Si apre oggi pomeriggio, a Bruxelles, il sipario su un atto che potrebbe rivelarsi decisivo non solo per le sorti della Grecia, ma per quelle dell’Euro e dell’Unione Europea.
Non è certo un segnale positivo per gli “europeisti” che il Vertice non sia stato preceduto da quello dei sedici paesi dell’Eurozona. Ciò si spiega a causa del tenace rifiuto della Germania di prendere in considerazione un aiuto europeo ad Atene, come invece vorrebbero sia la Bce che la maggior parte dei paesi dell’Eurozona.

I tedeschi hanno affermato in maniera inequivoca che preferiscono che in soccorso della Grecia giunga il FMI, la qual cosa, in ultima istanza, significa accettare l’opzione di un’eventuale uscita della Grecia dall’Euro. Bini-Smaghi, che fa parte del Board della Banca centrale europea, di norma abbottonato, ha invece parlato fuori dai denti. In un’intervista al settimanale tedesco Die Zeit ha testualmente messo in guardia che l’eventuale ricorso al FMI da parte della Grecia avrebbe conseguenze devastanti per l’Eurozona: «Non ci sarebbero più stimoli a obbedire alle regole europee, perché ogni paese saprebbe che, se ha bisogno di aiuti, c’è il FMI; inoltre c’è il pericolo che il Fondo ponga delle condizioni all’intera Eurozona, anche sulla politica monetaria. (…) Se intervenisse il FMI l’immagine dell’euro sarebbe quella di una moneta che riesce a sopravvivere solo con l’appoggio di un’organizzazione internazionale nella quale gli europei non hanno una maggioranza e gli americani e gli asiatici diventano sempre più influenti.»

E’ chiara dunque la posta che è in gioco sul tavolo dell’Eurozona. Se passa la posizione tedesca (niente aiuto europeo ad Atene e soccorso FMI) sia l’euro che l’Unione ne uscirebbero fortemente indeboliti, con conseguenze che potrebbero rivelarsi fatali.

Nel frattempo è giunta la notizia della declassificazione del rating del Portogallo, a causa del peggioramento della sua situazione debitoria. Al declassamento del Portogallo potrebbero far seguito quelli della Spagna, dell’Italia e dell’Irlanda. La recessione in atto, che la gran parte degli analisti ritiene destinata a durare per almeno tutto il 2010, riducendo le entrate fiscali, sta peggiorando i disavanzi di questi stati, mettendo a rischio la loro solvibilità.

La Grecia resta sulla graticola. Il piano draconiano d’austerità a più puntate adottato da Papandreu, mentre può causare l’aumento delle turbolenze sociali interne, non mette al riparo il paese dal rischio di un gigantesco default. Atene deve rifinanziare, ovvero farsi prestare denaro cash, per un ammontare di circa 16 miliardi di debito (in una botta sola il 4,5% del suo Pil!) , e deve trovarli tra il 20 aprile e il 23 maggio. I fatto è che ai prezzi che il mercato fa adesso alla Grecia a causa del rischio default, Atene dovrà pagare interessi stellari, mangiandosi (ovvero vanificando) buona parte dei risparmi ottenuti con le recenti misure antipopolari e dunque entrando in una spirale debitoria mortale per la sua economia, che sarebbe condannata ad entrare in una depressione senza uscita apparente.
Si capisce dunque la posizione greca. Senza una fideiussione e/0 una garanzia, sia essa europea o del FMI, il paese sarebbe “spacciato”. Che il vertice europeo davanti a questa eventualità non trovi una soluzione congiunta (si tenga conto che la Grecia non fa il Pil della sola Lombardia) sarebbe il segnale che l’Unione sia avvia sulla strada della frantumazione sulle vecchie linee nazionali. Che è esattamente ciò che noi abbiamo indicato come l’ipotesi più probabile.

Tutti i fattori indicano che la Grecia è destinato ad essere il primo paese occidentale a doversi confrontare con la questione della fuoriuscita dal capitalismo, ovvero a prendere in considerazione l’ipotesi di un’alternativa anticapitalista alla cura da cavallo, ad iniziare dall’autodeterminazione, o nazionalizzazione, del proprio defaut.
Vedi il nostro articolo “Il letto di Procuste”