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venerdì 29 novembre 2013

Sbanca d'italia, di Davide Giacalone

http://www.davidegiacalone.it/economia/sbanca-ditalia/
(S)Banca d’Italia

Si voleva la fantasia, ma al potere è arrivata la follia. E’ impressionante il modo in cui è passata l’idea, enunciata dal ministro dell’economia, di far della Banca d’Italia una public company. Sia chiaro a tutti: questo non è un tema economico, un trastullo per cultori, questa è la carne viva di quel che resta della sovranità nazionale. A dar retta a Saccomanni, che va fermato, a star dietro a quel che il Consiglio dei ministri ha deciso (nel mentre giornali e italiani si distraevano con i ludi della decadenza), potremmo presto essere il solo Paese al mondo la cui banca centrale è posseduta da stranieri. Procediamo per gradi e cerchiamo di capirci.
L’autonomia delle banche centrali era già nel costume delle economie di mercato. Per gli europei tale principio è scolpito del trattato istitutivo e nello statuto del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc). La condizione di quasi tutte le banche centrali è d’essere possedute, direttamente o indirettamente, dallo Stato. Il solo proprietario che può garantire totale indipendenza. Ci sono, in Europa, due eccezioni: la banca centrale belga, quotata in Borsa, ma posseduta al 50% dallo Stato, e quella greca. Sulla seconda non vale spendere parole. Fuori d’Europa è quotata solo la banca centrale giapponese, ma posseduta dallo Stato al 55%. Era dello Stato anche la Banca d’Italia, le cui quote erano allocate presso banche a loro volta di proprietà o sotto il controllo pubblico. Il guaio, come osservò Enrico Cuccia, si creò quando si privatizzò il sistema bancario, talché il proprietario (divenuto privato) era controllato dal posseduto. Guaio che crebbe con le fusioni e le acquisizioni, al punto che, oggi, Intesa Sanpaolo possiede il 42,2% e Unicredit il 22,1 di Bd’I. Possesso teorico, però, perché leggi e statuto tutelano l’autonomia della banca centrale. Fermiamoci qui per gli assetti e guardiamo la sostanza economica, in modo da capire l’enormità della follia di Saccomanni.
Fu Camillo Benso, conte di Cavour, a volere una banca emittente sabauda, allora posseduta da privati. Nel 1936, con la legge bancaria, quelle quote furono assegnate alle banche pubbliche, per un valore di 300 milioni di lire (156mila euro). Da allora il valore nominale non è mai cambiato, dato anche che quelle quote non potevano essere negoziate. Perché si parla di rivalutazione, e perché governo e banche concordano nel farla? Perché aumentando il valore di quelle quote si aumenta il patrimonio delle banche che le possiedono, rendendole più solide e, al tempo stesso, si assegna un dividendo fiscale allo Stato. Pari a circa un miliardo. Qualcuno ha già rivalutato le quote per i fatti propri, come ha bene ricordato il prof. Tito Boeri, tanto che Banca Carige le ha fatte crescere del 180.000%. Si aggiunga che, per coprire il mancato gettito della seconda rata Imu il governo chiede alle banche un anticipo del 130% su Ires e Irap, alzando anche l’aliquota sugli utili, dal 27,5 al 36%. Hanno pensato: diamo qualche cosa in cambio. Ora, a parte il fatto che le banche stramazzano prima del cambio, l’oggetto consegnato, le quote Bd’I, è da matti. Torniamo all’assetto proprietario.
Dunque: facciamo della banca centrale una public company. Ma lo sanno, cosa vuol dire? Sono società quotate ad azionariato diffuso, talché non dipendano dalla proprietà, ma dal mercato. Uno dei difetti di tali società, amministrate da gente che, per conservare il posto, devono portare valore agli azionisti, è di avere la vista corta e concentrarsi sul breve periodo. Ha senso, inoltre, solo se le azioni sono negoziabili, il che comporta un valore mobile. Tutto all’esatto contrario di una banca centrale. E non basta: il governo ha fissato al 5% il limite massimo di azioni che ciascuno può possedere, con il prode ministro dell’economia che aggiunge di lasciare “la porta aperta a investitori europei”. Le quote, difatti, il cielo solo sa come distribuite, potranno essere acquistate da banche e compagnie d’assicurazione Ue. Vuol dire che dieci banche e compagnie tedesche possono comprarsi la Banca d’Italia! Si dirà: ma non possono governarla. Ricoverateli, perché gli azionisti avranno un dividendo derivante dal signoraggio (previsto dall’articolo 32.1 dello statuto Sebc), nonché dai guadagni fatti con il mercato dei cambi. Il tutto senza contare che l’oro nei forzieri diventa proprietà degli azionisti e non più bene collettivo. Ma a chi cavolo sono venute in mente queste cose?
Per porre rimedio, un giorno, presto, si dovrà procedere al riacquisto delle quote, con il risultato che per 1 miliardo di gettito fiscale oggi si dovrà domani spenderne 50 per riprendersi quel che si rivalutò. In un casotto fra bisogni di cassa e operazioni patrimoniali. Fatemi vedere anche questa e sarò pronto a credere non che gli asini volano, ma che governano.
Pubblicato da Libero
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