitalistica che esista in Italia. […] questa potentissima coalizione finanziario-industriale è naturalmente anche una potentissima macchina politica. La politica serve a creare le condizioni favorevoli per la prosperità delle speculazioni, e le speculazioni riuscite forniscono i milioni necessari per alimentare e mantenere l’influenza politica”.
[5] Per seguire queste evoluzioni è utile leggere il blog www.ripensaremarx.splinder.com, ma le stesse concezioni sono state rilanciate anche da un giornale “berlusconiano” ed “istituzionale” come “Libero”. Inoltre sono confermate dalle dichiarazioni di Tremonti secondo cui “la partita è fra governi” e da quelle di Marchionne che, augurandosi “che la partita sia economica e non politica”, conferma di essere spaventato (come i suoi padroni americani) da accordi politici Europa-Russia.

2. L’attaco all’Italia

di F. D’Attanasio - 30/05/2009
Fonte: ripensaremarx [scheda fonte]
Anche oggi, Venerdì 15 maggio, sul quotidiano Libero c’è un interessante articolo a firma di Fausto Carioti avente per oggetto l’attacco al premier Berlusconi, che in realtà sappiamo provenire da più parti, sia internamente e sia da poteri extra nazionali. Carioti, in detto articolo si sofferma in particolare sul secondo aspetto, iniziando nel mettere in evidenza come anche Lucia Annunziata, sulle pagine della Stampa, ieri abbia parlato del possibile “complotto Bilderberg” : «un club dei potenti della terra che si riunisce ogni anno sotto la guida spirituale di Henry Kissinger e traccia l’indirizzo che dovrà prendere il mondo nei dodici mesi seguenti. Inutile dire che l’impronta del circolo è spiccatamente anglosassone». Appunto anglosassone, un aspetto fondamentale questo, che mai, almeno per quel che mi è capitato di leggere a proposito (in verità molto poco, dato che i canali ufficiali e più accreditati dell’informazione si guardano bene dal parlarne) è stato seriamente preso in considerazione con tutte le logiche conseguenze che ne possono discendere. Difatti la riunione del Bilderberg, non è la riunione strettamente segreta del potere mondiale oramai “globalizzato” (secondo appunto le interpretazioni più in voga, un’autentica sciocchezza che sembra ancora resistere nonostante il mondo appunto si stia incamminando secondo direttrici del tutto diverse), ma il vertice del potere a guida americana, il cui fine non è decidere le sorti dell’intero pianeta, ma più realisticamente, le contromisure più generali e complessive da adottare per rintuzzare gli attacchi che i nuovi poli in ascesa sullo scacchiere del potere internazionale in maniera sempre più convinta intendono portare avanti. «E visto che il governo italiano è visto a Washington come la testa di ponte mediterranea della Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, la quale oggi è ai ferri corti con gli Stati Uniti tanto quanto lo era ai tempi di George W. Bush, la voglia di tirare le somme e dire che per la Casa Bianca (e per il “circolo Bilderberg”) Berlusconi è un ostacolo da rimuovere è forte.» Carioti, proseguendo la lettura del suo articolo, dice una cosa del tutto condivisibile, vale a dire ciò che sta creando problemi agli Stati Uniti non è la Fiat, come qualcuno potrebbe pensare, ma la politica estera ed energetica italiana. Difatti, come abbiamo messo in evidenza su questo blog, soprattutto con gli scritti di La Grassa, viene da pensare che l’amministrazione americana, in queste ore, stia facendo di tutto per appoggiare la Fiat nella sua corsa all’acquisizione di Opel; quale migliore alleato-subalterno potrebbero aspirare di avere gli USA in questa fase? Il successo della Fiat sarebbe per gli USA una garanzia notevole, significherebbe poter contare su di un gruppo del tutto affidabile, in grado di costituire un’autentica zavorra – non solo per l’Italia ma anche per la Germania, e di conseguenza per l’intera UE – in grado cioè di attrarre in proprio favore il grosso delle risorse, non solo finanziarie, ma anche e soprattutto politiche, penalizzando così i settori industriali più moderni che costituiscono il futuro dello sviluppo dei paesi maggiormente industrializzati, ma soprattutto condizionando le linee politiche di questi paesi, in maniera da non costituire un intralcio per il mantenimento ed il rafforzamento delle quote di potere internazionale in mano ai “padroni” d’oltre Atlantico.
Carioti, ancora una volta, ribadisce l’importanza e quindi la preoccupazione per l’amministrazione americana, che costituisce il recente accordo fra Eni e Gazprom; in base a tale accordo la portata del gasdotto South Stream sarà aumentato da 31 miliardi di metri cubi l’anno a 63 miliardi, quanto basta, in teoria, per fornire all’Italia i quattro quinti del suo fabbisogno di metano. L’enorme infrastruttura minaccia seriamente di uccidere il gasdotto rivale, ancore in fase di progettazione, Nabucco, fortemente voluto e sponsorizzato proprio dagli USA, ma in chiave del tutto anti-russa; difatti farebbe arrivare in Europa il gas di Turkmenistan, Kazakistan e paesi vicini attraverso l’Ucraina, scavalcando la Russia stessa, e ciò porterebbe ad un significativo ridimensionamento del peso politico di quest’ultima sull’intera Europa. «L’Unione europea (e gli Stati Uniti) avrebbero preferito invece mantenere in gioco l’Ucraina. [come si potrebbe altrimenti spiegare la rivoluzione “colorata” in questo paese? nota mia] A Marzo, proprio per questo motivo, la UE aveva siglato un’intesa con il governo di Kiev per ammodernare i gasdotti ucraini. “Una perdita di tempo e di mezzi finanziari” aveva commentato Scaroni, perché quell’intesa escludeva “chi il gas lo produce, cioè la Russia”. Insomma, le certezze sono che il patto tra Roma e Mosca è davvero d’acciaio, e che l’intesa non è solo economica, ma – per ammissione dei protagonisti – politica.» Carioti conclude dicendo, in maniera del tutto condivisibile, che chiaramente gli Stati Uniti non staranno a guardare, reagiranno, anche se non possiamo assolutamente sapere fino a che punto vogliano e possano spingersi; però un fatto è certo, non possiamo essere così ingenui nel pensare che, giacché adesso comanda un afroamericano democratico, certi “atteggiamenti” ed “abitudini” della classe dominante americana stiano cambiando.
E per concludere, è bene che io faccia una precisazione, a scanso di equivoci: Libero, nonostante queste “fiammate”, rimane quel che è, fondamentalmente filo americano e filo israeliano, convintamente anti-arabo, su posizioni, per intenderci, quasi del tutto coincidenti con quelle di una Fallaci; se dà spazio ad articoli del genere non lo fa per spirito patriottico o nazionalistico, ma perché deve difendere questo governo ed in maniera particolare Berlusconi; se quest’ultimo si fosse attestato, in politica internazionale, su ben altre posizioni, sono convinto che Libero l’avrebbe seguito con la stessa tenacia e convinzione di oggi.

3.Cosa c’é dietro l’attacco del Finacial Times a Berlusconi?

di Mauro Bottarelli - 28/05/2009
Fonte: il riformista [scheda fonte]

L’attacco del Financial Times a Silvio Berlusconi è di quelli che lasciano il segno, ma sarebbe un errore madornale ricondurlo all’ondata di sdegno innescata dal cosiddetto “caso Noemi”. Non esiste infatti popolo più pragmatico di quello inglese e non esiste inglese più pragmatico di chi lavora nell’ambito finanziario, a qualunque livello. La regola aurea è e resta una sola: business as usual. Il resto - alcove, ville, camere da letto, cene sociali o compleanni - da queste parti contano nulla. Tanto più che in questo momento la Gran Bretagna, scossa com’è da uno scandalo che vede deputati e deputate chiedere ai contribuenti il rimborso di mangimi per pesci rossi e Tampax, ha ben altro a cui pensare che unirsi alle schiera di indignati speciali per il presunto caso Lewinsky all’italiana.
Il motivo dell’attacco da parte del quotidiano della City è altro e ben più serio: la Gran Bretagna, intesa come sistema economico basato per i quattro quinti sul settore finanziario, teme come non mai l’isolamento e il ridimensionamento. L’asse renano Merkel-Sarkozy è ormai imperante, lo stesso Economist ne ha pagato il tributo tre edizioni fa con una copertina che lasciava ben poco all’interpretazione e Londra cerca una sponda, fosse anche soltanto per una pura operazione “di rottura”.
Il problema è che Silvio Berlusconi, mai molto amato Oltremanica, ha da un lato un rapporto privilegiato con quella Russia che dopo il caso Litvinenko e le accuse di spionaggio al British Council è sempre più nemico giurato del Regno Unito e dall’altro sembra ormai aver dato vita a un silenzioso appeseament verso l’asse franco-tedesco, come d’altronde dimostrano la sintonia fra i tre ministri delle Finanze in tema di regolazione dei mercati e il recente corteggiamento Fiat-Opel.
La Gran Bretagna ha paura, inutile negarlo. È di ieri la notizia che dalla fine del 2010, 1300 filiali bancarie - un decimo del totale in Inghilterra - riconducibili ai marchi Abbey, Bradford&Bingley e Alliance&Leicester cambieranno nome e diventeranno soltanto Santander, ovvero l’istituto spagnolo che le controlla. Centinaia di anni di attività bancaria britannica cancellati in un attimo: cambia poco a livello operativo ma non a livello di orgoglio. Inoltre il risiko dell’industria automobilistica europea potrebbe vedere proprio la britannica Vauxhall, controllata da GM Europe che a sua volta controlla Opel, pagare il prezzo più alto alle operazioni di fusione in atto: 5mila posti di lavoro potrebbero prendere il volo dopo le già disastrose operazioni messe in atto da Rover.
Di più, martedì il Daily Telegraph apriva le proprie pagine finanziarie con un commento che appariva una sentenza già dal titolo: «Siamo onesti, se non facciamo derivati, cos’altro possiamo fare?». Il concetto era chiaro: le nostre industrie, nonostante le tentazioni di Lord Mandelson di dar vita a una sorta di Iri in salsa britannica, sono disfunzionali e non competitive rispetto agli altri paesi europei e, soprattutto, ogniqualvolta lo Stato ha messo mano ha fatto disastri. «Non sarebbe meglio tornare ad amare la City», era la sconsolata ma lucida chiusura del pezzo.
Insomma, il Financial Times ha picchiato duro sull’anello debole dell’Ue perché sa che il momento è storico e la supremazia economica del Regno Unito, garantita appunto dalla centralità della City, è a fortissimo rischio. La crisi ha fatto evaporare le ricette da Chicago Boys che avevano trasformato i paesi dell’Est europeo in alleati convinti della Gran Bretagna in sede comunitaria, l’asse franco-tedesco punta all’egemonia, la Spagna si accoderà al carro dei vincitori per convenienza (le loro banche controllano molte di quelli inglesi ma disoccupazione e mercato immobiliare sono emergenze reali), la Tigre Celtica irlandese si è trasformata in un gattino impaurito e statalizzato: resta l’Italia, forte nella manifattura, esportatrice di ferro e soprattutto concorrente potenzialmente vincente di Francia e Germania.
Cercare di rompere l’idillio, questa è la necessità del Financial Times. Non certo ergersi a censore dei costumi di un caso patetico e miserabile che in troppi stanno caricando di significati e aspettative che non ha. La politica è altro. L’economia, poi, proprio un altro pianeta.
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