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martedì 24 settembre 2013

Berlusconi silurato perché ha tentato di opporsi agli strozzini d’Italia che adesso vogliono quotare in Borsa Bankitalia


Dall’articolo sotto mainstream si evincono le seguenti cose:

  • Finto valore. Le banche partecipanti a Banca d’Italia SpA vogliono rivalutare le loro azioni nella SpA demolendo finalmente la parvenza di natura di istituto pubblico della stessa e delle sue partecipanti, voluta da Mussolini nel 1936. Da dove trarranno questo valore?
  • Finti indipendenti. Il Comitato riunitosi per discuterne è costituito da nientepopodimeno che il paracadutato greco Papademos che all’epoca fu “atterrato” a premier greco per conto delle banche creditrici per soffocare qualsiasi rigurgito di democrazia in Grecia quando il premier dell’epoca volle indire, non sia mai!, addirittura un referendum.
  • Falsi amici. Saccomanni vuole trasformare la nostra obbrobriosamente privatizzata banca centrale, “di concerto con la BCE”, in “public company con azionariato diffuso” che contrariamente al falso amico linguistico non è società pubblica bensì esattamente il contrario, “banca privata quotata in borsa con azionariato diffuso”. Chiunque avrà i mezzi potrà comprarne dei pezzetti. Conoscendo il giochetto vari prestanome compreranno pezzetti per i soliti (ig)noti. Il sofisma sui giornali sarà quello d’impiegare l’espressione inglese per indurre il lettore distratto a pensare che la staranno rendendo “pubblica”.
  • Finto default. Il presidente dell’ABI Patuelli, incarico occupato prima di lui da Mussari come premio delle sue gesta nell’operazione “finto default” MPS, che tanto piacere ha fatto ai Rotschilds, ha chiesto a luglio “il superamento della «inammissibile» legge del governo Berlusconi del 2005, «che puntava a nazionalizzare l’azionariato della Banca d’Italia»”. Per chi ancora non avesse capito la principale ragione del suo siluramento (finto puttaniere?). A proposito, il firmatario della legge, Tremonti, dov’è?
  • Finta norma (ma presupposti veri). Vorrei sapere dove esattamente e in quale norma sta scritto che le BC non possono essere nazionalizzate, ma la forma della frase è interessante: presuppone, per una volta, che le BC d’Europa siano tutte private e che non sia auspicabile nazionalizzarle. Interesting n’est-ce pas?
  • Finti debiti. Si noti regalia a MPS quando come ho detto sopra è un “finto default” esattamente come i “finti debiti” delle banche. Finti, o semplicemente trasferimenti travestiti. I debiti, quelli veri, rimangono a noi. Come la bad company. La good company, con tutti i suoi cespiti, volatilizzata. Il tutto a beneficio dei franco-rotti di BNP Paribas/AXA di cui tutta la provincia di Siena diventerà la colonia. 
  • Falsi utili. Inoltre qualcuno mi spieghi di quali riserve si parla come frutto “dell’attività tipica [della banca centrale] che è quella di battere moneta.”  Sicuramente somme falsi rispetto a tutta la rendita monetaria delle BC.
  • Finte liberazioni e finte proprietà. Last but not least, sibillina la frase sulle riserve auree, che ne presuppone la proprietà a Bankitalia – e qua finisce la famosa disputa tra Tremonti e Trichet sulla proprietà delle riserve auree –  una banca privata presto quotata in borsa, riserve auree “nella disponibilità dell’Eurosistema”. Per gli italiani che non lo sapevano, adesso sanno che le riserve auree italiane non sono più nostre, ma delle BC europee.  Avevamo già avuto un furto di gran parte del nostro oro alla “finta liberazione”, un furto fisico, ma adesso ve n’è il suggello giuridico.
N. Forcheri 24/9/2013

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/ECONOMIA/bankitalia_quote_partecipazione_capitale/notizie/328710.shtml [1]

Bankitalia, via alla stima delle quote Comitato di esperti al lavoro
La Banca d’Italia dà il via alla valutazione delle quote nel proprio capitale: un comitato di esperti di alto livello, appena nominato, si è riunito oggi stesso per dare inizio a un processo che, nei desideri delle banche azioniste, rafforzerebbe il loro patrimonio alleggerendo la necessità di andare sul mercato per aumentare il proprio capitale.
Via Nazionale – si legge in una nota – ha dato incarico a Franco Gallo, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce ed ex premier greco, e Andrea Sironi, rettore dell’Università Bocconi, di effettuare «una valutazione delle quote di partecipazione al proprio capitale». Pochi i dettagli emersi dalla prima riunione, cui erano presenti il governatore Ignazio Visco, il direttore generale Salvatore Rossi e il vice direttoregenerale Fabio Panetta.
Tuttavia due settimane fa lo stesso Rossi aveva spiegato che il valore del capitale dovrebbe essere quantificato «sperabilmente entro questo mese». Il dossier tocca anche il ministro dell’Economia (ed ex direttore generale di Bankitalia) Fabrizio Saccomanni, che quest’estate ha aperto a una riforma dell’assetto azionario di Via Nazionale da realizzare «di concerto» con la Banca centrale europea. Obiettivo primario, estendere la platea dei partecipanti al capitale in modo di rendere la banca centrale una vera ‘public company’ ad azionariato più diffuso rispetto all’assetto attuale, divenuto più concentrato a seguito delle fusioni e acquisizioni avvenute nel tempo fra gli istituti di credito azionisti. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, lo scorso luglio aveva chiesto il superamento della «inammissibile» legge del governo Berlusconi del 2005, «che puntava a nazionalizzare l’azionariato della Banca d’Italia».
La Bce e le banche centrali da sempre chiudono a qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione: nello statuto della Bce, che regola anche gli istituti nazionali, è vietata qualunque forma di «finanziamento monetario» agli Stati. Ma il punto nodale è che le banche azioniste puntano invece chiaramente ad adeguare il valore delle loro quote in Bankitalia in modo da rafforzare il proprio bilancio. Pesano i vincoli di Basilea 3, c’è la pressante revisione degli attivi bancari europei che la Bce, prima di assumere la vigilanza unica, si appresta a fare in autunno portando a galla eventuali ‘buchi’. E ci sono onerosi aumenti di capitale da fare che potrebbero persino comportare un intervento pubblico, come quello chiesto dall’Europa al Montepaschi da 2,5 miliardi di euro. Certo è che, rispetto a un capitale formalmente quantificato in appena 156.000 euro (valutazione del 1936), oggi circolano valutazioni miliardarie. Come quella del capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, che propone di rivalutare il capitale fino a 25 miliardi (stimando in 22,6 miliardi le riserve auree) in un’operazione che assicurerebbe allo Stato quattro miliardi in imposte sulle plusvalenze pagate dalle banche. Rossi ha contestato anche l’idea di sommare il capitale alle riserve, essendo queste «state accumulate dalla banca centrale attraverso la sua attività tipica che è quella di battere moneta». Sullo sfondo del dossier, poi, ci sono gli appetiti sulle riserve auree di Bankitalia. Ma la posizione dell’istituto è sempre stata chiara. L’oro – è il ragionamento – è il presidio ultimo di fiducia verso l’Italia e verso l’Europa, che non può essere nella disponibilità di altri che l’Eurosistema.
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