Cosenostreacasanostra


Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

domenica 28 novembre 2010

Interessante testimonianza sull'Olivetti in un commento all'articolo "Chi disprezza, compera"

Pubblico questo commento sull'Olivetti che ci fa capire come saremmo adesso il paese più ricco al mondo se non avessimo regalato alla MICROSOFT il brevetto del primo PC firmato OLIVETTI.

Ezio scrive:


27 novembre 2010 alle 18:13 (Modifica)

Un cordiale elogio alla brava Nicoletta Forcheri.
La storia (distruzione economica dell’Italia da parte dei soliti noti))si ripete : parlo per conoscenza diretta (sono un ex dipendente tecnico elettronico da pochi anni in pensione), la famosa ditta di Ivrea(TO) “Olivetti e C&Spa” è stata volutamente distrutta quando sono entrate sul mercato dei computer le concorrenti americane, rammento che il primo computer elettronico al mondo (Programma 101) è nato in questa azienda negli anni 60, detto computer è stato utilizzato dalla NASA per il calcolo dei primi voli spaziali, sempre tale computer è esposto in un famoso museo di New YorK e, tanto per finire, secondo un dirigente dell’Azienda nelle pratiche di rottamazione della stessa erano presenti uomini della CIA. Rammento comunque l’attiva partecipazione al disastro di “italiani” dirigenti e sindacalisti, la realtà presentata al popolo esterno era ben diversa da quella vista da parte mia ed altri dipendenti col cervello libero.
Fonte: http://www.stampalibera.com/?p=18880&cpage=1#comment-8211

sabato 27 novembre 2010

Chi disprezza, compera. N. Forcheri

Berlusconi: suicida colpire asset del Paese – “Sì sono preoccupato, perché Finmeccanica è un asset straordinario ha firmato un contratto con la Russia, mi auguro queste indagini portino a nulla come sono convinto. Considero suicida che il Paese proceda contro chi costituisce con la propria capacità operativa la forza del Paese” (fonte tiscali).

Controllo dei NOSTRI cieli che le “grandi potenze” ci vogliono togliere, attacco giudiziario all’ENAV, completamente controllato dallo Stato. Prosieguo del capitolo ALITALIA, a sua volta prosieguo della saga tragica SVENDITA IRI/ACCORDO BRITANNIA.

Dopo la contestazione della golden share in ENI, ENEL, TELECOM e FINMECCANICA per futili motivi arrampicati sugli specchi, da parte della Corte UE, ecco puntuale l’attacco giudiziario. Si noti che in questi giorni sempre la stessa magistratura tecnocratica europea ha attaccato la golden share del Portogallo nelle sue ex aziende di stato – non a caso il suo Primo ministro ha paventato la possibilità di uscita dall’euro: guarda caso Portogallo e Italia fanno parte dei PIIGS, di quei paesi così denominati dai maiali delle banche di affari predestinati a fallire per loro volere.

Comunque sia rimangono intatte tante golden share di grandi potenze come Francia, Germania, persino in un paese non più esistente come il Belgio esiste una enorme golden share in DISTRIGAS rimasta intatta dopo la sua fusione incorporazione in ENI, come contentino dello strapotere di Suez Gaz de France. In FRANCIA continuano a esistere società di Stato che per legge nazionale devono rimanere pubbliche per oltre l’80%. Persino dopo la mega fusione illecita di Suez Gaz de France, lo Stato ha mantenuto circa il 35% del controllo, e la chiamano privatizzazione del secolo. In realtà quella fusione incredibilmente passata attraverso le forche caudine dell’antitrust di Bruxelles, rappresenta il sigillo dell’alleanza Stato francese/finanza Frère/Bourgeois, presumibilmente i Rotti.

ENAV controlla la società TECHNO SKY [1], che forsnisce gestione e manutenzione dei sistemi per il controllo del traffico aereo, “di 41 sistemi radar, 95 centri di telecomunicazioni, 76 sistemi meteo, 198 sistemidi ausilio alla navigazione e 71 sistemi software, con integrazione di sistemi “mission critical”…”. Si legge ancora: ”Ruolo chiave nel mercato ATM (Air Traffic Management) riconosciuto non solo a livello nazionale, ma anche presso i più grandi produttori mondiali di Sistemi ATC (Air Traffic Control).” E ancora: “Per raggiungere questi risultati, la Società si è dotata di una struttura operativa distribuita strategicamente su tutto il territorio nazionale, in grado di rispondere con assoluta efficienza e tempestività ad ogni esigenza, sia tecnica che gestionale.”

Capirete che l’occupazione finanziario/militare del nostro paese non potrà essere completata senza il controllo totale del mare, del cielo, della terra e del sottosuolo. L’ENAV è quindi fondamentale, ed è normale che la magistratura (tutta) deviata lo attacchi. Dopo la vendita delle frequenze radio alla goldman, e presumibilmente la concessione gestione/cessione banche dati di altri dati fondamentali, l’inventario dei nostri “asset” da parte dei falsari delle banche continua. Piantine strategiche in mano al nemico. Banche dati nostrani venduti alle nostre spalle da Seat and Co.

L’ENI ha firmato qualche giorno fa accordi energetici con il Venezuela [2]. L’asse anti UKusraele si allarga (prevalentemente petrolmonetario). Gli attacchi di CIA e dintorni anche.

La Cina si è stufata di comprare titoli di Stato US, Bernanke ha deciso di acquistare 600 miliardi di titoli del tesoro alla Goldman, stampando altra moneta per liberare la Goldman, azionista della Federal Reserve, dei titoli tossici che sono i titoli del Tesoro. Cioé, ha stampato a debito sui cittadini americani e il resto del mondo – vista l’importanza della denominazione in dollari delle transazioni internazionali – per innaffiare/bonificare la Goldman e toglierle il fardello dal groppone, titoli del debito USA, stampati decine di volte di troppo e oramai non più rimborsabili perché non più corrispondenti alla ricchezza reale di quel paese.

L’asse anti UKusraele è un asse monetario/energetico e comprende Venezuela, Russia, Libia, Iran, Corea del Nord, Cina, Afghanistan se potesse, Italia se potesse. Dietro al politichese e ai vincoli UE, il commerciante nell’anima che è l’homo italicus del mediterraneo avrà tentato di incrementare i suoi traffici a oriente e occidente, ma sarà stato come andare in controsenso su una scala mobile azionata dalle grandi potenze eredi delle Compagnie delle Indie Occidentali (Francia) e orientali (Olanda, Gran Bretagna), prime aziende globali con il privilegio di stampare moneta ed esportarla nelle Indie, i padrini del sistema di moneta debito attuale.

Proprio nei giorni in cui sono trapelati carteggi US/Italia da Wikileaks [3] e che David Thorne, ambasciatore americano in Italia “ha dovuto alzare la cornetta del telefono per avvertire il governo italiano. E ribadire quello che da Washington è già trapelato: gli Stati Uniti si aspettano «tensioni» con gli alleati per la fuga di notizie che avrebbero dovuto rimanere nei cassetti”, perché sarebbero in atto «strategie dirette a colpire l’immagine dell’Italia sulla scena internazionale», parole di Frattini, c’è ancora chi come Gramellini schernisce sulla Stampa il presunto paranoico ”complotto” contro l’Italia, nonostante l’evidenza dei fatti quotidiani.

Mentre la cosa è elementare: prima di comprare ad un’asta un bene di un certo valore, diciamo come quello dell’Italia, inestimabile, è buona prassi svalutarne il valore e l’immagine, in modo da fare calare il prezzo. Chi disprezza, compra. Non essendo alcun paese per definizione e dignità palesamente in vendita, i banchieri di affari si sono inventati il debito pubblico con l’aiuto del signoraggio, applicando una logica bancaria persino a enti pubblici tradizionalmente e storicamente sovrani rispetto alle banche. Ora questa sovranità è stata proprio dai banchieri smantellata con l’aiuto dei loro mezzani tecnocratici di Bruxelles, così potranno procedere alla svendita all’asta del paese con la scusa del rimborso di un debito pubblico fraudolento. Sono riusciti a trasformare i paesi in clienti bancari. Ma per completare l’azione bisogna eliminare qualsiasi residuo di sovranità, come le golden share o società pubbliche cruciali come l’ENAV.

Chi non vede che queste azioni della magistratura sono sempre orientate verso i soliti asset del paese, mentre quelle contro l’apice della pirlamide, tipo l’accusa di Woodcock a Total [4] in Basilicata, sempre sminuiti, declassati, censurati dalla stampa (ricordo che la prima accusa alla Total era di associazione a delinquere, poi cancellata) e che le accuse di mafia vanno sempre inesorabilmente verso imprenditori o di Stato o irrimediabilmente nostrani, mentre l’italiano medio continua a sopportare soprusi inauditi da multinazionali eterodirette, mi dispiace, merita la sorte che ci sta toccando a tutti: essere svenduti e pignorati all’asta truccata dei finanzieri internazionali.

N. Forcheri 27 novembre 2010


URL in questo articolo:

[1] TECHNO SKY: http://www.technosky.it/

[2] L’ENI ha firmato qualche giorno fa accordi energetici con il Venezuela: http://venezuelanalysis.com/news/5808

[3] Wikileaks: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=128284

[4] Total: http://www.agoravox.it/Cronaca-di-un-fatto-scomparso.html

domenica 21 novembre 2010

L'Europa sta bene grazie, prende fuoco

Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/news/alexsingleton/100064384/the-eus-pants-are-well-and-truly-on-fire/


Le false dichiarazioni della Commissione europea
Se vi piace il genere fantasia, potreste deliziarvi nel verificare in questa pagina come la Commissione europea dichiari che i conti dell'UE hanno ricevuto “una decisione di scarico in regola dai revisori esterni" e ciò per "il terzo anno consecutivo". Si parla degli stessi conti che, ricorderete, i revisori in realtà hanno contestato, adducendo quest'anno che il 92% del bilancio è "materialmente invalidato" da irregolarità e che 4 miliardi di appalti sono stati indebitamente attribuiti. Scioccato dalla discordanza, ho chiesto all'ufficio della Commissione a Londra, che cerca di convincerci di comportarci da bravi europei, come potessero giustificare una dichiarazione così palesamente falsa. "Forse è solo una questione di interpretazione" hanno spiegato. Sintomatico: quando la Commissione europea non ama la realtà, sceglie semplicemente di interpretarla diversamente. Adesso capisco come fa il suo personale a giustificarsi nell'evidenziare la propaganda che attaccherebbe gli "euromiti" come la presunta frottola che avrebbe provato a vietare le banane curve, quando in realtà i "miti" sono invariabilmente veri. Se la Commissione europea deve ricorrere a una propaganda di così bassa lega per occultare i suoi conti fraudolenti, è soprendente poi se così tanti di noi vogliamo che la Gran Bretagna non c'entri affatto con essa?
Traduzione a cura di NF

sabato 20 novembre 2010

Perché, secondo Savona, forse conviene uscire dall’Unione o dall’euro - [ Il Foglio.it › La giornata ]

Perché, secondo Savona, forse conviene uscire dall’Unione o dall’euro - [ Il Foglio.it › La giornata ]


Nella storia delle nazioni, Italia compresa, giunge sempre il momento di fare scelte importanti, come anche di cambiarle. Per stare alla storia moderna, ricordiamo che gli Stati Uniti hanno voluto nel 1944 l’Accordo di Bretton Woods e lo hanno abbandonato nel 1971. La Francia postbellica è entrata nella Nato, ma si è data la sua force de frappe. L’Italia fascista scelse di allearsi con Germania e Giappone, per poi schierarsi con i paesi alleati, aderendo dopo la guerra a tutti i Trattati che hanno caratterizzato l’assetto istituzionale dell’area occidentale; nel 1992 ha firmato il Trattato di Maastricht ed è entrata nell’euro fin dalla sua nascita, accettando il vincolo esterno nella promessa di un futuro migliore che non si è realizzato; anzi stringe la corda attorno al collo che si è volontariamente posta.

Nell’indisponibilità a completare il disegno di un’Europa “politica”, la Germania, ben sostenuta da Regno Unito e Francia, persegue la strada di un rafforzamento dei vincoli fiscali, dopo aver delegato interamente la sovranità monetaria. Un acuto osservatore delle vicende europee, Nicola Verola, in un articolo pubblicato su Aspenia, ha giustamente sottolineato che la governance europea, nell’impossibilità di assumere natura politico-democratica propriamente definita, ha ripiegato su una governance “delle regole”, che l’autore considera utopica come forma di governo dell’Unione. Il disegno di Europa unita, se vuole sopravvivere, non può se non poggiare su un futuro di sviluppo. Conviene ammetterlo brutalmente, le regole attuali e quelle proposte sono utili solo a una Germania capace di accumulare squilibri di bilancia superiori a quelli della Cina. A detta di Stati Uniti e Germania, nel mondo ci sarebbero squilibri buoni e squilibri cattivi, ma non sappiamo quale sia il criterio di scelta; o, meglio, sospettiamo che sia quello solito di chi conta di più sul piano militare ed economico.

Di recente il presidente francese Nicolas Sarkozy si è affiancato alle richieste di Angela Merkel proponendo regole fiscali più stringenti in contropartita della creazione di un Fondo monetario europeo che istituzionalizzi quello di stabilità finanziaria, deciso nel maggio scorso; questo Fondo è sotto forma di banca localizzata in Lussemburgo, opera fuori dall’assetto ufficiale europeo per aggirarne le regole e scade nel 2013.
I favorevoli alla riforma di un Patto di stabilità rinforzato ben sanno che se si passa dalle procedure consuete, che comportano la ratifica dell’accordo, vi sarà sempre un paese (o anche più d’uno) che lo respingerà, rendendola inattuabile; vanno perciò cercando lo stratagemma di farla approvare direttamente dai capi di stato. Dal governo delle regole si passa al governo del loro aggiramento. L’Italia si troverà di fronte a uno di quei momenti storici che richiedono una scelta importante; se la soluzione sarà quella di sostenere, com’è stato detto, che la riforma proposta non ci danneggia, non è proprio una bella risposta.

Anche se si fa finta che il problema non esista, il cappio europeo si va stringendo attorno al collo dell’Italia. E’ giunto il momento di comprendere che cosa stia effettivamente succedendo nella revisione del Trattato di cui si parla e nella realtà delle cose europee, prendendo le necessarie decisioni; compresa quella di esaminare l’opportunità di restare o meno nell’Unione o nella sola euro area, come ha fatto e fa il Regno Unito gestendo autonomamente tassi di interesse, creazione monetaria e rapporti di cambio. Se l’Italia decidesse di seguire il Regno Unito – ma questa scelta va seriamente studiata – essa attraverserebbe certamente una grave crisi di adattamento, con danni immediati ma effetti salutari, quelli che ci sono finora mancati: sostituirebbe infatti il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità di governo dei gruppi dirigenti. Si aprirebbe così la possibilità di sostituire a un sicuro declino un futuro migliore attraverso il reimpossessamento della sovranità di esercitare scelte economiche autonome, comprese quelle riguardanti le alleanze globali. Lo ripeto, non nuove nella storia.
Questo non significa uscire dalle regole del Wto, ma dall’overdose di quelle europee, che hanno esaurito la loro spinta propulsiva per la nostra economia e, anzi, si vanno rivoltando contro. Per far ciò occorre costruire una solida base razionale e un impegno politico forte, ossia aprire un nuovo orizzonte nell’asfittico dibattito interno.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Paolo Savona

Da un commento a un mio articolo


20 novembre 2010 at 00:29
Ti riporto questi dati sulla Basilicata tratti dal sito http://www.facebook.com/group.php?gid=37962174198#!/group.php?gid=37962174198&v=wall
“147 pozzi del giacimento della Val d’Agri custodiscono, dicono le stime ufficiali, circa 465 milioni di barili (finora ne sono stati estratti quasi 11 milioni), che al valore corrente di 90-100 dollari al barile formano un tesoro da quasi 50 miliardi di dollari.
Ma la Basilicata, che produce l’ottanta per cento del petrolio estratto in Italia, non si fermerà a quello della Val d’Agri, estratto dall’Eni. Dal 2011 comincerà a sfruttare — con Total, Esso e Shell — i giacimenti di Tempa Rossa, poco più a nord: altri 480 milioni di barili, altri 50 miliardi di dollari. Ed è pronta a far trivellare anche Monte Grosso, proprio a due passi da Potenza, dove c’è altro petrolio per 100 milioni di barili. E poi farà scavare nel Mare Jonio, nelle acque di Meta-ponto e di Scarnano, dove dai templi greci si vedranno spuntare piattaforme petrolifere come nel Mare del Nord.Nessuno, ancora fino a qualche anno fa, e nonostante i giacimenti della Val d’Agri, avrebbe scommesso che nel sottosuolo lucano e nei fondali jonici fosse nascosta tutta questa ricchezza.Dopo l’intuizione dì Enrico Mattei, che tra gli anni 50 e 60 venne qui a cercare petrolio e trovò «soltanto» gas, l’idea che la Basilicata potesse davvero essere un enorme serbatoio di petrolio era per lo più giudicata un volo della fantasia.
N. Forcheri 

giovedì 18 novembre 2010

Cos'ha la Norvegia che l'Italia non ha? N. Forcheri


La Norvegia sarebbe un caso da studiare e da emulare: un surplus del 10%, un profitto netto dei titoli di stato di Oslo del 6,197%, di più del 4,747% del bund e del 2,931% dei bond svizzeri, il piu' basso tasso di disoccupazione (rif.Wall Street Italia) .

Quello che l'articolo non dice lo si può trovare facilmente su wikipedia, e cioé che l'economia norvegese è caratterizzata dalla proprietà statale di grossi comparti industriali cruciali come il petrolio (Statoil), l'energia idroelettrica (Statkraft), l'alluminio (Norsk Hydro), la principale banca del paese (DnB NOR), e le telecomunicazioni (Telenor), e che ben il 30% del valore della borsa di Oslo è in mano allo Stato. Se si comprendono anche le partecipazioni in società non quotate, la quota pubblica aumenta drasticamente con i titoli petroliferi diretti. Insomma, la Norvegia ha la sua IRI intatta, prima del golpe bianco del Britannia.

Inoltre il petrolio del paese è controllato dal governo tramite i maggiori operatori come il 62% in Statoil nel 2007, la controllata statale al 100% Petoro, e SDFI, oltre al controllo delle licenze di esplorazione e produzione. Una sorta di ENI alla Mattei, prima del fatale "incidente".

Poi scopro che il paese, pur essendo il primo produttore ed esportatore di petrolio d'Europa, non è membro dell'OPEC, e che ha fondato un FONDO PENSIONI SOVRANO nel 1995 per ridistribuire i proventi del petrolio, del fisco, dei dividendi, delle cessioni e delle royalties. Si aggiunga a questo che non fa parte dell'UE e che la sua corona è pertanto più sovrana/pubblica dell'euro.

Infine, la Banca centrale norvegese gestisce uffici di investimento a LONDRA, NEW YORK E SHANGHAI.

Viene da chiedersi: ma se l'Italia fosse come la Norvegia monetariamente sovrana cioè fuori dall'euro?

E se non fosse trivellata da cima a fondo da multinazionali estere e/o finanziarie (come l'ENI) per i suoi giacimenti di idrocarburi, i secondi per ordine di importanza in Europa ?

E se per le nostre preziose risorse elettriche non fosse sfruttata da scatole cinesi della multinazionale di stato francese EDF?


E se le nostre risorse idriche, tra le maggiori al mondo, non fossero in mano alle multinazionali dell'acqua in bottiglia tipo Nestlé, e dai due colossi francorotti Suez Gaz de France e Veolia?

E se i proventi di dette risorse pubbliche li gestissimo per ridistribuirli al popolo come nei paesi dove esiste un social welfare?

Avremmo un debito pubblico inesistente come la Norvegia?

E se e se e se. Ma come siete ingenui. Noi siamo dei birboni, abbiamo avuto Mussolini, siamo indisciplinati, pizza pasta e mandolino, insomma siamo italiani e meritiamo una penalizzazione. Bisognerebbe come minimo che la Banca d'Italia fosse di proprietà pubblica, con una moneta credito, al contrario dell’euro debito. Bisognerebbe come minimo non avere ceduto al golpe bianco del Britannia (nel 1992, decisione della svendita dell’IRI con l’aiuto della svalutazione della Lira in seguito all’attacco di Soros), per la verità poi neanche riconosciuto come tale dalla stampa ufficiale.

Ieri il ministro portoghese e quello austriaco hanno segnalato la loro contrarietà il primo all'euro, il secondo al bilancio UE per via degli insensati salvataggi delle banche; irlandesi e greci non ne possono più e sono i primi ad avere capito sulla loro pelle quello che negli USA oramai è diventato il segreto di pulcinella, e cioè che Bernanke/Trichet stampano moneta a (nostro) debito per salvare le banche creditrici dei debiti sovrani mentre l'eurocratese continua a mescolare le carte sibilando che è per salvare gli Stati, oramai morti e sepolti dagli stessi eurocrati.


Decidere di uscire dall'euro è possibile in virtù del Trattato di Lisbona: e se la esplorassimo, per rifondare una moneta credito del popolo?

Nicoletta Forcheri



18 novembre 2010







In arrivo il governo dei banchieri?

Fonte http://www.movisol.org/10news232.htm

Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della “cura greca” chiesta dalla finanza internazionale

17 novembre 2010 (MoviSol) – Un’analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare “riforme” urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i “mercati” esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni. I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l’ostacolo principale alla loro “libertà” di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l’esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l’economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell’economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l’Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell’investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell’interferenza politica nell’economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall’Italia in zone difficili – per esempio con Vladimir Putin e la Russia – dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l’emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l’ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull’economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell’alta velocità ferroviaria – lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite – si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

“… e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l’alto le tariffe… ” (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L’incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la “mano invisibile” che porta via l’industria e i risparmi…

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

Andrew Spannaus
15 novembre 2010

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Le misure necessarie per salvare l’economia reale:

Glass-Steagall, la separazione tra le banche commerciali e le banche d’affari (nota su Confapi a Milano)

I grandi progetti infrastrutturali:
VIDEO: Una panoramica sul progetto Nawapa
VIDEO: Transaqua – Un’idea per il deserto del Sahel

Sul credito produttivo: Proposta di Legge sul Credito Produttivo

Paolo Savona chiede l'uscita dell'Italia dall'euro

17 novembre 2010 (fonte: MoviSol)

[1]Paolo Savona, ex ministro e presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha proposto che l’Italia si liberi del “cappio europeo che si va stringendo al collo”, considerando la convenienza di uscire dall’Euro o dall’Unione. Si tratta della prima figura autorevole, rappresentativa di una parte dell’establishment politico-economico, a rompere il tabù imposto negli ultimi vent’anni, e a mettere in discussione una scelta che per l’Italia si sta rivelando sempre più disastrosa.

In una lettera al direttore de Il Foglio, Savona ha scritto il 10 novembre che entrando nell’Euro fin dalla sua nascita, l’Italia ha accettato “il vincolo esterno nella promessa di un futuro migliore che non si è realizzato; anzi stringe la corda attorno al collo che si è volontariamente posta”.

Ben presto si è capito che una moneta senza governo non avrebbe funzionato; data l’impossibilità di governare la moneta con un organismo politico, fu introdotta una “governance delle regole”, e cioè i parametri di Maastricht e il Patto di Stabilità. Però, il meccanismo è fallito e ora si cerca di riformarlo senza passare per i Parlamenti, come prevede il Trattato, e farlo approvare direttamente dai capi di stato. “Dal governo delle regole si passa al governo del loro aggiramento. L’Italia si troverà di fronte a uno di quei momenti storici che richiedono una scelta importante (…)

“Anche se si fa finta che il problema non esista, il cappio europeo si va stringendo attorno al collo dell’Italia. È giunto il momento di comprendere che cosa stia effettivamente succedendo nella revisione del Trattato di cui si parla e nella realtà delle cose europee, prendendo le necessarie decisioni; compresa quella di esaminare l’opportunità di restare o meno nell’Unione o nella sola euro area, come ha fatto e fa il Regno Unito gestendo autonomamente tassi di interesse, creazione monetaria e rapporti di cambio. Se l’Italia decidesse di seguire il Regno Unito – ma questa scelta va seriamente studiata – essa attraverserebbe certamente una gravi crisi di adattamento, con danni immediati ma effetti salutari, quelli che ci sono finora mancati: sostituirebbe infatti il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità di governo dei gruppi dirigenti. Si aprirebbe così la possibilità di sostituire a un sicuro declino un futuro migliore attraverso il re impossessamento della sovranità di esercitare scelte economiche autonome, comprese quelle riguardanti le alleanze globali”.

Mentre Savona ha auspicato un dibattito nazionale su questo tema, nessuno dei vari Giavazzi, Boeri ecc. ha avuto il coraggio di rispondere. Lo ha fatto Giorgio La Malfa, antico collega e amico di Savona, il quale ha scritto che “un Paese governato seriamente potrebbe scegliere la strada che oggi suggerisce Savona”. Ma teme che “il problema della partecipazione/esclusione dall’euro possa essere il detonatore della divisione del Paese fra una parte che si sente in condizioni di condividere le politiche della Germania e una parte che non è in condizioni di farlo”. Per cui, “non abbiamo alternative, oggi come oggi, alla partecipazione all’euro”.

L’argomento di La Malfa è in realtà stato confezionato da ambienti filo-separatisti come l’Economist e la Commissione EU di Barroso, ed è il contrario della realtà. L’Euro ha provocato un decennio di declino economico che ha aumentato il divario nord-sud; se cerchiamo un detonatore della spaccatura finale del paese va cercata proprio nella permanenza nell’Eurozona. La stretta deflazionistica che si preannuncia, blindata dalla riforma del Patto denunciata da Savona, non farà che esasperare il divario nord-sud e far crollare la capacità di sostenere gli squilibri nazionali.

Ironicamente, il vantaggio supremo dell’uscita dall’Euro non è affrontato nemmeno da Savona: si tratta del ripristino del credito pubblico sovrano, e quindi della capacità di finanziare investimenti su larga scala per garantire la ripresa.

mercoledì 17 novembre 2010

L'Austria manda al diavolo l'Europa dei PIIGS, dei salvataggi e dei debiti

Fonte: http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1038348

Finanze dell'Austria Josef Proell ha detto che Vienna non rilascera' la prossima tranche di contributi Ue perche' la Grecia non ha tenuto fede ai suoi impegni con l'Unione Europea, secondo quanto riporta la tv austriaca ORF, in un servizio sulla riunione settimanle del governo. E' la prima volta che un paese europeo si ribella giustamente all'assurdo andazzo di salvare tutti i partner che sono in difficolta' (i PIIGS) aumentando a dismisura il livello di indebitamento. Tensioni immediate sul mercato dei bond e dei CDS.

Il rendimento del titolo di stato a 10 anni della Grecia e' salito di 12 punti base in pochi secondi mentre il CDS relativo al debito sovrano di Atene e' schizzato di 65 punti al nuovo massimo storico di 951 (quota mille viene considerato il livello ufficioso di default tecnico). La rata di spettanza dell'Austria per gli aiuti alla Grecia per questo mese e' di 190 milioni di euro. Questa clamorosa mossa di Vienna rischia di innescare un effetto domino negativo sui bond degli altri paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sul grado di sfiducia generale nei confronti dell'euro e dell'Europa Unita nonche' di rafforzare la strategia di coloro - e sono sempre di piu' - che non credono piu' ad una casa europea comune basata soltanto su sacrifici, politiche restrittive, tagli e una vita da "lacrime e sangue" per i cittadini ma non per i politici e i governi che guidano paesi fiscalmente irresponsabili (leggere l'Opinione di Luca Ciarrocca). Secondo gli ultimi rumor provenienti dalle capitali europee anche Helsinki starebbe pensando di chiamarsi fuori. La Finlandia - in particolare - si oppone al salvataggio che si sta studiando per l'Irlanda (80-100 miliardi di euro). Motivo? E' un paese civile, con un buon governo, un sistema bancario solido e il cui futuro non dipende da sacrifici e pagamenti di contribuenti di altri membri Ue.

Come si sa da recente sondaggi (l'ultimo del marzo 2010) i tedeschi per la stragrande maggioranza sono contrari ad offrire qualsiasi tipo di sostegno finanziario alla Grecia. La Germania, che in pubblico parla con l'autorevole voce di Angela Merkel, in privato e' molto più ostile rispetto a tutti gli altri paesi europei, tra cui i britannici, secondo un sondaggio Harris commissionato dal Financial Times. Quasi un terzo dei tedeschi crede addirittura che ad Atene dovrebbe essere chiesto di lasciare immediatamente l'euro.

giovedì 11 novembre 2010

Un banchiere in prigione

Fonte: http://crisis.blogosfere.it/2010/11/un-banchiere-in-prigione.html



Ci sono Paesi in cui i banchieri che hanno elaborato truffe per 8 miliardi di dollari vanno in prigione. In quei Paesi i detenuti riservano loro lo stesso trattamento in genere destinato a pedofili e stupratori.

Quella che vedete in foto è la faccia del banchiere e miliardario Allen Stanford (qui e qui qualche info), dopo una ripassatina da parte della feccia con cui oggi, salutata la residenza di Antigua, condivide la cella in Texas.

Divagazioni a pranzo sulla trivoluzione conviviale







8/11/10

Saba al Congresso a Orte, 28 ottobre 2010: le amlire, moneta d'occupazione



Congresso sulla fine della sovranità italiana
Il libro di cui si parla è: "The Finance of European Liberation with special reference to Italy" - by Frank A. Southard, Jr., 1946

mercoledì 10 novembre 2010

Moneta: anche al centro di crescita ChiHarArmonia (IM)

Anche al seminario del centro di psicosintesi transpersonale ChiHarArmonia, Imperia (21/11/2010), si parlerà di moneta, di signoraggio e delle credenze da sfatare per attirare la prosperità.
Moneta come strumento di controllo delle masse, moneta come flusso di energia e alchimia del sé.
http://www.chihararmonia.com

Un banchiere in prigione. - Crisis

Un banchiere in prigione. - Crisis

Monete: la LEGA raccontata da Ferramonti

11.11.2010
Dalla Pontidafin alla "moneta" della Lega Nord. Gianmario Ferramonti racconta la storia delle emissioni di una moneta da 1 LEGA e da 5 LEGHE.




domenica 7 novembre 2010

M. Blondet intervista M. Saba. 31 ottobre 2010



Marra va dritto al punto. 31 ottobre 2010










Sito http://marra.it

Intervista a Jacopo Fo, 1 novembre 2010

Fonte: http://leconomistamascherato.blogspot.com/2010/11/marco-saba-intervista-jacopo-fo.html




Ok, siamo ad Alcatraz. Tornando da Roma, vediamo che c'è un corso di Yoga Demenziale nella Libera Repubblica di Alcatraz, a Gubbio, da Jacopo. Qualche strana risonanza interiore mi attira e mi spinge ad una intervista sulla questione Am-lire e moneta in generale... e la magia si compie.

Senza volere, emergono particolari curiosi, interessanti ed inediti. Intanto qualche foto:




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