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giovedì 22 settembre 2011

BUDGETISMO E DECLINO MENTALE

di Marco Della Luna


IL BUDGETISMO


Il budgetismo è un fattore che sta profondamente trasformando e reindirizzando la gestione aziendale, la gestione degli enti pubblici (stato compreso), la gestione della vita delle singole persone. Riscrive i fini, le priorità, le tavole di valori, le regole comportamentali.


Il budgetismo consiste nell’anteporre a ogni altra cosa il perseguimento del massimo risultato finanziario possibile nel bilancio dell’anno in corso: massimo del profitto o anche pareggio di bilancio o minimo del deficit. Senza considerazione per il medio e per il lungo termine. Per la sostenibilità.


I governi dei paesi democratici e i consigli di amministrazione anche di grandissime corporations ragionano e decidono secondo il budgetismo. Se vi sono livelli di vero potere, nei quali si fa programmazione con ottica di medio e lungo termine, al disopra del budgetismo, ebbene, quei livelli non sono visibili, sono dietro porte chiuse. Oppure sono i governi forti, come quello cinese o russo. O anche i direttori delle banche centrali, che operano protetti dal diritrto di segretezza e di criptazione.


Così vediamo gli stati e gli altri enti pubblici incalzati dal rating e dagli spread, protesi a far quadrare i conti, a conseguire il pareggio di bilancio, o la riduzione del deficit, con ogni mezzo, anche spostando artificiosamente le uscite sugli anni a venire, e considerando solo l’anno in corso o al massimo il seguente, passando sopra alla considerazione dell’apparato produttivo, delle infrastrutture, dell’economia reale, del rilancio, dell’ambiente, del territorio, della ricerca, della scuola, dell’università… di tutto ciò che attiene al medio-lungo periodo. Facile immaginare la cultura politica e di governo che tutto ciò produce.


Nelle aziende, i managers sono pagati in base al risultato di bilancio, anno per anno; quindi tendono a massimizzare gli utili ad ogni costo e con ogni mezzo. E questo loro interesse converge con quello degli azionisti, che vogliono massimizzare i dividendi, anno per anno. E la borsa premia questa politica perché, quanto migliori sono i risultati di bilancio, quanto maggiori i dividendi, anno per anno, tanto più sale il titolo. I managers degli investitori istituzionali privilegiano di conseguenza gli investimenti in titoli che danno il massimo guadagno nell’anno in corso o nel successivo, anche se si può prevedere che i loro sottostante esploda negli anni seguenti (mutui subprime). E ciò incoraggia le banche e le società finanziarie a produrre siffatti titoli e a prestare a soggetti di dubbia o nulla solvibilità, che però sottoscrivano alti tassi. D’altra parte, l’azienda o il soggetto pubblico che non segue il budgetismo si espone a perdite di credito bancario e di quote di mercato.


Quindi da un lato drastici tagli su investimenti, spese di formazione del personale, di ricerca, di impianto (l’investimento, soprattutto quello di alta tecnologica, si ammortizza in molti anni, quindi non fa budget). Dall’altro lato, spingere al massimo le vendite, talora anche verso chi si sa che non potrà pagare (mutui subprime), le dismissioni, le privatizzazioni (per il settore pubblico).


Il personale viene selezionato e formato secondo due criteri: a)che costi il meno possibile; b)che venda il più possibile. Così il promotore finanziario, di banca o no, diviene un esperto non di finanza e nel consigliare, ma di vendita, ossia nel persuadere i potenziali clienti a comperare fondi, indici, azioni, obbligazioni, pac. O a sottoscrivere prestiti. I prodotti spinti dalla direzione sono quelli che portano soldi alla banca direttamente (obbligazioni della banca), quelli di cui la direzione si deve liberare perché prossimi a scoppiare (bond argentini, ad esempio), quelli che sono stati confezionati per dare un alto ricavo upfront alla banca (li comperi a valore nominale 100, ma subito dopo quotano 95 – dove 5 è stato il profitto upfront della banca). Oppure altri prodotti, ancora più ingegnerizzati, che hanno commissioni occulte e che “stringono” il cliente progressivamente.


Questo sistema si sposa con l’aspettativa, comune soprattutto tra i giovani, di guadagno facile e rapido senza previo iter culturale e formativo: la vendita, specialmente se effettuata attraverso canali pre-struttueati come la banca, l’assicurazione, il franchising, non necessita di preparazione culturale, di studi o approfondimenti, ma prevalentemente di capacità manipolatorie, di abilità nel colloquio di vendita. Il venir meno dellas professionalità nell’ambiente lavorativo si inserisce in un quadro di generale appiattimento mentale, molto più grave qualitativamente dello scadimento scolastico, perché più profondo del livello culturale, in quanto interessa quello cognitivo. Anche il pubblico, i compratori-consumatori, agisce sempre più in modo acritico – e ciò assicura che i risultati per il budget continuino ad arrivare.


Quanto sopra, mutatis mutandis, si applica alla vendita di ogni prodotto o servizio. A ogni settore commerciale. Il dipendente-venditore poco o nulla sa del prodotto, di come è confezionato, di economia, insomma di tutto il retrostante. Sa come vendere. Quando lo sa. Se non raggiunge il budget, viene rimpiazzato. Egli è riconosciuto in rapporto all’obiettivo fissato dal budget. Anno per anno. Brevissimo termine. Massima aggressività. Vive in un ambiente che pensa, lavora, sente, valuta secondo questa semplice regola. Una regola che non è solo teorica o psicologica, ma molto pratica: chi non è capace di raggiungere il budget in breve perde il posto, il reddito. Quindi l’esigenza di vendere, alimentata dall’istinto di sopravvivenza, prende il sopravvento su tutto: sull’etica, sugli affetti, sulla salute, sulla famiglia, sugli amici, sulla dignità. Di recente, poco prima dei crolli in borsa, una nota banca con una circolare ha invitato i propri dipendenti a contattare amici e parenti dicendo loro: “Per favore, vieni a comperare i prodotti di investimento della mia banca, fallo per me!”. Tutto esiste, è rilevato, è misurato, in quanto strumento di ricavi. Perciò le persone sono equiparate alle cose, alle merci e ai beni strumentali: elementi del ciclo moltiplicativo del denaro.


L’uomo dunque viene ristrutturato a fondo dal budgetismo: ottica di brevissimo termine, subordinazione di ogni considerazione al risultato di cassa, autostima regolata dal risultato finanziario. Eh già, come potrebbe alla lunga l’autostima (il senso del valore di sé, della vita, etc.) restare basata su valori che contrastano col perseguimento del risultato, da cui dipende il posto di lavoro, il reddito, la sopravvivenza? Il supporto dell’autostima si regola su ciò che consente la sopravvivenza. E’ l’interiorizzazione (la trasformazione in “valori”) di ciò con cui di adattiamo e sopravviviamo nella lotta per la vita.


Però non è solo quello. Quello è solo una sua metà – grosso modo. L’altra metà dell’autostima, del senso del valore della propria vita, della sopportabilità della vita, ha un’altra origine. Arriviamoci con un passaggio. La coscienza della condizione umana – mortalità, malattia, solitudine, impotenza, sofferenza, ingiustizia, vecchiaia, malattia – è paralizzante. In base alla ragione applicata ai dati empirici, la vita non vale la pena, è male, è una scala di pollaio. Il bilancio della vita umana è negativo. Il dio Sileno, costretto da Eracle a rivelare quale sia il massimo bene per l’uomo, risponde “non nascere o, se nato, morire quanto prima”. Il Buddha insegna che la vita è, come tale, sofferenza. Da sempre, l’uomo si difende su un fronte contro il tempo, la fame, le belve, i nemici; sull’altro, contro il devastante e paralizzante effetto della consapevolezza della condizione umana. Si difende, reagisce, con miti, con fedi, con riti, con metafisiche, con distrazioni, con droghe, con l’arte, la musica, la poesia, con la lotta anche estrema per ideali. Crea così una percezione di valore esistenziale. O blocca la percezione del disvalore. E, per farlo, sviluppa l’ingegno, l’introspezione, la propria vita emotiva e spirituale.


L’equilibrio umano è dato dalla dialettica, dalla composizione vettoriale di queste sue due attività: l’attività volta a risolvere i problemi pratici, l’attività economica, di ottenimento del necessario materiale attraverso lo scambio (lavoro, commercio); e l’attività volta a rendere accettabile la vita e a generare fini, traguardi, mete. Due diversi, continui processi di adattamento – l’uno esterno, l’altro interno – che formano l’uomo mentalmente produttivo, evolutivo, ed equilibrato (il costruttore di culture e civiltà), ossia non svuotato sulle attività di scambio, né collassato in sterili trip mentali. Che sarebbero due modi diversi di alienarsi o annullarsi. Noi tutti conosciamo esempi di persone sognatrici, che vivono interamente collassate, assorbite in un mondo loro proprio di fantasie misticheggianti, e perdono il contatto con la realtà, perdono la capacità di relazione sociale fattiva. E di lavoro, di scambio. Il budgetismo produce l’esito opposto: la persona priva di mete e di identità, di valore proprio, che tende a farsi assorbire – per esigenze di sopravvivenza poste dal mercato e dalle condizioni di lavoro – interamente nella logica dei valori di scambio, del perseguimento di mezzi (il denaro, i numeri contabili) come se fossero il fine assoluto. Una persona squilibrata, instabile, che ricercherà e pagherà ausili esterni (dai corsi “formativi” allo psicofarmaco) per reggersi, per mantenere l’adattamento al mondo.


Però una società ampiamente composta di persone di questo tipo è essa stessa sempre più fragile e, al contempo, asfittica, senza scopo. La logica del profitto realizza la sua massima attuazione e coerenza in questo sistema budgetista e finanziarizzato, ma le realizza unilateralmente, a spese e danno dell’uomo e della società umana –come se essa stessa non dipendesse dall’esistenza e dal funzionamento dell’uomo e della società umana per sussistere e per funzionare. Quindi questo sistema è insostenibile: sembra un estremo sforzo di razionalizzazione e sopravvivenza del sistema di organizzazione sociale basato sui valori di scambio, i quali in questa fase si sono ridotti a valori finanziari, contabili, puramente numerici. Uno sforzo che si alimenta bruciando direttamente la risorsa “homo”, esaurita la quale si fatica ad immaginare spazi per ulteriori sforzi e aggiustamenti, salve radicali innovazioni bioingegneristiche. Quindi probabilmente quello presente è un ultimo o penultimo supporto, o equilibrio possibile, prima di un collasso sistemico.


21.09.11 Marco Della Luna
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