Cosenostreacasanostra


Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

domenica 30 maggio 2010

Interrogativo del giorno

Sarà un caso che proprio Finmeccanica è attualmente indagata, una delle 4 ultime aziende di Stato che vanta la golden share appena pesantemente attaccata dalla Corte europea (assieme a quella di ENI ENEL e TELECOM)?

Ma sui fondi "neri" di Ryanair, che rNiceve aiuti di stato in tutta Europa ridefiniti "finanziamenti produttivi" dalla stessa Corte, non si indaga mai? Vorrei sapere con quali altri tipi di fondi, oltre agli aiuti di Stato (vietati per l'ALITALIA), essa riesce a offrire voli SOTTOCOSTO, prefigurando il reato di DUMPING...

Nicoletta Forcheri

Approfondimento su Ryanair:
http://mercatoliberotestimonianze.blogspot.com/2009/02/lantimercato-delleuropa-nicoletta.html

martedì 25 maggio 2010

Sovrani senza lobi frontali

di Marco Saba
Se vogliamo cercare di capire la crisi, dovremmo capire dove siamo e come ci siamo arrivati. Per fare questo, occorrerebbe guardare con disincanto al secolo scorso. Alcuni commentatori fanno risalire le origini del secolo orrendo, quello delle guerre più spietate, alla fondazione della famigerata Federal Reserve. E' così che saremmo arrivati all'ipocrisia delle "missioni di pace" dove si vorrebbe esportare il nostro modello corrotto, perché qua sta saltando, con contorno di scorie radioattive, in posti sperduti del pianeta. Se la teoria della eversiva Federal Reserve, quella che fa bonifici in altri paesi, in periodo elettorale, fosse giusta, allora occorrerebbe rileggere le motivazioni che stanno dietro il secondo conflitto mondiale. Non è nemmeno troppo arduo: l'accordo di Bretton Woods risale al 1944, un anno prima che finisse la guerra...
Il nemico da abbattere, allora, era l'asse RO-BER-TO: Roma, Berlino e Tokyo. Cosa avevano in comune questi tre paesi alla vigilia del conflitto? Avevano ritrovato la sovranità monetaria nazionale. Germania ed Italia emettevano la loro moneta, sotto forma di Biglietti di Stato a corso legale. Se lo facessimo ancora oggi, risparmieremmo circa 350 miliardi di euro all'anno. Soldi che oggi spendiamo per "servire" il debito pubblico. Bastava una tipografia, ed eravamo ricchi. Bastava lasciare il compito di emettere le banconote al poligrafico di stato ed impedire alle banche di mettere al passivo la massa monetaria che creano, tramite false scritture contabili, in modo da poter così prelevare una somma come rimborso della rendita monetaria allo stato.
Riguardiamo il periodo degli anni trenta e quaranta del secolo scorso, scopriamo che la bomba atomica venne inventata in Germania ma che Hitler rifiutò di sperimentarla contro centri abitati... Diciamo ad alta voce qual'è l'unico stato che ha avuto il folle ardire di bombardare una centrale nucleare (OSIRAK). Insomma, non voglio passare per revisionista né per visionista (o sionista, tout court). Ma esiste un dovere che gli storici hanno dimenticato: raccontare i fatti. Non solo gli storici per la verità. Un po' tutti - non avendo capito internet - si ostinano a divulgare una versione malata della realtà. Ed è ovvio che se si insiste a vivere in un mondo di fantasia, il paese delle meraviglie di Alice, allora tutto è possibile. Anche che falliscano le banche - uniche aziende che hanno il potere di creare denaro con la tastiera del computer... in cambio delle lacrime e sangue dei cittadini. Ovvio che su internet la verità dilaga. Tra un po' la insegneranno anche all'università, appena quei poveri malati che si ostinano ancora con la propaganda, non si renderanno conto che la loro guerra a bassa intensità - contro la realtà - è già persa in partenza.
Quindi, rileggiamo gli anni di piombo alla luce degli obiettivi raggiunti dai terroristi: 1982 - Divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia. 1991 - Trattato di Maastricht. Piano piano tutto torna, tutto acquista un senso, alla luce della sovranità perduta. Ed è facile perderla la sovranità - se si passa da monarchia a Repubblica senza spiegare quali sono le prerogative del sovrano, tra cui c'è il batter moneta. Una volta capito che l'Unità d'Italia è stata voluta per consolidare i debiti degli stati-regioni che sono andati a formarla, e che la prima legge unitaria fu la creazione del Gran Libro del debito pubblico... non ci vuole mica John Nash per fare due più due. E' evidente: si è lasciato quasi sempre - a parte il ventennio della rivoluzione fascista - il potere di batter moneta in mano a banchieri anarchici privati. Così si spiega come funziona il bidone vuoto delle famiglie italiane dell'élite: volgari falsari. Piegato lo Stato alla truffa del debito pubblico, le rendite dei nati stanchi sono assicurate. Tutto il resto del paese, sottomesso da uno Stato che appena si rivela nel suo pieno squallore - una specie di mafioso che estorce il pizzo del signoraggio privato ai suoi ignari cittadini - crolla da sè. Perché l'idea dello stato si basa sulla fede. Una volta che la Guardia di Finanza - appoggiata da una magistratura oggi sonnacchiosa - si sveglia e capisce, altro che Yacht di Flavio Briatore!
Dove hanno sbagliato i banchieri che pure avevano comprato tutta l'omertà possibile? Hanno sbagliato perché anche loro sono digiuni del concetto di sovranità moderna. Abituati da sempre a trattare con le corrotte famiglie monarchiche - dividendosi la torta alla faccia dei cittadini - non si sono resi conto che oggi è proprio con i cittadini che dovranno fare i conti. Sarebbe stato facile - e forse lo è ancora - decidere di rimborsare alla cittadinanza almeno una quota del signoraggio depredato, magari sotto forma di reddito di cittadinanza. Oppure, chessò, la banca Centrale Europea poteva tramite le sue occulte Operazione di Mercato Aperto, iniettare denaro direttamente ai correntisti - purché questi ultimi avessero rinunciato - in una nanoclausola del contratto d'apertura di conto corrente - alla gestione diretta della rendita monetaria.
Ma no. Per la Banca Centrale Europea siamo tutti fessi, persi come siamo dietro al campionato di calcio ed alle querelle infinite - quanto inutili - di destra contro sinistra e viceversa.
La BCE crede ancora che la gente creda che la gestione dell'emissione di denaro sia in mani rispettabili. In una élite di illuminati che - rigorosamente per il nostro bene - decide di allocare gran parte del credito nelle mani degli amici degli amici.
Secondo la BCE, le forze speciali non si accorgeranno mai che vengono mandate a morire in inutili guerre radioattive... vere e proprie missioni di usury-kee
Sovrani senza lobi frontali
Se vogliamo cercare di capire la crisi, dovremmo capire dove siamo e come ci siamo arrivati. Per fare questo, occorrerebbe guardare con disincanto al secolo scorso. Alcuni commentatori fanno risalire le origini del secolo orrendo, quello delle guerre più spietate, alla fondazione della famigerata Federal Reserve. E' così che saremmo arrivati all'ipocrisia delle "missioni di pace" dove si vorrebbe esportare il nostro modello corrotto, perché qua sta saltando, con contorno di scorie radioattive, in posti sperduti del pianeta. Se la teoria della eversiva Federal Reserve, quella che fa bonifici in altri paesi, in periodo elettorale, fosse giusta, allora occorrerebbe rileggere le motivazioni che stanno dietro il secondo conflitto mondiale. Non è nemmeno troppo arduo: l'accordo di Bretton Woods risale al 1944, un anno prima che finisse la guerra...
Il nemico da abbattere, allora, era l'asse RO-BER-TO: Roma, Berlino e Tokyo. Cosa avevano in comune questi tre paesi alla vigilia del conflitto? Avevano ritrovato la sovranità monetaria nazionale. Germania ed Italia emettevano la loro moneta, sotto forma di Biglietti di Stato a corso legale. Se lo facessimo ancora oggi, risparmieremmo circa 350 miliardi di euro all'anno. Soldi che oggi spendiamo per "servire" il debito pubblico. Bastava una tipografia, ed eravamo ricchi. Bastava lasciare il compito di emettere le banconote al poligrafico di stato ed impedire alle banche di mettere al passivo la massa monetaria che creano, tramite false scritture contabili, in modo da poter così prelevare una somma come rimborso della rendita monetaria allo stato. Riguardiamo il periodo degli anni teenta e quaranta del secolo scorso, scopriamo che la bomba atomica venne inventata in Germania ma che Hitler rifiutò di sperimentarla contro centri abitati...
Diciamo ad alta voce qual'è l'unico stato che ha avuto il folle ardire di bombardare una centrale nucleare (OSIRAK). Insomma, non voglio passare per revisionista né per visionista (o sionista, tout court). Ma esiste un dovere che gli storici hanno dimenticato: raccontare i fatti. Non solo gli storici per la verità. Un po' tutti - non avendo capito internet - si ostinano a divulgare una versione malata della realtà. Ed è ovvio che se si insiste a vivere in un mondo di fantasia, il paese delle meraviglie di Alice, allora tutto è possibile. Anche che falliscano le banche - uniche aziende che hanno il potere di creare denaro con la tastiera del computer... in cambio delle lacrime e sangue dei cittadini. ovvio che su internet la verità dilaga. Tra un po' la insegneranno anche all'università, appena quei poveri malati che si ostinano ancora con la propaganda, non si renderanno conto che la loro guerra a bassa intensità - contro la realtà - è già persa in partenza.
Quindi, rileggiamo gli anni di piombo alla luce degli obiettivi raggiunti dai terroristi: 1982 - Divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia. 1991 - Trattato di Maastricht. Piano piano tutto torna, tutto acquista un senso, alla luce della sovranità perduta. Ed è facile perderla la sovranità - se si passa da monarchia a Repubblica senza spiegare quali sono le prerogative del sovrano, tra cui c'è il batter moneta. Una volta capito che l'Unità d'Italia è stata voluta per consolidare i debiti degli stati-regioni che sono andati a formarla, e che la prima legge unitaria fu la creazione del Gran Libro del debito pubblico... non ci vuole mica John Nash per fare due più due. E' evidente: si è lasciato quasi sempre - a parte il ventennio della rivoluzione fascista - il potere di batter moneta in mano a banchieri anarchici privati. Così si spiega come funziona il bidone vuoto delle famiglie italiane dell'élite: volgari falsari. Piegato lo Stato alla truffa del debito pubblico, le rendite dei nati stanchi sono assicurate. Tutto il resto del paese, sottomesso da uno Stato che appena si rivela nel suo pieno squallore - una specie di mafioso che estorce il pizzo del signoraggio privato ai suoi ignari cittadini - crolla da sè. Perché l'idea dello stato si basa sulla fede. Una volta che la Guardia di Finanza - appoggiata da una magistratura oggi sonnacchiosa - si sveglia e capisce, altro che Yacht di Flavio Briatore!
Dove hanno sbagliato i banchieri che pure avevano comprato tutta l'omertà possibile? Hanno sbagliato perché anche loro sono digiuni del concetto di sovranità moderna. Abituati da sempre a trattare con le corrotte famiglie monarchiche - dividendosi la torta alla faccia dei cittadini - non si sono resi conto che oggi è proprio con i cittadini che dovranno fare i conti. Sarebbe stato facile - e forse lo è ancora - decidere di rimborsare alla cittadinanza almeno una quota del signoraggio depredato, magari sotto forma di reddito di cittadinanza. Oppure, chessò, la banca Centrale Europea poteva tramite le sue occulte Operazione di Mercato Aperto, iniettare denaro direttamente ai correntisti - purché questi ultimi avessero rinunciato - in una nanoclausola del contratto d'apertura di conto corrente - alla gestione diretta della rendita monetaria.
Ma no. Per la Banca Centrale Europea siamo tutti fessi, persi come siamo dietro al campionato di calcio ed alle querelle infinite - quanto inutili - di destra contro sinistra e viceversa.
La BCE crede ancora che la gente creda che la gestione dell'emissione di denaro sia in mani rispettabili. In una élite di illuminati che - rigorosamente per il nostro bene - decide di allocare gran parte del credito nelle mani degli amici degli amici.
Secondo la BCE, le forze speciali non si accorgeranno mai che vengono mandate a morire in inutili guerre radioattive... vere e proprie missioni di usury-keeping. Per i marziani della Eurotower, il business può continuare come prima. Tanto, la truffa dura dal 1694, dalla fondazione della Banca d'Inghilterra, a parte qualche breve parentesi punita con assassinii mirati, tipo Kennedy, Allende e Che Guevara. O Mattei, Pasolini ed Aldo Moro, per rimanere da noi...
Quindi, alla Eurotower, la sede maestosa della BCE, il vero potere occulto, la spectre che ci sta affamando, il vertice della pirlamide bancaria, dormono sonni tranquilli.
Tanto chi vuoi che legga quello che sto scrivendo, ventimila persone al massimo.
Auguri e buona continuazione. Per il buon senso, c'è sempre tempo.
E poi, male che vada, che ci vuole a circondare la torre ed arrestare tutti?
Per i marziani della Eurotower, il business può continuare come prima. Tanto, la truffa dura dal 1694, dalla fondazione della Banca d'Inghilterra, a parte qualche breve parentesi punita con assassinii mirati, tipo Kennedy, Allende e Che Guevara. O Mattei, Pasolini ed Aldo Moro, per rimanere da noi...
Quindi, alla Eurotower, la sede maestosa della BCE, il vero potere occulto, la spectre che ci sta affamando, il vertice della pirlamide bancaria, dormono sonni tranquilli.
Tanto chi vuoi che legga quello che sto scrivendo, ventimila persone al massimo.
Auguri e buona continuazione. Per il buon senso, c'è sempre tempo.
E poi, male che vada, che ci vuole a circondare la torre ed arrestare tutti?

Olanda: principale stabilimento della Monsanto fatto chiudere dagli attivisti

Olanda: principale stabilimento della Monsanto fatto chiudere dagli attivisti

COMUNICATO EQUIVITA 18/05/10

Una manifestazione del gruppo “Round Up Monsanto” svoltasi ieri in Olanda davanti allo stabilimento di Bergeschenhoek (Rotterdam), a partire dalle 6 del mattino, è riuscita a far chiudere, temporaneamente, la principale sede olandese della nota multinazionale, fino al 2008 sede dell’azienda sementiera De Ruiter Seeds. Thierry Boyer, capo della divisione europea per l’agricoltura della Monsanto, ha cercato di evitare, non adottando un’opposizione forte, altra pubblicità negativa per la sua azienda, da tempo oggetto di contestazione nel mondo intero.



L’iniziativa rientra in un’azione di resistenza globale alla Monsanto, come pure in un’azione globale contro i brevetti sulla materia vivente. La Monsanto e altre aziende biotech stanno, infatti, facendo pressione sul governo olandese per ottenere modifiche legislative che facilitino il loro controllo del mercato sementiero e dell’alimentazione.
“NO al monopolio sul cibo, NO all’agricoltura tossica”, “Vogliamo un mondo senza veleni e senza Ogm, un mondo senza Monsanto”: questi alcuni degli slogan esposti sugli striscioni.

L’organizzazione “Round Up Monsanto” (che potrebbe tradursi “aggiriamo la Monsanto”, con un gioco di parole, poiché il Roundup è il famoso erbicida prodotto dall’azienda, che ha dato il suo nome a tutti gli Ogm ”Roundup-ready”, ovvero modificati per resistere al Roundup) chiede nel comunicato diffuso ieri che

“la Monsanto si ritiri dal mercato delle sementi”
e che
“si metta fine ai brevetti sulle sementi, e su tutti gli organismi viventi”.

Il comunicato prosegue affermando:
“L’azienda chimica Monsanto detiene il 23% del mercato mondiale delle sementi. Negli ultimi 5 anni essa ha acquistato, solo in Olanda, tre grandi società sementiere internazionali: De Ruiter Seeds, Western Seeds e Seminis. Risultato: essa domina il mercato mondiale delle sementi. Ma la Monsanto è anche leader nel mercato degli Ogm, in particolare con la soia, il mais, le barbabietole e il cotone. Essa detiene, inoltre, una grande parte del mercato dei pesticidi (legato alla vendita degli Ogm, ndt). “Gli agricoltori e i coltivatori vedono di continuo crescere la loro dipendenza da queste grandi società sementiere. I brevetti sulle sementi (sugli Ogm, nonché talvolta e, tendenzialmente, sempre più sulle piante non geneticamente modificate: vedi comunicato EQUIVITA 27/04/10, ndt) aggraveranno ulteriormente la situazione”, dice Flip Vonk, agricoltore biologico presente alla manifestazione.
Le piante Ogm vengono coltivate in monocolture di grande estensione, con impiego esorbitante di fertilizzanti e pesticidi.
La Monsanto promuove un modello di agricoltura basata sulla chimica dagli effetti devastanti.

Infatti il sistema agricolo attuale (basato sull’importazione ed esportazione massiccia, interamente dipendente dal consumo di energia fossile) è responsabile di un quarto fino a un terzo di tutte le emissioni di gas serra del pianeta. Più dell’80% degli Ogm coltivati sono resistenti ai pesticidi (dei quali determinano dunque un consumo assai maggiore, ndt) mentre il residuo 20% produce una tossina all’interno della pianta stessa.
Questa forma di produzione alimentare è assai dannosa per l’uomo, la natura e il clima. L’ingegneria genetica non recherà soluzioni per i cambiamenti climatici.

L’ingegneria genetica viene spesso presentata come soluzione ai problemi alimentari globali, ma nonostante 15 anni di coltivazioni, la fame nel 2009 ha raggiunto livelli record nel pianeta. Gli Ogm non hanno aumentato i raccolti. Dice Miranda de Boer di “Round Up Monsanto”: “Abbiamo bisogno di cambiare tutto … il problema della fame richiede soluzioni del tutto diverse. Dobbiamo abbandonare l’agricoltura chimica intensiva e produrre localmente, senza pesticidi e senza Ogm.”

Contatto in Olanda: verdelg-monsanto@riseup.net

Comitato Scientifico EQUIVITA
Tel. + 39. 06.3220720, + 39. 335.8444949
E-mail: equivita@equivita.it
Sito internet: www.equivita.org

L'asino e l'alta finanza

Qualche tempo fa Billy comprò da un contadino un asino per 100 dollari.

Il contadino gli assicurò che gli avrebbe consegnato l’asino il giorno seguente.

Il giorno dopo il contadino si recò da Billy e gli disse: -“Mi dispiace ma ho cattive notizie: l’asino è morto.”

Billy rispose: -“Allora dammi indietro i miei 100 dollari”


E il contadino: -“Non posso, li ho già spesi”.

A quel punto, Billy si fece pensieroso, e disse al contadino: -“Va bene, allora dammi l’asino morto.”

- “E che te ne fai di un asino morto, Billy?”

- “Organizzo una lotteria e lo metto come premio”

Il contadino gli disse ironico: -“Non puoi vendere biglietti con un asino morto in palio”.

Allorché Billy rispose: “Certo che posso, semplicemente non dirò a nessuno che è morto”.

Un mese dopo il contadino incontrò di nuovo Billy, così gli chiese: -“Come è andata a finire con l’asino morto?”

- “L’ho messo come premio ad una lotteria, ho venduto 500 biglietti a due dollari l’uno e così ho guadagnato 998 dollari”

- “E non si è lamentato nessuno?”

- “Solo il tipo che ha vinto la lotteria, e per farlo smettere di lagnarsi gli ho restituito i suoi due dollari”

Billy attualmente lavora per la Goldman Sach.

http://santaruina.splinder.com/post/22763310/l-asino-e-l-alta-finanza

CRAC GRECIA/ Gli Usa pronti ad affossare l'euro per salvare Wall Street | Pagina 1

CRAC GRECIA/ Gli Usa pronti ad affossare l'euro per salvare Wall Street | Pagina 1

Testimonianze di regime da Atene

Mail di un ragazzo italiano che vive ad Atene, nel quartiere “anarchico” di Exarchia, da ormai due anni:

ragazzi qui la situazione precipita, ho provato a conttattare anche l italia radio giornali, siamo lasciati da soli completamente. la polizia ha preso il quartiere anarchico e si sono lasciati andare a rappresaglie indiscriminate, la gente vive nella paura, io non accendo le luci in casa la sera cammino scalzo ascolto i rumori e tengo tutto pronto per scappare dal terrazzo. ogni volta che torno a casa, il che ormai avviene sempre piu di rado controllo che nessuno sia entrato in casa in mia assenza, mi muovo solo di giorno e vestito di colori. entrano nelle case, minacciano, distruggono esercizi commerciali, luoghi di ritrovo, fanno perquisizioni e purghe, e le poche prove che avevamo in internet sono state fatte sparire da misteriosi hackers. l impressione e che gli interessi che sono venuti a collidere in grecia siano un qualcosa che sovrasta di gran lunga il nostro allegro quartiere anarchico e essendo gli unici che tentano di denunciare i giochi sporchi che si stanno effettuando sopra la pelle dei greci qualcuno ha deciso che il fine giustifica i mezzi e la resistenza in exarchia deve essere rotta insieme a teste, nasi, denti, braccia, gambe, ginocchia e polmoni dei suo abitanti. la grecia e solo l inizio, se lasciate permettere quello che sta avvenendo qui senza protestare, il prossimo quartiere a finire sotto assedio potrebbere essere il vostro. aiutateci a far sentire la nostra voce. un abbraccio pg

giovedì 20 maggio 2010

La Difesa Servizi SpA

di Falco Accame 18 Maggio 2010
La “Difesa Servizi Spa” è un organismo per ora largamente sconosciuto, che nasce con la Legge Finanziaria n. 191 del 23.12.2009 e che dovrebbe costituire una innovazione nella struttura delle Forze Armate. In merito, nella citata finanziaria, si legge quanto segue:
Al par. 27: “Ai fini dello svolgimento dell’attività negoziale diretta all’acquisizione di beni mobili, servizi e connesse prestazioni strettamente correlate allo svolgimento dei compiti istituzionali dell’Amministrazione della Difesa e non direttamente correlate all’attività operativa delle Forze Armate, compresa l’Arma dei Carabinieri, da individuare con decreto del Ministro della Difesa di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, nonché ai fini dell’articolo 7 della legge 24 dicembre 1985, n. 808, nonché delle attività di valorizzazione e di gestione, fatta eccezione per quelle di alienazione, degli immobili militari, da realizzare anche attraverso accordi con altri soggetti e la stipula di contratti di sponsorizzazione, è costituita la società per azioni denominata “Difesa Servizi Spa”, con sede in Roma”. “…. le azioni della Società sono interamente sottoscritte dal Ministero della Difesa e non possono formare oggetto di diritti a favore di terzi”.

Al par. 32 si legge: “La società di cui al comma 27, che è posta sotto la vigilanza del Ministro della Difesa, opera secondo gli indirizzi strategici e i programmi stabiliti con decreto del

medesimo Ministero, di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze. La medesima società ha ad oggetto la prestazione di servizi e l’espletamento di attività strumentali e di supporto tecnico-amministrativo in favore dell’Amministrazione della Difesa per lo svolgimento di compiti istituzionali di quest’ultima”.
Al par. 34: a proposito dello Statuto della “Difesa Servizi Spa” si precisa tra l’altro: “la nomina da parte del Ministro della Difesa dell’intero consiglio di amministrazione e il suo assenso alla nomina dei dirigenti; le modalità per l’esercizio del “controllo analogo” sulla società, nel rispetto dei principi del diritto europeo e della relativa giurisprudenza comunitaria; le modalità per l’esercizio dei poteri di indirizzo e controllo sulla politica aziendale; l’obbligo dell’esercizio della attività societaria in maniera prevalente in favore del Ministero della Difesa”.
Al par. 35 “Gli utili netti della società sono destinati a riserva, se non altrimenti determinato dall’organo amministrativo della società previa autorizzazione del Ministero vigilante. La Società non può sciogliersi se non per legge”.

Di fronte alla nascita di questo organismo c’è da chiedersi innanzitutto se costituisca qualcosa di interamente nuovo oppure possa considerarsi come legato a un retroterra già esistente al quale fa riferimento. Pare che questo retroterra possa essere, almeno in parte, assimilato a quello del “Complesso militare-industriale”.
Infatti la “Difesa Servizi SpA” può probabilmente essere intesa come una protesi, un supplemento, un ampliamento del complesso militare industriale, una “annessione” caratterizzata anche da un connotato politico.
Si afferma che la “Difesa Servizi SpA” riguarda il settore logistico, un settore che peraltro inevitabilmente si intreccia col settore operativo. Si tratta comunque di un ambito vastissimo, che va dall’approvvigionamento di strutture come caserme, di mezzi meccanici, automezzi, combustibili, viveri, indumenti, materiale di casermaggio, di arredamento uffici e alloggi, alla gestione di istituti, enti, scuole, centri di addestramento, centri di trasmissione, pubblicazioni, magazzini, arsenali, parti di ricambio. E molte altre attività che comunque sono descritte nella legge di “bilancio della Difesa”.
Anche se è difficile capire come potrà configurarsi la suddetta “Difesa Servizi SpA”, è chiaro comunque che si creerà una rete di rapporti tra sfera militare, sfera della produzione e sfera politica e che quindi si produrrà un allacciamento, come sopra accennato, alla problematica dei legami con il complesso militare industriale.
E’ quindi partendo da questa problematica che possiamo cercare di capire quali potranno essere le caratteristiche del nuovo organismo [1].

1) In cosa consiste il complesso militare industriale.
Per chiarire in cosa consiste il Complesso militare industriale, possiamo partire dalla definizione che ne ha dato anni orsono l’economista Usa S. Melman [2], secondo cui l’industria militare può operare in base a due possibilità:
a) “una situazione di concorrenza tra le imprese fornitrici del Ministero della Difesa” in cui “queste imprese – appaltatori diretti e subappaltatori – sono anche giuridicamente e economicamente autonome dal Ministero della Difesa;
b) una situazione in cui “gli appaltatori diretti sono giuridicamente delle imprese autonome, ma economicamente non sono che delle sezioni del Ministero della difesa. E’ in questo secondo caso che si parla di “Complesso Militare Industriale” (Cmi).
Il complesso nacque negli Stati Uniti agli inizi degli anni ’60 e venne promosso dall’allora Segretario del Ministero della Difesa, Robert Mac Namara.
Nel complesso militare industriale:
a) le decisioni fondamentali (quantità e tipi di prodotti, prezzo del prodotto, raccolta del capitale, ecc.) sono prese all’interno del Ministero della Difesa;
b) i dirigenti dell’impresa si specializzano nella gestione della produzione piuttosto che nella ricerca di nuovi mercati;
c) la produzione dell’impresa deve soddisfare certi requisiti molto specifici, e ciò fa passare in secondo piano la minimizzazione dei costi e la connessa massimizzazione dei profitti. L’obiettivo fondamentale dell’impresa del Cmi sembra essere in effetti “il mantenimento e l’allargamento dei sussidi governativi” [3].
Per capire il meccanismo che viene messo in essere con la creazione del Complesso militare industriale è importante tener presente che il capitale viene investito di preferenza nella produzione di armi e nel commercio di armi perché in questi settori la realizzazione del valore prodotto è garantita dalle commesse governative. Inoltre l’insorgere di conflitti e tensioni internazionali fornisce un alimento per l’esistenza di questo apparato. L’apparato logistico segue naturalmente le decisioni prese nel settore degli armamenti (“l’intendenza segue” diceva, notoriamente, Napoleone).
Il capitale finanziario (il capitale produttivo di interesse) finanzia, la produzione di armi e il commercio di materiale bellico perché è possibile portare a termine speculazioni finanziarie di vario tipo e comunque ottenere saggi di interesse elevati.
Questa è la base economica in cui si sviluppa il Complesso militare-industriale e che vede ovviamente un fondamentale coinvolgimento delle banche e che rende possibile anche un allargamento nell’ambito politico.
Circa i legami del complesso militare industriale con la produzione di armamenti è bene tener presente che, come scrive M. Pivetti [4]:
“A differenza poi che per qualsiasi altro bene, capitale e di consumo, non si pone per gli armamenti alcun problema di produzione in eccesso rispetto a fattori come l’ammontare della popolazione o l’estensione del territorio [5]. E’ del tutto indifferente per il sistema economico che successivamente alla produzione e all’acquisto gli armamenti siano impiegati, immagazzinati o semplicemente distrutti. La spesa militare può quindi essere ripetuta indefinitivamente a livelli che incontrano solo il limite posto dalla capacità produttiva di volta in volta disponibile dei settori direttamente e indirettamente interessati”.
In Italia il complesso militare industriale ha avuto un particolare sviluppo nel settore del commercio delle armi, tanto che l’Italia è stata considerata “l’albergo spagnolo” per la vendita di armi. Infatti il settore ha operato con molti limiti nella trasparenza.Tra la produzione bellica italiana più venduta all’estero è stata quella riguardante il settore delle mine, e in particolare delle mine antiuomo. Questo tipo di vendita ha avuto un riflesso negativo sull’immagine dell’Italia all’estero. Ma questa attività subì un brusco calo qualche anno or sono con la proibizione in campo internazionale, delle mine antiuomo).
L’Italia ha venduto grandi quantità di armi anche a paesi per i quali esisteva un “embargo” internazionale, come ad esempio il Sud Africa.
Il problema degli armamenti e della sua scarsa trasparenza è stato oggetto anche dell’interesse delle Nazioni Unita che a suo tempo proposero l’istituzione di un “registro degli armamenti” [6].

2) I pericoli del complesso militare industriale
Il complesso militare dunque non è esente da riflessi negativi. In merito è interessante ricordare quanto disse, il 17 gennaio 1961, in proposito, il Presidente degli Stati Uniti Generale Eisenhower nel suo discorso di congedo dalla Presidenza degli Stati Uniti. In questo discorso Eisenhower menzionò il Complesso militare-industriale e così si espresse in merito alle sue implicazioni: “…dobbiamo guardarci, nei consigli del governo, dalla ingiustificata influenza volontaria o involontaria, del Complesso militare-industriale poiché esiste, e continuerà a persistere la disastrosa crescita di un potere mal riposto. Non dovremo mai permettere che il peso di questa coalizione metta in pericolo la nostra libertà e la nostra democrazia. Non dobbiamo mai accettare nulla come scontato, e soltanto dei cittadini attenti e consapevoli potranno imporre un giusto equilibrio fra la vasta macchina industriale e militare ed i nostri fini e metodi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme” [7].
In sostanza Eisenhower sentiva il bisogno di mettere in guardia il paese da un pericolo che egli aveva avuto modo di individuare come militare e come presidente e sul quale riteneva indispensabile richiamare l’attenzione di tutti gli americani.
Il pericolo di una crescita del complesso militare industriale in America era anche derivato dalla valutazione dei gravi pericoli che si profilavano e per gli Stati Uniti e che erano stati individuati già negli anni ’60 dagli analisti del Pentagono. Tali valutazioni portarono, tra l’altro, nel ‘61, il Presidente Kennedy a concepire la teoria delle “due guerre e mezzo”. Secondo questa teoria gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere forze sufficienti per condurre simultaneamente due guerre su vasta scala, una in Europa e una in Estremo Oriente e nel contempo per affrontare un conflitto limitato (la mezza guerra) in qualche altra parte del globo.
In proposito è bene non dimenticare che in Vietnam si presentò per gli Usa il pericolo costituito dalla “guerra di guerriglia”. Il Vietnam divenne anche un terreno di verifica delle nuove armi e delle azioni tattiche di controinsurrezione. Una simile situazione favorì la crescita e lo sviluppo del complesso militare industriale [8].
Secondo John K.Galbraith [9]:
“I comitati parlamentari incaricati di un controllo sulle attività delle forze armate e sulle forniture a esse destinate, debbono ovviamente divenire oggetto di speciali sforzi. Attualmente, eccezion fatta per taluni loro esponenti, questi comitati svolgono la mera funzione di timbri di approvazione asserviti ai militari. Tanto è vero che alcune personalità liberali si sono dimostrate riluttanti, allorché si è trattato di entrare a far parte di tali combriccole….” “…Questa non è una crociata antimilitare. L’attacco non si rivolge contro i generali, gli ammiragli, i soldati, i marinai o gli avieri. Il suo scopo è di restituire l’ente militare al ruolo che tradizionalmente ricopre nel sistema politico americano, giacché esso mai è stato destinato a divenire un potentissimo comproprietario dell’industria degli armamenti; e nemmeno è stato costituito per divenire la voce guida in fatto di politica estera. I generali e gli ammiragli assurti a fama prima dell’ultimo conflitto mondiale, avrebbero un moto di stupore e finanche di orrore, nel vedere che i loro successori nella professione militare sono in realtà esponenti commercial della General Dynamics”.

3) Il problema del controllo sul “complesso militare industriale”
Il problema della possibilità di controllo politico sul complesso militare industriale rientra, per le Democrazie, nel più generale contesto del problema di controllo politico parlamentare sull’ambito militare, un problema per inciso che è stato messo in evidenza dal generale Von Clausewitz nella sua celebre formula secondo cui l’ambito militare, l’ambito della guerra, è la continuazione dell’ambito politico con altri mezzi. Clausewitz nella sua “formula” mette in evidenza il primato che deve avere l’ambito politico su quello militare. Un principio, come si è detto, ormai fatto proprio non solo dai paesi democratici ma anche in quelli in cui si è affermato il marxismo. Questo ultimo aspetto viene evidenziato dal sociologo F. Battistelli nella sua opera “Esercito e Società borghese [10]. Battistelli cita anche in proposito i saggi di Marx Engels, Kausky, Lenin, Trotskij, Togliatti, Gramsci e altri e si sofferma sulla lettura che Lenin fece dell’opera di Clausewitz “Della Guerra”.
In particolare per ciò che riguarda il problema del controllo politico sull’ambito militare scrive Battistelli: “Quanto all’influenza di Clausewitz su Lenin, è ben noto quanto questi apprezzasse Clausewitz, ma la conoscenza diretta del polemologo tedesco avvenne quando la formazione di Lenin era compiuta (la certezza della lettura del Vom Kriege, testimoniata dal citato quaderno di note di Lenin non va oltre il 1915). Ciò che non esclude che tutta una serie di osservazioni di Clausewitz siano state tenute presenti e utilizzate da Lenin nella sua elaborazione politica. E’ da notare, a quest’ultimo proposito, che quello che di Clausewitz Lenin ha approvato ed eventualmente recepito, appartiene alla dimensione politica della visione clausewitziana, e non a quella strategico-militare. In Clausewitz, Lenin cerca le intuizioni politiche (come quella della natura politica e “commerciale” della guerra, non i fondamenti di “una nuova scienza militare? (ambito del quale, fra l’altro, Lenin non si reputa un esperto)”.
In relazione a quanto precede, appare evidente che esiste in Italia un problema del controllo a livello governativo e in particolare da parte del Ministero della Difesa (ma non solo, in quanto sono certamente coinvolti in questa tematica vari altri Ministeri, come ad esempio il Ministero dell’Economia, degli Esteri, dell’Interno). Inoltre, ovviamente, il problema del controllo si pone anche a livello del Parlamento.
In proposito è bene ricordare che nel Parlamento venne istituita una Commissione d’inchiesta, la Commissione Ariosto (dal nome del suo Presidente, On. Egidio Ariosto). La Commissione venne istituita con la L. 865 del 18 dicembre 1980.
Da notare che alla Commissione fu concesso peraltro un solo anno di tempo per svolgere i suoi lavori. Il titolo della legge istitutiva fu il seguente: “Istituzione di una commissione d’inchiesta di studio delle commesse di armi e mezzi ad uso militare e sugli approvvigionamenti”.
La commissione indagò su vicende sconcertanti, tra cui quelle riguardanti la concessione per le costruzione di cacciamine alla ditta Intermarine che aveva il suo cantiere nel retroterra del fiume Magra e quella riguardante una commessa di scarpe di ginnastica per l’Esercito.
In merito alla prima vicenda venne accertato tra l’altro che i cacciamine non avrebbero potuto giungere in mare perché tra il cantiere e il mare si trovava un ponte che ne impediva il passaggio. Per quanto riguarda la seconda vicenda, quella delle commesse di scarpe da ginnastica (ben 200 mila pezzi) approvvigionati dalla ditta Lotto per l’Esercito Italiano, si scoprì, tra l’altro, che in realtà erano state fabbricate in Corea.
Purtroppo, come si è detto, questa commissione (che a parere dello scrivente dovrebbe essere una commissione permanente di controllo del Parlamento), ebbe vita per un solo anno ed è facile intuirne i motivi.
Per quanto riguarda le possibili modalità di controllo, scrive il sociologo F. Battistelli [11]: “Nel sistema politico italiano (anche se non solo italiano) il ministro è responsabile dell’indirizzo politico ma non della sua esecuzione: il ministro cioè “governa” ma non “amministra”. Questo è oggi un dato di fatto, al di là di ogni progetto o valutazione di carattere soggettivo, al quale hanno contribuito la dilatazione dell’intervento statale, la progressiva politicizzazione dell’apparato amministrativo. Due sono le conclusioni del dibattito politico e costituzionale su cui si basa la nostra analisi:
1) sempre meno l’amministrazione tende a controllare l’area politica, sociale ed economica, nei cui contenuti opera e sempre più tende a rappresentarla. (sottolineatura mia, ndr).
2) a sua volta il responsabile politico dell’amministrazione, cioè il ministro sempre meno controlla e sempre più rappresenta l’amministrazione cui è preposto”. (sottolineature mie, ndr).
Aggiunge Battistelli: “Persiste altresì tra Ministero e apparato amministrativo una interazione che sempre meno può definirsi dialettica e che sempre più si configura come una vera e propria dipendenza dell’organo politico da quello amministrativo”.
E’ in quest’ottica che probabilmente va analizzata la questione del progetto della “Difesa Servizi SpA”. Infatti ne potrà derivare un mutamento nelle possibilità del controllo politico.
Peraltro va tenuto presente che finora il controllo politico è stato esercitato praticamente solo sotto l’aspetto formale e contabile.
Circa la capacità del controllo politico in questo settore, vi è chi ha espresso anche dei giudizi più drastici, come lo storico G. Rochat, secondo cui in Italia “il controllo politico sulle forze armate non c‘è mai stato”.[12]
Scrive Massimo Bonanni nella succitata opera collettiva, “Il potere militare in Italia”, a riprova di quanto sopra, che per quanto riguarda le spese militari: “in Italia si incontrano minori resistenze nelle sedi parlamentari rispetto a quelle relative ad altri settori perché spesso non si urta contro interessi precostituiti ed anzi si trovano elementi di convergenza in merito”. Vediamo a proposito, a conferma di questa tesi, che pressoché unanimi consensi parlamentari che si sono registrati negli anni recenti circa l’impiego di forze militari in missioni all’estero.
Sempre secondo Bonanni, “il Ministro a cui venga affidato il dicastero della Difesa ha di fronte a sé due possibili alternative: di imporre una sua politica agendo contro la tecnostruttura (variandone le regole del gioco e creando una organizzazione alternativa) oppure di allearsi completamente alla tecnostruttura recependone i valori e gli obiettivi. “….” e divenendone in ultima analisi il portavoce al Consiglio dei Ministri e al Parlamento”.
Il problema del controllo degli armamenti è stato oggetto di numerose proposte di legge.
Lo scrivente avanzò una proposta di legge nel 1977 dal titolo “Norme per il controllo sull’esportazione degli armamenti”, a firma anche degli onorevoli Codrignani Giancarla, Milani, Spinelli e Fracanzani. Tale proposta fu fortemente avversata nell’ambito del complesso militare industriale.
In merito F. Battistelli richiama in un suo libro [13] uno scritto dell’Ing. Stefanini, presidente dell’Oto Melara pubblicato sulla rivista Aviazione di linea Difesa e spazio (1977 n. 113 pag. 161), nel quale si legge: “Ogni proposta di intensificare il controllo sulle esportazioni belliche – come quella presentata dalla Camera da Accame ed altri nel 1977 – è dunque accolta con estremo allarme dagli industriali”.
Con riferimento al succitato scritto aggiunge Battistelli: “Vede onorevole – dice ad Accame l’ingegner Stefanini – nel corso di un dibattito destinato a rimanere negli annali del nascente complesso militare industriale italiano per la qualità degli interventi e per la spregiudicatezza della discussione – noi abbiamo seguito il suo progetto di legge e ci siamo spaventati, perché già con le leggi che ci sono ora ci troviamo in grande difficoltà; è talmente difficile esportare che ci sembra che una recrudescenza delle norme ci renderebbe la vita pressoché impossibile”…
Per scongiurare la minaccia di limitazioni all’esportazione, Battistelli ci ricorda che l’ingegnere Stefanini fa appello alla responsabilità rappresentata dalle 10 mila famiglie che vivono sulla produzione militare delle sue due aziende. “Noi siamo povera gente che senza nessun aiuto, né del governo né di nessun altro, teniamo in piedi le nostre aziende e cerchiamo di tenere questi posti di lavoro – assicura ad Accame Stefanini – Lei non ci deve guardare come dei fanatici mercanti di cannoni, assolutamente no, noi siamo della gente che cerca del lavoro e basta”. “Per noi – conclude Stefanini – i mille carri armati o i cento carri armati o i 10 missili rappresentano ore di lavoro (…). Se potessimo veramente fare trattori, le do la mia parola che preferiremmo fare trattori”.

4) Gli effetti collaterali
Si è già fatto cenno ad alcuni aspetti di questa problematica, ma possiamo indicarne altri che hanno lasciato una traccia nel nostro Paese.
Pensiamo ad esempio al grave problema delle tangenti che si è creato in ambito del commercio di armi. Ad esempio nello scandalo Lockheed [14], concernente la vendita di aerei di tale ditta all’Italia. Possiamo ricordare quanto ha scritto in proposito il Gen. Nino Pasti [15]: tutto l’affare Lockheed dimostra in maniera molto esplicita come un Capo di Stato Maggiore di Forze Armate in accordo con il Ministro della Difesa ha un potere decisionale incontrollato e assoluto nell’acquisto di materiali d’armamento anche quando questi non servono alla difesa del paese, anche quando sulle richieste si inseriscono fatti illeciti.
Pensiamo, per quanto riguarda invece la vendita di armi dall’Italia ad altri paesi, alla tangente di 180 miliardi di vecchie lire che venne pagata dall’Italia per vendere una flotta di navi all’Iraq (si tratta di quattro fregate, sei corvette e un rifornitore di squadra). La maxitangente venne denunciata dallo stesso ministro della Difesa pro-tempore, On. Spadolini. Potremmo altresì citare la vendita di una grandissima quantità di armamenti alla Libia nel 1973. Una vicenda che ebbe anche pesanti conseguenze processuali.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali coinvolgenti il campo economico è da menzionare il fatto che la produzione bellica produce effetti inflazionistici. Potremmo in proposito citare quanto affermò l’economista F. Caffé in un suo scritto “Armamenti e inflazione” a proposito di alcune critiche negli Usa alla politica degli armamenti.[16]
Un altro aspetto degli effetti collaterali riguarda la “trasmigrazione” di personale militare nell’industria bellica. E’ successo infatti che numerosi militari, specie di alto grado, lasciassero il servizio per passare all’industria bellica. E’ un problema che ha avuto origine negli Stati Uniti già nel 1969-70. Vedi il rapporto Edward Hebert. Hebert in cui venne proposta una legge che poneva delle limitazioni al passaggio di militari nell’industria bellica.
Circa il passaggio di militari nell’industria bellica, scrive Claude Moisy17: “Il pericolo non consiste soltanto nell’influenza che i “generali-businessmen” possono esercitare a beneficio delle industrie belliche. la prospettiva di un impiego altamente remunerativo può indurre un ufficiale superiore che abbia grosse responsabilità nell’attribuzione o nella gestione dei contratti di appalto a dar prova di “comprensione” nei confronti della società con la quale si trova a trattare. Non è raro infatti che una ditta assuma, al momento del congedo, il generale o l’ammiraglio incaricato dell’esecuzione di uno dei suoi programmi….” …”il generale Earle Wheeler, Capo di stato maggiore interarmi, non condivide però le apprensioni del senatore Proxmire e di altri parlamentari di fronte al reclutamento massiccio di ufficiali per le industrie belliche. “Secondo me, sono pochissimi coloro che cercano di approfittare della loro vecchia posizione nelle forze armate per venderci materiale bellico – dichiarò un giorno baldanzosamente a Warren Rogers, corrispondente del Look di Washington. – I nostri ufficiali non sono dei mercanti”.
In Italia il fenomeno ha avuto un ampio sviluppo [18]. Basti in proposito citare il caso di un Segretario generale della Difesa, responsabile perciò dei contratti tra Difesa e Industria, che passò direttamente da questo incarico ad un incarico di rilevantissimo livello in una delle più grandi industrie di armamento bellico italiano [19].
In Parlamento sono state avanzate proposte per limitare il fenomeno [20].
Un altro aspetto della questione riguarda le modalità di sicurezza (in particolare concessione del Nos – nullaosta di sicurezza/segretezza) che potranno essere stabilite nei riguardi delle ditte facenti parte della “Difesa Servizi Spa”.
Questa questione tocca il tema della selezione delle ditte autorizzate a fornire approvvigionamenti alla Difesa. A queste ditte deve essere infatti concesso il nullaosta di sicurezza/segretezza (il NOS). Finora questo “lasciapassare” è stato rilasciato dall’UCSI (ufficio centrale di sicurezza, ribattezzato UCSE nella L. 124/2007). Tra l’altro la procedura di rilascio del Nos a ditte fornitrici della Difesa ha già in passato suscitato non poche perplessità. La questione è stata anche oggetto di esame da parte del Copaco (il Comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti e sul segreto, attualmente ridenominato Copasir). Ad esempio nella relazione del Copaco del 6 aprile 1995 (pag. 40) a firma dell’On. Massimo Brutti si legge che “è necessaria una profonda revisione alla procedura attinente al Nos”.

Altra problematica, ancora, riguarda l’influenza che può essere esercitata dai Servizi Segreti nel settore.
Può essere interessante ricordare in merito che in Italia anche i Servizi Segreti vennero a suo tempo interessati a promuovere la vendita di armi. Venne prodotta anche una circolare per gli addetti militari accreditati all’esterno, contenente l’invito a compiere ogni azione di sostegno alla esportazione bellica italiana.
Scrive in proposito F. Battistelli nella citata opera “Armi: nuovo modello di sviluppo” (pag. 260-61): “Per quanto riguarda i servizi segreti, dopo una pausa succeduta al ‘suicidio’ del colonnello Rocca responsabile dell’ufficio ‘Rei’ del Sifar e grande patrono dell’industria militare italiana, un nuovo dinamismo viene impresso dalla direzione del nuovo ufficio ‘Ri.S.’ (Ricerca e Sviluppo, n.d.r.) ad opera del generale Michele Correra. Lasciando l’incarico nel 1975 il Generale Correra appoggia la nomina di un suo successore destinato istituzionalmente ad un ruolo di primo piano nel comitato interministeriale che decide delle licenze di esportazione. Un normale avvicendamento gerarchico se non per il fatto che a pochi giorni dal pensionamento lo stesso Correra viene assunto alla Selenia, una delle maggiori società esportatrici di materiali bellici, passando così da controllore a controllato (da parte del successore che ha contribuito a nominare). La Selenia, peraltro, è direttamente rappresentata nel comitato interministeriale da un proprio dipendente, l’ingegner De Martino, che funge da esperto del Ministero dell’Industria”.

5) La problematica dell’approvvigionamento di materiali alla Difesa in rapporto al contesto europeo
La proposta di creare in Italia l’organismo “Difesa Servizi Spa” e la possibilità di controllo governativo e parlamentare, va messo in relazione anche a quanto già esiste in campo europeo a proposito dell’integrazione delle industrie che operano nel settore della Difesa. Si tratta di un problema che si è posto fin dalla nascita dell’Unione Europea.
Un primo provvedimento in merito fu quello legato alla presentazione del rapporto Klepsch dell’8 maggio 1978 [21]. Questo rapporto si riferisce alla possibilità di istituire un unico mercato comunitario di equipaggiamenti militari che avrebbe dovuto costituire l’elemento portante dello sviluppo di una politica industriale comune europea intesa in senso globale, evitando però di trasformarsi in un complesso militare industriale. In proposito lo stesso Klepsch mette le mani avanti: “Lo scopo della mia relazione non è quello di creare un nuovo complesso industriale nell’Europa occidentale” [22].
Ancora in campo europeo è da menzionare che venne proposto un progetto di un’”agenzia europea degli armamenti”. L’agenzia venne pensata come uno strumento per realizzare la produzione bellica europea in cui tutti avrebbero potuto contribuire con propri armamenti.

6) Tentativi del passato di realizzare un accordo sugli approvvigionamenti della Difesa
Può essere utile ricordare che nel luglio-agosto 1982 questo problema venne affrontato con il decreto legge 428/82, in seguito a una richiesta del Ministro per la Protezione Civile pro-tempore, l’on. Zamberletti, in relazione appunto alle attività di emergenza affrontate dal suo Ministero, attività per le quali si rendeva necessario saltare alcuni pareri preventivi sui mezzi necessari per le operazioni. In proposito si sosteneva che ci si sarebbe dovuti affidare al solo giudizio di un apposito “Comitato tecnico“stabilendo che vi potesse essere solo un controllo “a posteriori” da parte della Corte dei Conti.
Naturalmente si trattava di un modo di procedere che poteva far sorgere degli effetti collaterali.
Era in questione tra l’altro la possibilità di avvalersi della trattativa privata nei riguardi di enti, società ed imprese che avessero particolare competenza e idonei mezzi tecnici e fossero da considerare “di fiducia”. Si può osservare per inciso che una simile problematica si è ripresentata in tempi recenti con le commesse per il “G8”.
In queste procedure vi è il pericolo delle deroghe, come quella che è stata adottata in alcune leggi sulle forniture militari, in cui viene stabilito che i pareri su determinate commesse non dovrebbero più essere considerati come vincolanti ma solo come obbligatori.
In sostanza la preoccupazione riguarda, nei limiti in cui è accettabile, lo svincolamento da normative esistenti relative ai controlli. In passato si cercò di stabilire delle modalità appropriate. Vedi ad esempio la proposta di legge 1197 del 1986 presentata dai deputati Alberini, Cerquetti, Di Re, Zamberletti, “Provvedimenti per l’area tecnico-amministrativa della Difesa”.
Per ora si conoscono solo le linee generali in base alle quali verrà costituita la “Difesa Servizi SpA”. Ma è bene preoccuparsi fin da ora, quanto meno, del fatto se potranno valere adeguati principi di controllo da parte del Parlamento e da parte di altri organi istituzionali, e ciò per evitare che si ripropongano condizioni che in passato hanno destato non poche preoccupazioni, in merito ad alcune delle quali si è fatto cenno nel presente scritto.

In conclusione, giunti al termine di questa riflessione circa le procedure relative alle commesse in ambito militare, non possiamo non mettere in guardia, in relazione alla nascita dell’organismo “Difesa Servizi Spa”, da possibili improvvisate, superficiali valutazioni, e ciò per il fatto che potrebbero trarre vantaggi determinati gruppi industriali e determinati settori della burocrazia civile e militare della Difesa e anche per evitare che possano essere aggirate alcune possibilità di controllo da parte delle Istituzioni. Vi è inoltre la preoccupazione che possano sorgere organizzazioni parassitarie in grado di compiere attività speculative ed affaristiche, anche in contrasto con gli indirizzi per lo specifico settore individuati a livello governativo e parlamentare.

Falco Accame
Presidente Anavafaf

Note:

1] Per rifarsi ad una nota formula del generale Von Clausewitz “La Difesa Spa” potrebbe forse essere considerata come la “continuazione in altre forme del complesso militare industriale”.

2] Ten propositions on the war economy – American Ec. Review 1972.

3] Ma vedi anche i lavori pionieristici di G. Galbraith “Il nuovo spazio industriale”, Torino 1968 e “Il potere militare negli stati Uniti”, Milano 1970. Di C. Wright Mills, “La élite al potere”, Feltrinelli, 1966
Su questo tema vedi anche G. Graziola (Possibilità e conseguenze di un processo di riconversione dell’industria bellica, in AA.VV., Il problema degli armamenti. Vita e Pensiero, 1980, pag. 73).

4] M. Pivetti, Armamenti ed Economia, Angeli, 1969, pag. 12.

5] Si potrebbe parlare di produzione in eccesso rispetto alle esigenze della sicurezza nazionale. Ma queste dipendono dall’idea che si ha di sicurezza nazionale, idea che può mutare continuamente anche, ad esempio, perché si è deciso di aumentare le spese militari,

6] La questione della scarsa trasparenza in materia di commercio di armi è stata oggetto dell’attenzione delle Nazioni Unite. Nel 1978 l’Assemblea Generale con la risoluzione 36/67 dette il via ad un esperimento di registrazione standardizzata di dati sulle spese militari. Nel 1991 venne istituito il registro delle armi convenzionali. Il 15 dicembre 1992 l’Assemblea Generale adottò la risoluzione 47/52L sulla trasparenza in materia di armamenti. (vedi New Dimensions of arms regulation and disarmament in the post cold war era (United Nation pubblication sales no. L.93IX8).

7] vedi G. William Fulbright, “La macchina di propaganda del Pentagono, Editori Riuniti, 1972.

8] Per inciso, l’esperienza del Vietnam costrinse gli Usa a riflettere sull’insegnamento di Clausewitz secondo cui “Appena il dispendio di forza diviene così grande che il valore dello scopo politico non lo compensi più, tale scopo deve essere abbandonato…”. Ma fece riflettere gli Usa anche sul fatto che forse la guerra del Vietnam avrebbe potuto essere stata evitata. Questa considerazione a sua volta ci rimanda a quanto ebbe ad affermare Norberto Bobbio (Il problema della guerra e le vie della Pace, Il Mulino 1984) secondo cui “Che ci siano sempre state guerre non implica affatto che ci siano state tutte le guerre che avrebbero potuto esserci”.

9] John K.Galbraith (“Il potere militare degli Stati Uniti”, Mondadori, 1969, pagg. 70-71).

10] F. Battistelli, “Esercito e Società borghese. L’istituzione militare moderna nell’analisi marxista”, Savelli 1976, pag. 63.

11] F. Battistelli, Sociologia della corsa agli armamenti. Teoria e pratica del riarmo negli anni ’80. Il Mulino, n. 286, 1983, pag. 200.

12] Vedi: AA.VV., Il potere militare in Italia, Laterza, 1971 a cura di C. Forcella.

13] F. Battistelli, “Armi: nuovo modello di sviluppo”, Einaudi 1980, pag. 264-265.

14] Sulla vicenda Lockheed vedi Il processo Lockheed, “Supplemento a giurisprudenza costituzionale”, anno XXV n. 10.

15] Nino Pasti, “Falchi, colombe e struzzi. Problemi militari”, Carecas 1978, p. 56.

16] Vedi rivista L’amministrazione della Difesa n. 3, 1973, ed anche nella stessa rivista lo scritto contenuto nel n. 4/69: Esiste un dilemma armamenti o disoccupazione.

17] Claude Moisy, L’America sotto le armi, Editori Riuniti, 1972, pagg. 75-76.

18] Possiamo anche ricordare la vendita alla Libia di un’enorme quantità di armamenti. Nelle commesse alla Libia anche qualcosa di paradossale perché questa vendita alla Libia suscitò tra l’altro una presa di posizione italiana concernente la “minaccia libica”. Infatti l’allora capo di stato maggiore della Marina, Ammiraglio Monassi, intervenendo all’assemblea dell’Unione Europea occidentale alla fine del 1981, ricordava ai parlamentari la minaccia rappresentata nel Mediterraneo dalla Marina libica “dotata di moderne unità missilistiche”. Quattro corvette libiche (armate con i missili antinave Otomat della Oto-Melara) sono state costruite in Italia, mentre una fregata libica, di costruzione britannica, venne riequipaggiata con armamento italiano (tra cui gli Otomat). Il paradosso dunque di aver causato un riarmo libico che poteva veniva considerato addirittura come una minaccia per l’Italia.

19] Il Comandante A. D’Amato, ex ufficiale di Marina, addetto ai rapporti del settore elettronico della Montedison, con la pubblica amministrazione, in uno scritto su “Difesa Oggi” 1977, pag. 83, dal titolo “Le forze armate clienti di se stesse”, afferma che “Ai militari in quanto responsabili delle attività di ordine superiore rispetto a tutte le altre che concorrono alla difesa del Paese [...] compete il ruolo di coordinamento per una politica di sviluppo del potenziale industriale”. “La proposta mira alla creazione presso il Ministero della Difesa, di un Direttore Generale degli armamenti. Vedi in proposito anche F. Accame, “Uno stivale pieno di armi”, Critica Sociale, 22 giugno 1979.
A proposito di questa problematica Maurizio Simoncelli nel libro “Armi, affari, tangenti” (Ediesse 1994, pag. 33) fa un elenco di alti ufficiali passati all’industria.
“Per quel che riguarda le Forze armate italiane numerosi erano e sono gli alti ufficiali transitati sino ad oggi, in qualità di dirigenti o di consulenti, nei vertici delle aziende. Ne ricordiamo qui solo alcuni: Francesco Mereu, ex capo di stato maggiore dell’esercito, poi presidente della Lancia veicoli speciali; Giuseppe Aloja, ex capo di stato maggiore della Difesa, poi presidente dei Cantieri navali di Taranto; l’ammiraglio Enzo Zanni, vicepresidente della Breda meccanica Bresciana; Aldo Rossi, ex capo di capo di stato maggiore della Difesa, poi vicepresidente della Contraves; il generale Mario Matacotta, vicepresidente dell’Aeronautica Macchi; il generale Valentini, ex vicecapo di stato maggiore dell’aeronautica, poi presidente dell’Aeritalia.
Il fenomeno non rimane isolato nel tempo, tant’è che ancora ai primi anni novanta si troveranno altri ufficiali in ruoli analoghi: il generale Fulvio Ristori, presidente dell’Alfa Romeo Avio; l’ammiraglio Angelo Monassi, presidente della Selenia Elsag sistemi navali; l’ammiraglio Filippo Ferrari Aggradi, presidente onorario della Lips italiana, il generale Mario Rossi vicepresidente della Breda meccanica bresciana, il Generale Piovano, vicepresidente dell’Oto Melara, il Generale Basilio Cottone vicepresidente dell’Agusta”.

20] Ad esempio la proposta di legge Accame 2275/1978 “Limitazioni per il passaggio di alti ufficiali delle forze armate nell’industria degli armamenti”.

21] “Rapporto Klepsch per una industria europea degli armamenti”, La Pietra Ed., 1979. Vedi anche un breve riassunto di questo rapporto in Corriere della Sera, 9 maggio 1979, “Perché la CEE non ha un esercito”, a firma di D. Fe.

22] Per inciso potremmo ricordare che questa preventiva presa di posizione di Klepsch può essere vista come una specie di “de-negazione”, del tipo di quella di cui ci ha parlato Freud, quando accenna al suo paziente, il quale afferma: “ma questa non è mia madre” (riferendosi alla donna che nel sogno voleva uccidere), una frase che Freud interpretava in senso esattamente opposto, cioè nel senso che era proprio la madre che il paziente voleva uccidere.

sabato 15 maggio 2010

La proposta: Liberiamoci dallo strapotere insostenibile dei banchieri

Da Il Giornale

articolo di lunedì 10 maggio 2010
di Redazione

O adesso o mai più. Che cosa aspettiamo a liberarci della sovranità dei banchieri, della rete fittissima dei loro interessi con i quali ci hanno avvolto stritolandoci? Perfino Angela Merkel ha perso il controllo, di fronte alla catastrofe finanziaria di questi giorni, e ha denunciato ad alta voce quello che qualcuno si azzardava appena a pensare dentro di sé: «I mercati stanno avviando una battaglia contro i politici». Nessuno, però, ha osato commentare quest’affermazione, di per sé esplosiva e destabilizzante; ma soprattutto incomprensibile per la maggioranza dei cittadini. Incomprensibile perché ci hanno sempre lasciato credere che fossero i politici a detenere il massimo potere. Invece sono i banchieri, giacché fabbricano la moneta, mentre i politici sono loro soci negli interessi, ossia nel prezzo, fissato dai banchieri stessi, che paghiamo per farci «prestare» il denaro (il famoso «debito pubblico»). A questo si riferisce dunque la Merkel: è scoppiato un conflitto fra soci, una battaglia fra banchieri e politici, battaglia che è stata combattuta distruggendo in poche ore i nostri risparmi (le Borse europee hanno perso 260 miliardi in tre sedute) e della quale sicuramente abbiamo visto soltanto il primo atto, ma che deve indurci a togliere immediatamente le armi, ossia i nostri soldi, dalle mani dei combattenti.
Come dicevamo, perciò, è giunto il momento per i popoli di ribellarsi a una situazione che, se non fosse così drammatica, si potrebbe definire surreale. È, infatti, talmente assurdo che siano i banchieri a creare la moneta e a «prestarcela», che non c’è nessuna spiegazione logica, e tanto meno storica o economica, che possa giustificare una dipendenza del genere. La Costituzione italiana parla chiaro: la «sovranità» appartiene al popolo, ed è potere esclusivo del sovrano battere moneta. È ovvio, poi, che siamo noi a dare valore al denaro nel momento stesso in cui lo accettiamo e lo mettiamo in circolazione. Se fino ad oggi i politici si sono associati ai banchieri, delegando loro il potere di creare il denaro e di «prestarlo» allo Stato, riducendoci così tutti quanti a «debitori», è giunta l’ora di smetterla. È chiaro a tutti che la libertà, l’indipendenza di cui ci vantiamo e che i nostri politici esaltano ogni giorno come nostra massima conquista, sono e rimarranno sempre un’illusione fino a quando saranno i banchieri, i veri padroni degli Stati.
Naturalmente è stato l’eccesso d’ingordigia di banchieri ed economisti (trasformatisi in leader politici com’è successo in Italia con i vari Prodi, Ciampi, Amato) a inventare e a imporre, con l’unificazione europea, quella tanto celebrata moneta unica che oggi ha fatto deflagrare il sistema. La maggior parte delle valute dei singoli Stati erano più deboli del marco tedesco, preso come punto di riferimento per l’euro, e il meccanismo dei vasi comunicanti ha fatto il resto. Ci hanno predicato per anni che l’ingresso nell’euro era l’unica salvezza dal possibile «default», che l’appartenenza all’eurozona sarebbe stata un sicuro paracadute, ma non esiste nessun caso in letteratura che dimostri come legarsi a una valuta forte che protegga gli Stati dall’insolvenza. Per giunta avevamo sotto gli occhi il disastro dell’Argentina, provocato proprio dall’essersi legata alla forza del dollaro. Fatto sta che lo spettro dell’insolvenza aleggia su molti paesi dell’euro proprio perché sono entrati nell’euro. A questo proposito, anzi, sarà bene che nessuno si faccia illusioni: né la Grecia né nessun altro dei Paesi che fossero costretti a ricorrere a un esoso prestito dell’Ue, sarà mai in grado di restituirlo, per cui sarà sottoposto in eterno ai «brutali» sacrifici richiesti per concederlo.
È questo uno dei motivi più pressanti che devono indurci a cambiare del tutto il modello economico e il sistema finanziario sul quale siamo fondati. Riappropriarsi della sovranità monetaria significa alleggerire di gran parte del suo peso il debito pubblico che oggi ci impedisce qualsiasi volo e non comporta l’uscita dall’Unione Europea, ma soltanto la liberazione dagli assurdi vincoli del trattato di Maastricht.

venerdì 14 maggio 2010

Presagio di grandi catastrofi

di Míkis Theodorakis - 13/05/2010

Fonte: tlaxcala

Con il buon senso di cui dispongo, non posso spiegarmi e ancor meno giustificare la rapidità con cui il nostro paese è precipitato rispetto ai livelli del 2009, al punto tale che noi stiamo perdendo una parte della nostra sovranità nazionale a vantaggio del Fondo Monetario Internazionale FMI e veniamo posti sotto tutela.

Ed è strano che nessuno, fino a questo momento, non abbia fatto la cosa più semplice, vale a dire, risalire il corso della nostra economia a partire da quel periodo ad oggi, con fatti e cifre, in modo che noi, i non iniziati, abbiamo la possibilità di comprendere le effettive ragioni di questa evoluzione vertiginosa e senza precedenti degli accadimenti che hanno determinato la perdita della nostra indipendenza nazionale, accompagnata dall’umiliazione internazionale che dobbiamo subire.

Ho sentito parlare di un debito di 360 miliardi, ma nello stesso tempo vedo che molti altri paesi hanno debiti simili a questo, se non ancora più grandi.

Dunque, non può essere questa la ragione principale delle nostre disgrazie. Quello che allo stesso modo mi disturba è l’elemento di esagerazione nei colpi assestati al nostro paese a livello internazionale; che una azione di tale misura sia stata concertata in modo così palese contro un paese finanziariamente insignificante, questo desta sospetti.

Per questo, sono pervenuto alla conclusione che certi personaggi ci riversano addosso vergogna e paura, in modo da gettarci nelle spire del FMI, che costituisce un fattore fondamentale della politica espansionistica degli Stati Uniti.

Tutti i discorsi sulla solidarietà europea non sono stati che polvere negli occhi, in modo da dissimulare il fatto che si tratta chiaramente di una iniziativa usamericana, che mira a farci piombare in una crisi finanziaria largamente artificiosa, con lo scopo di far vivere il nostro popolo nella paura, di renderlo ancora più povero, di sottrargli realizzazioni e conquiste preziose e alla fine di metterlo in ginocchio, consenziente perché costretto ad essere dominato dagli stranieri.

Ma a chi serve tutto questo? Quali sono i progetti da realizzare, quali sono gli obiettivi da conseguire?

Benché sia sempre stato, e che lo sia ancora, partigiano dell’amicizia greco-turca, devo dire nondimeno di essere preoccupato per il rafforzamento improvviso delle relazioni fra i nostri due governi, per le riunioni dei ministri e di altri funzionari, per i movimenti a Cipro e la visita di M. Erdogan. Io sospetto che dietro a tutto questo si celino la politica degli Stati Uniti e i loro progetti, che destano sospetti, relativi alla nostra posizione geografica, all’esistenza di giacimenti sottomarini, al regime di Cipro e al mare Egeo, ai nostri confinanti del Nord e al comportamento arrogante della Turchia; piani che fino a questo momento sono andati a vuoto solamente per la diffidenza e l’opposizione del popolo greco.

Attorno a noi, tutti, chi più chi meno, sono saliti sul carro in movimento degli Stati Uniti. Noi soli abbiamo rappresentato l’unica nota stonata, noi che, dall’insediamento della giunta militare e dalla perdita del 40% di Cipro fino all’abbraccio con Skopje (ARYM – ex Repubblica jugoslava di Macedonia) e con gli ultranazionalisti albanesi, abbiamo ricevuto bastonate di continuo, ma non siamo ancora divenuti “ragionevoli”.

Di conseguenza, come popolo, dobbiamo essere sottomessi, e questo è esattamente quello che sta arrivando oggi. Io sfido gli economisti, i politici e gli analisti a provarmi il contrario. Io credo che non ci sia spiegazione plausibile, altro che quella di un complotto internazionale, con la partecipazione degli Europei filo-statunitensi, come la signora Merkel, la Banca Centrale europea e la stampa reazionaria internazionale, che hanno progettato il loro “gran colpo”, in modo da ridurre una nazione libera in schiavitù. Quanto meno, personalmente, non posso trovare proprio un’altra spiegazione. Comunque, io riconosco che non sono in possesso di conoscenze specifiche e che le mie parole poggiano solo sul buon senso. Ma potrebbe darsi che ci siano tante altre persone che sono pervenute alla medesima conclusione – e questo lo vedremo nei giorni a venire.

In ogni caso, resto fermo nel preparare l’opinione pubblica e a sottolineare che, se la mia analisi è giusta, allora la crisi finanziaria (la quale, come ho già affermato, ci è stata imposta) non è altro che la prima bibita amara nella festa sontuosa che si sta preparando e che questa volta riguarderà questioni nazionali tanto vitali che non desidero proprio immaginare dove questo ci condurrà.

Spero di ingannarmi!

Se non ci liberiamo della moneta debito le generazioni future avranno l’alternativa tra la disperazione e il suicidio. G. Auriti

Grecia, catena di suicidi, venerdì, 14 maggio 2010 – 14:37, (ANSA) – ATENE, 14 MAG

La crisi finanziaria greca sarebbe all’origine di una vera e propria ondata di suicidi registrata in tutto il Paese. Gli ultimi due a togliersi la vita: il proprietario di una panetteria ad Atene che si e’ impiccato nel suo negozio e un meccanico della capitale che si e’ sparato un colpo di fucile.Suicidi sono segnalati in diverse parti del Paese, a Creta, Trikala, Salonicco, Veria e Serres. Aumentate del 70% le chiamate ai centri di assistenza psichiatrica.


Italia, ondata di suicidi – Infermiera senza stipendio si svenava per protesta Morta dopo tre giorni di coma

Napoli, si conclude in tragedia l’eclatante protesta di Mariarca Terracciano, 45 anni, che per giorni si è prelevata 150 mg di sangue. Lunedì si era sentita male: non si è mai ripresa


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martedì 11 maggio 2010

Miti di legittimazione. di Marco della Luna

http://marcodellaluna.info/sito/wp-admin/post.php?action=edit&post=187
Il potere, costituito o costituendo, nel corso della storia, ha risolto in diversi modi il problema di come legittimarsi, ossia di come apparire ed essere accettato dai governati non come semplice potenza di fatto, come imposizione, ma come autorità che va obbedita, giusta. Cioè per come differenziarsi dal mero fatto, divenendo diritto. I mezzi, o miti, con cui ha ottenuto questo risultato, storicamente, sono i seguenti:

1)Mito teologico: il sovrano è dio, o figlio di dio, o discendente da dio, o nominato da dio (faraoni; mikado; papa; re occidentali); quindi i suoi atti sono legittimi e i suoi comandi vanno eseguiti. L’illuminismo ha eliminato questo mezzo o mito di legittimazione, smascherandolo come superstizione e impostura. Sottoforma aristocratica di questo mezzo di legittimazione è il principio aristocratico: esistono categorie di persone speciali, superiori alle altre per discendenza; ad esse spetta ereditariamente il potere, la ricchezza, un insieme di privilegi.
2)Mito etico: il potere, lo Stato (Stato etico, hegeliano), è legittimo e va obbedito incondizionatamente perché è la sintesi e l’espressione suprema della nazione o della razza o di un ideale indiscutibile (Stati totalitari nazionalisti, nazifascisti, socialisti). Questo mezzo, o mito, di legittimazione del potere è stato confutato da notori eventi storici e dalla considerazione, precisamente formulata da Karl Popper, che lo Stato (la nazione, la razza) non è una persona, un soggetto, ma solo un concetto artefatto, creato come strumento per determinati scopi pratici. Le uniche persone reali sono quelle in carne e ossa.
3)Mito democratico: il potere, lo Stato, è legittimo e va obbedito dal popolo perché esso è espressione della volontà del popolo stesso, che si governa attraverso i rappresentanti che elegge e che creano le leggi, le quali sono scritte, eguali per tutti e vincolanti per il potere. Anche questo mezzo, o mito, di legittimazione è entrato in crisi, perché l’opinione pubblica si accorge che la realtà del potere non corrisponde affatto ai principi di democrazia, eguaglianza, legalità, trasparenza; che il consenso, anche il più ampio, è producibile dall’alto (propaganda, mass media, gestione della scuola); e che il meccanismo della rappresentanza politica non funziona perché gli eletti si costituiscono in casta e rispondono più agli interessi economici-finanziari superiori e concentrati, che a quelli popolari e diffusi.
4)Mito libero-mercatista: gli atti del potere politico, pubblico, statuale (liberalizzazioni, globalizzazione, privatizzazione etc.), indipendentemente dall’attuazione di un effettivo sistema democratico, vanno accettati e sono legittimi, pur se dolorosi e lesivi degli interessi di categorie sociali anche ampie, o di interi popoli, in quanto sono tecnicamente utili alla collettività, ossia in quanto si conformano al libero mercato, che è il sistema in grado di attuare la più ampia ed equa ricchezza globale attraverso l’ottimale allocazione delle risorse. Il libero mercato si esprime e agisce attraverso organismi, soggetti – il sistema bancario, il WTO, la BCE etc. - che non sono democratici, ma sono legittimi e vanno rispettati e lasciati agire liberamente appunto perché emanazioni del libero mercato, quindi giusti in sé. Questo è il mito liberista: il libero mercato legittima gli atti legislativi ed esecutivi che si conformano ad esso in base a un principio di massimizzazione dell’utilità e dell’efficienza. Anche questo mezzo di legittimazione è entrato in crisi poiché si è visto che il libero mercato non esiste, ma esiste un mercato dominato esternamente da grandi monopolisti (della moneta, del credito, dell’energia, delle materie prime, delle tecnologie, dell’informazione, dei trasporti, etc.), i quali lo distorcono a seconda dei loro interessi, perseguono fini di massimizzazione del profitto e del potere propri, non sono trasparenti, gestiscono i partiti politici, quindi si impadroniscono dei poteri e dei controlli pubblici. Il mercato globale che di fatto abbiamo, nel mondo reale, è sostanzialmente l’opposto del mercato libero, e ha effetti opposti a quello che dovrebbe avere il libero mercato: non genera piena occupazione delle risorse e del lavoro, non genera libera concorrenza, non genera trasparenza e controllabilità dal basso, non genera equilibri, ma il contrario di tutto ciò: risorse, mercati, redditi, informazione, forza lobbistica si concentrano in poche grandi mani che creano situazioni di squilibrio, bisogno, crisi, conflitto, scarsità, disoccupazione, inflazione, immigrazione, emigrazione a seconda delle loro convenienze. E che usano l’opacità del mercato da loro gestito e l’asimmetria conoscitiva come strumento per allestire grandi frodi: Parmalat, Enron, Halliburton, derivati finanziari, fino alle false pandemie per il business dei vaccini. Viene quindi meno anche questo mito di legittimazione del potere, e non se ne vede un altro che possa rimpiazzarlo. Pare che non esistano più miti credibili per giustificare, per fare accettare dal consenso popolare, l’esercizio di un potere pubblico che sempre più scopertamente serve grandi interessi privati con sacrificio di quelli generali.

Quali scenari si aprono, allora? Probabilmente, scenari in cui il potere sarà gestito più o meno come già lo gestisce ora una banca centrale o il WTO o l’OMS, ossia nel c.d. isolamento tecnocratico, senza dipendere dal consenso popolare, ma basandosi sugli strumenti e sulle risorse prodotti dalla scienza e dalla tecnica: -capillare monitoraggio e screening della vita, del lavoro, delle operazioni bancarie, dei dati biosanitari della gente;

-compliance (adeguamento) ottenuta mediante la gestione dell’informazione e il potere condizionante di concedere o togliere l’uso del conto corrente bancario, della carta di credito, della carta dei servizi pubblici;

-ingegneria sociale e manipolazione mentale collettiva, i cui moderni mezzi scientifici ho esposto, assieme al prof. Paolo Cioni, nel recente saggio Neuroschiavi (Macroedizioni, 2009);

-shock and awe doctrine (dottrina dello sgomento), ossia ricorso all’emergenza come mezzo per legittimare atti urgenti e pesanti del potere, del governo, e criminalizzare l’opposizione ad essi, onde poterla reprimere derogando ai principi di libertà e alle garanzie processuali, e poter attuare le misure emergenziale con la conseguente spesa pubblica derogando alle procedure di trasparenza, partecipazione e controllo (spesa militare, spese e appalti senza concorso della Protezione Civile italiana).

Quest’ultimo metodo di legittimazione, a differenza di quelli precedentemente menzionati, non si presenta come legittimazione sistematica, strutturale, di un certo sistema socio-politico; e non si basa sul un progetto evolutivo e di medio-lungo termine; ma si presenta come legittimazione di interventi contingenti, di reazione a un’emergenza del momento, reale o costruita.

Gli esempi sono sempre più numerosi: dalla lotta al terrorismo (legislazione di emergenza, restrizione delle libertà e dei diritti, ampio uso delle intercettazioni, guerra all’Iraq, all’Afghanistan); all’acquisto da Big Pharma di centinaia di milioni di vaccini non testati per la profilassi contro supposte epidemie e pandemie; alla lotta contro le crisi economico-finanziarie (tagli a pensioni, stipendi, spesa sociale; assunzione di vincoli finanziari internazionali che trasferiscono la sovranità economica a FMI, BCE e altri organismi esterni). Tali interventi vengono decisi a tambur battente, calandoli dall’alto sull’onda delle notizie e del panico regolata dalle agenzie di rating e dai mass media, con minimo e breve dibattito politico, scarsa trasparenza, scarsa verificabilità, minima informazione o piuttosto ampia disinformazione dell’opinione pubblica, forte enfasi morale e patriottica, forte business indotto per ristrette cerchie economico-finanziarie. Occorre agire con prontezza e risolutezza, quindi non c’è tempo per procedure democratiche, perché è in pericolo la democrazia, la nazione, o la sicurezza, o l’Euro, o la salute. Viene proposta una figura autorevole di salvatore (Bush, l’Oms, la BCE, il FMI, etc.), che incarna i Valori. Finché il business non è lanciato, opporsi, criticare, è immorale, anche se la maggior parte della popolazione è contraria.

A posteriori, è sovente possibile accertare e spiegare all’opinione pubblica che i fatti presupposti da quell’azione di governo erano inesistenti o costruiti dolosamente ad hoc (legame Iraq-Al Qaida, armi irakene di distruzione di massa, pandemie suina, aviare, etc.), e che gli scopi reali di quegli atti erano assai diversi da quelli dichiarati (profitti per banche, industrie petrolifere, belliche, farmaceutiche; introduzione di strumenti legali per la repressione del dissenso e della libera informazione).

Le misure salvaeuro deliberate dall’Ecofin nella notte tra il 9 e il 10 Maggio scorsi costituiscono un paradigma evoluto di questo metodo di legittimazione: sull’onda dell’emergenza e della paura i grandi tecnci decidono di trasferire suii conti pubblici, a debito quindi dei cittadini e dei consumatori, i danni causati dalle speculazioni e dalle frodi finanziarie comiute dai grandi banchieri. Senza però correggere i problemi struttirali dell’Euro e delle divergenti economie dell’Eurozona. Quindi operano un gigantesco trasferimento di reddito dalla popolazione generale a questi ultimi. Al contempo preavvisano che siamo come in un videogame, dove, quando hai sconfitto un mostro, poco dopo ne arriva uno ancora più grosso. In tal modo pre-legittimano ulteriori, futuri interventi nel medesimo senso. Emergenza cronica. Il cittadino deve cedere ai potenti della finanza il frutto del proprio lavoro non per volere di Dio, né per l’autorevolezza dello Stato, né per principio democratico, né per razionalità di mercato, ma per paura della Catastrofe.

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