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Bernard Maris: "L'economia è resa appositamente incomprensibile, è il canto gregoriano della sottomissione degli uomini"
Denis Robert: "La raison pour laquelle je n'ai jamais fait un bon journaliste, c'est que je passe trop de temps à rêver à une vie meilleure". (La ragione per cui non sono mai stato un bravo giornalista è che passo troppo tempo a sognare una vita migliore)

mercoledì 30 aprile 2014

La Nobiltà Nera


Pagina massoneria
La Nobiltà NeraTratto da "Le Società segrete e il loro potere nel Ventesimo secolo", Jan van Helsing, 1995
Prima di addentrarsi di più nel "grande quadro", dobbiamo fare una piccola deviazione per rendere le cose un po' più chiare. 
Debbo ringraziare l'ex agente del MI6, il dott John Coleman, che ha condotto una ricerca straordinaria, per le seguenti informazioni. Lui è l’unico che abbia mai scritto qualcosa in inglese sulla "Nobiltà Nera", e nel continente americano è un pioniere in questa ricerca. Ho incontrato il dott. Coleman personalmente, e posso dire che è sincero nella sua intenzione. Ma, sicuramente non sta rivelando tutto, come faccio io, per il semplice motivo che non vogliamo perdere le nostre teste. 
Il dott. Coleman ci racconta la storia di un termine che non troverete in nessun libro o dizionario corrente: "La Nobiltà Nera". Sono le famiglie delle oligarchie di Venezia e di Genova, che avevano dei diritti di commercio privilegiati nel dodicesimo secolo.
Il dott. Coleman dice: 
"La prima delle tre crociate, dal 1063 al 1123, instaurò il potere della Nobiltà Nera veneziana, e rafforzò il potere della ricca classe dirigente. L’aristocrazia della Nobiltà Nera ottenne il potere assoluto su Venezia nel 1171, quando la nomina del doge fu trasferita a quello che fu conosciuto come il Gran Consiglio. Esso comprendeva i membri dell'aristocrazia commerciale, e ciò fu un totale trionfo per loro. Da allora, Venezia restò nelle loro mani, ma il potere e l'influenza della Nobiltà Nera veneziana estende ben oltre i suoi confini, e oggi, nel 1986, è sentito in ogni angolo del globo. Nel 1204, l 'oligarchia distribuì delle enclaves feudali ai suoi membri, e da allora iniziò la grande crescita del suo potere e della pressione finché il governo non diventò una corporazione chiusa formata dalle più potenti famiglie della Nobiltà Nera."
La Nobiltà Nera si guadagnò il suo titolo facendo dei brutti scherzi, cosicché, quando la popolazione si ribellò contro i monopoli nel governo, come ovunque, i leaders della sommossa furono presto catturati ed impiccati brutalmente. Adoperano l'assassinio nascosto. l'omicidio il sequestro e lo stupro, mandano in rovina dei cittadini o delle imprese ostili Allora, chi sono queste famiglie? 
Le più importanti sono:
         la Casa di Guelfo (Inghilterra)
         la Casa di Wettin (Belgio) 
         la Casa di Bernadotte (Svezia) 
         la Casa di Liechtenstein (Liechtenstein) 
         la Casa di Oldenburg (Danimarca) 
         la Casa di Hohenzollem (Germania) 
         la Casa di Hannover (Germania) 
         la Casa di Borbone (Francia) 
         la Casa di Orange (Olanda) 
         la Casa di Grimaldi (Monaco) 
         la Casa di Wittelsbach (Germania) 
         la Casa di Braganza (Portogallo) 
         la Casa di Nassau (Lussemburgo) 
         la Casa di Asburgo (Austria)
         la Casa di Savoia (Italia) 
         la Casa di Karadjordjevic (Yugoslavia) 
         la Casa di Wurttenberg (Germania) 
         la Casa di Zogu (Albania)
come pure quelle famiglie che si trovano nell’albero genealogico dei Windsor   (“Black Nobilita Unmasked Worldwide", dott. John Coleman, 1985)
Tutte le famiglie dell'elenco sono imparentate con la Casa di Guelfo, una delle famiglie originarie della Nobiltà Nera di Venezia, da cui discende la Casa di Windsor, e quindi l'attuale Regina d'Inghilterra, Elisabetta II. I Guelfi si sono talmente intrecciati con l'aristocrazia tedesca attraverso la Casa di Hannover, che ci vorrebbero varie pagine per citare tutti i loro legami. Come potete vedere in quest'albero genealogico, quasi tutte le case reali europei discendono dalla Casa di Hannover, e di conseguenza dalla Casa di Guelfo - La Nobiltà Nera. 
Il re inglese Hannoveriano, Giorgio I, venne dal Ducato di Luneberg, una parte della Germania settentrionale, che fu governata dalla famiglia dei Guelfi fin dal dodicesimo secolo.
Oggi i Guelfi mantengono il potere con il controllo del mercato delle materie prime. Per anni, hanno fissato il prezzo dell'oro, un articolo che non producono né possiedono per conto proprio. La Casa di Windsor controlla anche il prezzo del rame, dello zinco, del piombo e dello stagno. E come vedrete, non è un fatto casuale che le principali borse merci si trovino a Londra. Le Società controllate dalle famiglie della Nobiltà Nera sono la British Petrolcum , l'Oppenheimer, la Lonrho , la Philbro ed altri. 
Un'altra famiglia della Nobiltà Nera è il Grosvenor in Inghilterra. Per secoli, questa famiglia visse, come la maggior parte delle famiglie reali europee, con i canoni delle terre cedute in proprietà di superficie. Oggi, questa famiglia possiede almeno300 acri (1.213.800 mq) nel centro di Londra! 
Le proprietà non sono mai state vendute, ma sono date in affitto con un contratto di locazione per 39 anni - il canone delle terre nel medioevo.
Il Grosvenor Square, dove si trova l'ambasciata americana, appartiene alla famiglia Grosvenor, come pure Eaton Square. Nell'Eaton Square, gli appartamenti sono affittati a £ 25.000 al mese, e l'importo non comprende le spese di manutenzione. Queste cifre vi daranno un'idea del patrimonio immenso che le famiglie della Nobiltà Nera raccolgono dai canoni d'affitto, e perché le famiglie come i Windsor non sono affatto interessate al progresso industriale con la popolazione addizionale che mantiene. 
Questa è l'unica ragione per cui queste famiglie "nobili" sono dietro alla maggior parte, se non a tutti, i movimenti ambientalisti del mondo, che in definitiva mirano in modo velato a ridurre l'aumento della popolazione. 
Il principe Filippo ed il principe Carlo sono i simboli più in vista di questi movimenti, ed ambedue hanno parlato spesso con una totale insensibilità del bisogno di liberare il mondo di persone non desiderate. ("Black Nobility Unmasked Worldwide", dott. John Coleman)
Ma perché vi parlo della Nobiltà Nera? 
Perché sono i fondatori della società segreta dei nostri tempi da cui nascono tutte le altre che sono legate agli Illuminati - il "Comitato dei 300". Come vi farò vedere, il Club di Roma, il CFR, il RIIA, i Bilderberg, le Nazioni Unite, la Tavola Rotonda ... tutti nascono dal "Comitato dei 300", e quindi, dalle famiglie della Nobiltà Nera europea. 
Bene, e ora veniamo al punto più importante. Il dott. Coleman ha avuto perfettamente ragione fino adesso. Lui pensa che la Nobiltà Nera europea sia la causa di tutto quel che non va. 
Però, almeno dal 17° secolo, ogni casa reale europea in assoluto è stata infiltrata dagli ebrei. 
Consideriamo il principe Carlo! Vi renderete conto di chi erano i suoi antenati. 
La Casa di Hannover sembra essere tedesca, ma è ebrea. Anche la Casa di Asburgo. Allora, non furono in realtà i tedeschi che s'impadronirono del trono britannico. Brillante, non è vero? (Le fonti: "Serni Goter" di Philip Stauff e "Judenblut im deutschen Adel" (Sangue ebrea nella Nobiltà tedesca) di Otto Fúrst von Battailler). La Nobiltà Nera europea ha la collaborazione delle famiglie americane come i Harriman ed i McGeorge Bundy  
Una lista delle principali organizzazioni note degli Illuminati
Il Consiglio dei Tredici "Il Grande Consiglio dei Druidi - i tredici grandi druidi formano il sacerdozio dei Rothschild"
Il Consiglio dei Trentatrè "Vi si trovano i più importanti frammassoni del mondo politico, economico e religioso. Essi sono l'élite dal ‘Comitato dei Trecento’." (Così sostengono Todd e Coralf).
Il Comitato dei Trecento Fu fondato dalla Nobiltà Nera nel 1729 mediante la BEIC (British East India Company, la Compagnia delle Indie) per occuparsi dell'attività bancaria internazionale, dei problemi legati al commercio e per sostenere il traffico dell'oppio. E’ controllato dalla Corona britannica. 
Comprende l'intero sistema bancario mondiale e i più importanti rappresentanti delle nazioni occidentali. Tutti le banche sono collegate ai Rothschild attraverso il "Comitato dei Trecento". 
Tutte le organizzazioni elencate nelle pagine seguenti sono state "create" dal Comitato dei Trecento.
Il dott. John Coleman pubblicò nel suo libro "Conspirators' Hierarchy: The Committee of 300" i nomi di 209 organizzazioni, 125 banche e 341 membri passati e presenti del comitato dei quali ve ne elencherò soltanto alcuni:
Balfour, Arthur 
Brandt, Willy 
Bulwer-Lytton, Edward (l'autore di "The Coming Race") 
Bundy, McGeorge 
Bush, George 
Carrington, Lord 
Chamberlain, Huston Stewart 
Constanti, Casa di Orange 
Delano, famiglia. Frederic Delano fu membro del consiglio d'amministrazione della Federal Reserve 
Drake, Sir Francis 
Du Pont, famiglia 
Forbes, John M. 
Federico IX, re di Danimarca 
George, Lloyd 
Grey, Sir Edward 
Haig, Sir Douglas 
Harriman, Averill 
Holienzollern, Casa di 
House, colonnello Edward Mandell 
Inchicape, Lord 
Kissinger, Henry 
Lever, Sir Harold 
Lippmann, Walter 
Lockhart, Bruce 
Loudon, Sir John 
Mazzini, Giuseppe 
Mellon, Andrew 
Milner Lord Alfred 
Mitterand, Frangois 
Morgan, JP 
Norman, Montague 
Oppenheimer, Sir Henry 
Palme, Olof 
la principessa Beatrix 
la regina Elisabetta II 
la regina Giuliana 
Rainier , il principe 
Retinger, Joseph 
Rhodes, Cecil 
Rockefeller, David 
Rothmere, Lord 
Rothschild, il barone Edmond de 
Shultz, George 
Spellman, il cardinale 
Thyssen-Bornemisza, il barone Hans Heinrich 
Vanderbilt, la famiglia 
von Finck il barone August von Habsburg, Otto 
von Thurn und Taxis, Max 
Warburg, S.G. 
Warren, Earl 
Young, Owen
(fin qui, il dott. Coleman)
Le altre logge degli Illuminati bavaresi sono già state citate nel testo.

martedì 29 aprile 2014

Bankenstein: la bolla papale del 1493

BANKENSTEIN
Tutto quello che non avreste mai voluto sapere sulle banche


 
di Marco Saba
Nexus Edizioni
pagg. 288 - € 15,00
Per ordinare: Nexus Edizioni 

 

    parti precedenti:

L'ARGOMENTO »
PREFAZIONE »
NOTA DEL CURATORE »
PREMESSA »
INTRODUZIONE - Breve storia di Bankenstein »

Capitolo 1 - 1493: La Chiesa santifica l'Imperialismo:
Per comprendere la realtà in cui viviamo, a volte, è necessario riferirsi a fatti e documenti di un lontano passato che continuano inspiegabilmente a determinare il nostro presente. "È possibile che un documento vecchio di secoli possa ancor oggi esser causa di enormi problemi?" Ciò ha precisato Johan Galtung (Direttore di Transcend e Membro fondatore dell'International Peace Research Institute), al World Social Forum del 2001.
Galtung chiede che la Bolla papale "Inter Coetera" venga annullata, restituendo ai popoli il diritto all'autodeterminazione, alla libertà. Si tratta di un episodio relativo ai nativi americani, agli "indiani" o "pellerossa", che ancor oggi non possono esercitare diritti di proprietà sulle loro terre. Galtung focalizza la sua attenzione su due documenti papali. Il primo è un decreto emanato dal Papa Nicola V nel 1452 che chiedeva al Re Alfonso del Portogallo, "di invadere, ricercare, catturare, vincere e sottomettere tutti i Saraceni ed i pagani (...) ed altri nemici di Cristo". Il Papa Nicola V ordinava anche che le terre ed i possedimenti di questi popoli fossero espropriati e che i non-cristiani fossero "ridotti in schiavitù perpetua".
Questo documento venne seguito da una seconda dottrina, la Bolla papale del 1493 intitolata "Inter Coetera" (''Tra le altre cose"), emanata da Papa Alessandro VI, che decretava la volontà papale che "le nazioni barbare fossero rovesciate" e che queste nazioni "scoperte" venissero soggiogate e indotte alla fede Cattolica "per propagare la religione cristiana".
Quando Cristoforo Colombo di ritorno dal suo primo viaggio in America, nel marzo 1493, fu costretto a sbarcare in Portogallo, il re di quel paese, Giovanni II, lo redarguì severamente per quello che egli considerava come un'interferenza nei diritti a lui conferiti dalla Bolla "Romanus Pontifex" ("Pontefice romano").
Secondo il re Giovanni II, le terre scoperte da Colombo rientravano nel monopolio delle nuove terre garantite al Portogallo dalla Bolla, e confermato in seguito da altri decreti papali. Egli sosteneva, quindi, che gli appartenevano.
I reali di Spagna, Ferdinando ed Isabella, allarmati dalle pretese del re del Portogallo, spedirono immediatamente alla Curia papale un rapporto completo del viaggio di Colombo, chiedendo la conferma papale dei diritti sulle terre appena scoperte.
Papa Alessandro VI rappresentò un esempio del livello di corruzione morale e di prepotenza politica della Chiesa romana di quel periodo. Di origine spagnola, Rodrigo Borgia venne nominato cardinale a soli 25 anni; salì al soglio pontificio nel 1492 e vi rimase fino al 1503. Ebbe cinque figli, tra i quali Cesare e Lucrezia, dei quali erano noti la spregiudicatezza morale e politica; sostenne, senza tuttavia riuscirvi, il progetto di un dominio in Romagna per il figlio Cesare e dilapidò il patrimonio della Chiesa per arricchire i propri familiari. Fu il primo a trasformare la corte pontificia in reggia principesca, strutturata in modo tale da mettere in risalto la sua dinastia e fame oggetto di venerazione. Fu responsabile della morte di Girolamo Savonarola, al quale aveva offerto la porpora cardinalizia pur di farlo tacere. Probabilmente morì avvelenato.
Tornando ai due decreti, di Nicola V e Alessandro VI, questi furono la base per 500 anni di incitamento alla guerra, piuttosto che alla pace, contro i popoli Nativi. Resero praticamente impossibile, al mondo cristiano, il rispetto verso le Nazioni dei Nativi dell'emisfero occidentale. Quando gli europei vi arrivarono la prima volta, queste antiche dottrine servirono come presupposto della politica nei confronti degli Indiani federali, negando loro i diritti alle terre ancestrali, poiché essi non erano cristiani.
Queste vecchie leggi vennero assimilate in una sentenza della Corte Suprema statunitense del 1823 nella causa "Johnson contro McIntosh". La Corte stabiliva una distinzione tra cristiani e pagani. Il termine "pagano" veniva riferito alle persone la cui religione non era cristiana, ebrea o musulmana: quindi i Nativi erano pagani. Con questa decisione, che si applica a tutti gli indigeni, venne formalizzata la discriminazione tra cristiani e pagani e la "Dottrina della Scoperta" diventò legge degli Stati Uniti.
La "Dottrina della Scoperta" (Doctrine of Discovery) dice che la prima nazione cristiana che "scopre" terre di pagani ed infedeli, ha il dominio totale su queste terre e che a quei pagani rimaneva solo il diritto di locazione. La parola "dominio" viene dal latino domo che significa: soggiogare, sottomettere, addomesticare, domare, asservire e colonizzare.
Secondo la legge cristiana internazionale, le terre che non hanno proprietari cristiani sono da considerare vacanti, anche se abitate da non-cristiani. Così le terre di cui Colombo ed altri conquistatori presero possesso, erano considerate come non appartenenti a nessuno poiché non erano di proprietà di nessuna nazione cristiana. Non va tralasciato che nel XVI secolo la conquista europea così legittimata fece fra i 60 e gli 80 milioni di morti nelle Americhe, una media di quasi otto milioni di morti all'anno, superiore alle stesse cifre della Shoà di più recente memoria.
Alla Bolla "Inter Coetera" è ricorsa anche la Corte Suprema degli Stati Uniti quando nel 1823 ha voluto annullare i trattati stipulati con gli indigeni americani, negandone la figura giuridica. Con il pronunciamento nella causa "Johnson versus McIntosh", il Giudice Capo John Marshall citava vari statuti d'Inghilterra per documentare l'accettazione della Dottrina della Scoperta, e diceva che le nazioni europee che effettuavano tali scoperte avevano solamente un obbligo legale di riconoscere la "precedente ondata di qualsiasi popolo cristiano che poteva aver effettuato la scoperta precedentemente". In pratica, la proprietà era riservata ai cristiani, ai pagani restava la possibilità dell'affitto. Pochi sanno che, nel diritto odierno, la "Supreme Law of the land" è ancora influenzata dalla decisione della Corte Suprema americana del 1823. Su questa base, gli Stati Uniti continuano a negare ai popoli indigeni un reale diritto di proprietà sulle loro terre ancestrali, nonché un diritto di sovranità come nazioni indipendenti. L'indigeno Kills Straight disegnò il collegamento tra l'opinione sulla terra del mondo industrializzato e la conseguente distruzione che avvenne attraverso leggi create dall'uomo e basate su economie capitalistiche, nonché sulla dominazione della natura.
In 500 anni, più di 96 milioni di indigeni sono stati immolati assieme alla loro cultura tradizionale. La visione dei nativi sulle leggi naturali e su Madre Natura come entità spirituale è particolarmente importante da condividere in questi tempi in cui molte specie sono portate all'estinzione. Il ritorno alla spiritualità, nelle varie comunità, si rende necessario prima che la vita sulla Terra si estingua. Prima il resto del mondo pensava di non aver niente da imparare dai popoli Nativi: ora l'approccio sta cambiando.
Revocando la Bolla del 1493, il Papa potrebbe dimostrare con i fatti, e non solo a parole, il suo appoggio nei confronti di queste popolazioni. Potrebbe finire così quest'era di soggiogamento che dura da più di cinque secoli. È chiaro che questo sforzo spirituale non riguarda solamente il Papa e la Chiesa cattolica, riguarda tutto il mondo industrializzato. Si tratta di un primo passo da parte del mondo cristiano, per una riconciliazione con l'antico comandamento degli indigeni: "Rispetta la Terra come nostra Madre e santifica tutti gli esseri viventi: donne, uomini, bambini e tutte le future generazioni."
La scoperta di Colombo, del 1492, di presupposte "terre asiatiche" nel mare occidentale, minacciava le instabili relazioni tra i regni di Portogallo e di Castiglia, che avevano lottato tra loro, per molti anni, per posizioni predominanti e possessi coloniali lungo la costa africana. Il re del Portogallo diceva che la scoperta era all'interno dei confini stabiliti dalle Bolle papali del1455, 1456 e 1479. Il re e la regina di Castiglia lo contestavano ed auspicavano una nuova Bolla papale sull'argomento.
Il Papa Alessandro VI, nativo di Valencia ed amico del re di Castiglia, rispose con tre bolle datate 3 e 4 maggio, le quali erano molto favorevoli alla Castiglia. La terza di queste, la più importante era appunto la "Inter Coetera".
Nonostante che, riguardo il conflitto coloniale tra Portogallo e Spagna, in seguito fossero state emesse altre Bolle, la Bolla "Inter Coetera" divenne fondamentale nello sviluppo delle ulteriori dottrine legali che riguardavano pretese imperiali nel "nuovo mondo". La Bolla assegnava alla Castiglia il diritto esclusivo di acquisire i territori, di effettuarvi commercio o semplicemente di avvicinarsi alle terre che stavano a cento leghe ad ovest delle isole Azzorre e di Capo Verde. Venne fatta un'eccezione per qualsiasi terra fosse stata posseduta da altri principi cristiani, al di là di questo meridiano, prima del Natale 1492. Grazie dunque ai sovrani cattolici, il papato poté approfittare della situazione per far valere la propria autorità morale e giuridica, mostrando in particolare che senza la sua mediazione legittimante non sarebbe stato possibile proseguire in modo "corretto" la gestione politica ed economica delle colonie acquisite. Il pontefice, tuttavia, doveva essere ben consapevole che se il Portogallo non avesse accettato le proposte indicate in questo documento, una guerra contro la Spagna sarebbe stata inevitabile, poiché egli non avrebbe avuto la forza d'impedirla. La guerra scoppierà comunque, un secolo dopo, e porterà il Portogallo a una disastrosa rovina.
A livello del diritto internazionale, tutte le leggi coloniali e di conquista, sulle quali gli stati occidentali si basano per rivendicare i diritti sulle terre occupate, si devono confrontare con queste Bolle papali.
Mentre si tracciavano i nuovi confini del mondo, e nuove ricchezze affluivano in Europa, dinastie di banchieri come i Fugger decidevano, negando o concedendo denaro in prestito, le sorti della storia.
Durante il Rinascimento, i Medici, in Italia, ed i Fugger, in Germania, erano dei "banchieri". La loro banca non solo era privata, ma iniziò come un'attività legittima, non inflazionistica ed altamente produttiva. In pratica, si trattava di banchieri-mercanti che avevano iniziato come commercianti di successo.
Nel corso delle loro attività, i mercanti cominciarono ad estendere il credito ai loro clienti e, nel caso di queste grandi famiglie di banchieri, la parte di attività creditizia o bancaria delle loro operazioni superò l'attività mercantile stessa. Essi affittavano la moneta, che proveniva dai loro profitti e risparmi, ricavando un interesse sui prestiti effettuati. Questo sistema di fatto rappresentava uno dei canali per l'investimento produttivo dei loro risparmi.
La fortuna della famiglia dei Fugger, banchieri tedeschi dell'epoca, dipende dal controllo esercitato sul commercio europeo dell'argento (per pagare gli eserciti e burocrazie) e del rame (per le nuove armi da fuoco) la cui domanda è fortissima da parte dei sovrani. In questo settore, essi esercitano un monopolio grazie alla gestione diretta delle miniere di rame e d'argento del Tirolo e dell'Ungheria, ottenute dai rispettivi sovrani come pegno per i grossi prestiti loro elargiti.
Grazie agli enormi capitali accumulati, i Fugger sono presenti con filiali aperte in tutta Europa, da Francoforte a Breslavia, da Venezia a Napoli, da Anversa a Lisbona.
Nel 1493 nasce Anton Fugger (1493-1560), nipote di Jacob II (1459-1525) e da questi designato come erede. Nel 1516, ad Est sorgono i primi problemi. Il nuovo sovrano d'Ungheria e Boemia, Ludwig II Jagellone (1506-26), succeduto a Ladislao II, accoglie, contro gli interessi della bassa nobiltà magiara, la penetrazione asburgica nel paese e a stento riesce a contenere la prima manifestazione di forza di Solimano II (1520-21).
Ascoltando le lamentele dei concorrenti dei Fugger, il re non riesce ad impedire che la filiale di Offen venga saccheggiata e incendiata e Alexius Thurzo fatto prigioniero.
Presto la revoca dei permessi di lavoro agli stranieri fa sì che decine e decine di tecnici e amministratori tedeschi prendano la via dell'esilio, lasciando il grande bacino industriale in mano ai "padroni di casa".
Gli ungheresi devono, però, riconoscere le loro incapacità in faccende minerarie di così grande portata e lo stesso Ludwig II viene a patti col capo della casa Fugger, concordando nuovi appalti e promettendo un indennizzo che non ha nessuna intenzione di erogare. L'inimicizia creatasi con i Fugger gli costerà cara.
Nel 1526, mentre Solimano II sta avanzando verso Buda, nelle alte sfere si auspica un intervento finanziario di Anton, per impedire la catastrofe: il sovrano ha infatti un disperato bisogno di armi ed equipaggiamento per l'esercito, ma l'aiuto non arriva. Il 26 agosto, nella battaglia di Mohács si fronteggiano 100.000 turchi con 300 cannoni, contro 28.000 ungheresi - il re, dopo varie prove di coraggio, annega in un corso d'acqua mentre cerca la fuga. L'Ungheria cade sotto l'influenza ottomana con gravi conseguenze per le miniere.
Nel 1527, Carlo V, con l'aiuto determinante dei Fugger, mette insieme un esercito di 14.000 lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht: servo di paese) e scende su Roma che devasta e saccheggia senza pietà (il Sacco di Roma). La banca dei Fugger serve l'operazione nei due sensi: dalla Svezia arrivano liquidi per sostenere le truppe, da Roma risalgono le somme provenienti dal Sacco della città.
Dopo quanto successo, Anton pensa bene di chiudere l'agenzia di Roma, prima di ricevere un decreto di ingiunzione dalle autorità pontificie: il loro rappresentante è arrivato perfino all'eccesso di coniare monete utilizzando le stoviglie del Vaticano!
Il fulcro degli affari passa ora in terra spagnola, il che significa in terra americana. Nel 1531, egli guarda infatti all'America meridionale e, per iniziativa di Carlo V, ottiene dal Consiglio delle Indie il monopolio commerciale sull'immensa area compresa tra la Terra del Fuoco e il Perù. L'impresa si rivela un fallimento anche per la mancanza di un passaggio navigabile in America centrale: la flotta esploratrice si inabissa colpita da uno spaventoso uragano.
Nel 1536, nonostante tutto, la situazione patrimoniale dell'azienda appare solidissima: 2 milioni di fiorini di utile netto su 3,8. Nel 1541, i turchi conquistano Budapest e il ritiro dalle miniere diventa inevitabile. Il contrasto confessionale tra i prìncipi tedeschi, poi, mette in pericolo il commercio del rame con la Germania protestante. Nonostante tutto Fugger appoggia Carlo V nella guerra contro i principi protestanti tedeschi coalizzati nella lega di Smalcalda, che arrecherà solo danni all'attività commerciale e bancaria.
Nel 1545, Carlo V si ritrova in una situazione finanziaria disperata. In questo frangente Fugger decide di finanziare Enrico VIII nella guerra da lui intrapresa contro la Francia, per una somma pari ad alcune migliaia di fiorini.
Quando nell'estate Carlo V batte cassa, Anton Fugger risponde con un rifiuto: ne nasce un vero e proprio braccio di ferro. Il sovrano tenta di correre ai ripari con un decreto che vieta l'esportazione di oro. Ciò provoca l'ira dei finanziatori della corona e nello stesso tempo danneggia il re d'Inghilterra che, da alleato, potrebbe diventare nemico. E mentre i consiglieri suggeriscono all'imperatore di abrogare il divieto, i Fugger hanno già trovato il modo di trasferire i fondi oltre la Manica.
Nel 1546, senza serbare rancore, Anton apre di nuovo i cordoni della borsa in favore di Carlo V, che riesce così a vincere la guerra contro la lega di Smalcalda. Anton investe il suo patrimonio, che tocca i 5, l milioni di fiorini, nell'acquisto di feudi e vaste proprietà terriere. Probabilmente aspira ad un dominio territoriale nella zona fra il Danubio e il Lago di Costanza, come quello dei Medici in Toscana. Nel 1555-56, il sogno viene abbandonato con l'abdicazione di Carlo V, che morirà nel 1558 presso il monastero di San Jeronimo, e l'ascesa al trono di Spagna di Filippo Il. Questi, nel 1557, sequestra subito nei Paesi Bassi 56.000 ducati dei Fugger senza neppure promettere un'indennità.
Anton Fugger muore il 14 settembre 1560. Per suo desiderio viene sepolto in una delle chiese del suo feudo di Babenhausen. Negli ultimi decenni del Cinquecento, i Fugger si distinguono nell'opera di finanziamento della restaurazione cattolica in Germania, dove molti di loro ricoprono posti di responsabilità nella gerarchia ecclesiastica, e nella costruzione di splendide dimore campestri come il castello di Kirchheim fatto erigere da Johann, figlio di Anton.
Il distacco progressivo della famiglia Fugger dalla scena finanziaria ed europea, viene affrettato da colpi durissimi come la bancarotta della corona di Spagna del 1607, dove rimane coinvolta per 2,5 milioni di ducati. La casata però, grazie agli investimenti terrieri fatti a suo tempo, non si estingue. I Fugger si trasformeranno in nobili feudali, dediti alla raccolta di libri e ad opere di mecenatismo.
Nel 1803, alla vigilia della scomparsa del Sacro Romano Impero, Anselm Maria Fugger verrà investito della dignità principesca.

Grillo all'assemblea MPS ieri.

Beppe Grillo all'assemblea di MPS

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Beppe all'assemblea di MPS
(10:00)
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Ecco il testo dell'intervento di Beppe Grillo all'assemblea del Monte dei Paschi di Siena


Dal recente decreto di archiviazione sull'inchiesta Mussari -Vigni
"Questa manifesta insussistenza di interesse per la banca trova conclusiva conferma nelle evidenze che emergono e da altre operazioni poste in essere dai vertici aziendali dell'epoca e che sono tuttora oggetto di indagine, ciò che costituisce una preziosa conferma di un interesse del tutto estraneo a quello della Banca. Tali indagini valorizzano infatti, in modo deciso e inequivocabile, il profilo della sussistenza in capo ai vertici di MPS nel quinquennio 2006/2011 (Mussari, quale presidente e Vigni, quale direttore generale) di un modus operandi autoreferenziale, verticistico ed asservito al soddisfacimento di interessi in generale distonici rispetto a quelli dell'ente. Ciò vale con particolare riferimento alla presenza di interessi e sollecitazioni esterne alla banca e ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale".
Da questo decreto risulta chiaro che Mussari e Vigni obbedivano a ordini di politici locali e nazionali e anche se i giudici non ne fanno i nomi è evidente che sono politici del PD che aveva il controllo della Fondazione Monte dei Paschi. La peste rossa non ha per ora nomi, ma ha un preciso indirizzo, via Nazareno Roma.
Signori Azionisti, la svalutazione del titolo di MPS è devastante. Nel ’99, con la prima quotazione in Borsa il titolo arrivò a cinque euro. Il MPS, subito dopo la privatizzazione era ancora l’ottima banca del periodo pubblico con un valore di 20 mld. Oggi, se si calcolano gli utili non fatti, gli aumenti di capitale e 15 anni di inflazione, il suo valore dovrebbe essere di 50 mld. Invece il titolo è crollato a 0,1/0,2 euro e il valore complessivo a 2/3 mld. La più grossa distruzione di valore della storia finanziaria del Paese e forse dell’Europa. Agli inizi degli anni ’90 geni del pensiero economico come Giuliano Amato, Massimo D’Alema e Franco Bassanini, sostenuti da istituzioni come la Banca d’Italia gridarono : “Il sistema bancario italiano pubblico è la palla al piede dell’economia nazionale!”
Quando scoppia la crisi dei subprime USA le banche private ex-pubbliche, in testa quelle che erano state di gran lunga tra le migliori d’Europa: MPS, Intesa Sanpaolo (comprende la Cariplo) e Unicredit (Credito italiano e una lunga serie di Casse di Rispamio), diventate con gli accorpamenti i tre più importanti gruppi bancari privati del Paese sono tutte tecnicamente fallite. Il peggiore MPS che in quanto a solidità e liquidità era la migliore d’Europa. Perché MPS è diventata la peggiore?
Lo chiedo a voi, azionisti che vi ritrovate in mano azioni che ora valgono solo 10 o 20 centesimi l’una. Siena è stata la città più rossa d’Italia: anche il 58% dei voti al vecchio PCI. Ma i vecchi, ottimi compagni, quelli dell’antifascismo, della lotta partigiana e poi delle lotte contadine e operaie, si erano guardati bene da mettere le mani nella banca. Ma quei compagni non ci sono più o non hanno più potere. Il potere durante le convulsioni nominalistiche (Pci>Ds>Pds>Pd) è passato alle nuove generazioni, quelle che la ricchezza non sanno produrla ma sanno bene come sottrarla a chi la produce e dissiparla senza la minima preoccupazione per cosa sarebbe successo quando quella ricchezza fosse stata tutta consumata. La peste rossa.
Con la privatizzazione nel 1995 del Monte, il 100% delle azioni sono in testa alla Fondazione che il Pd di allora si affretta a controllare tramite il Comune e la Provincia nominando tutta la Deputazione Amministratrice, quindi il Cda, compresi elementi dell’opposizione totalmente asservita: muta, cieca e sorda. Praticamente da subito la banca smette di fare utili, arrangiandosi a dimostrare di avere guadagnato con il plusvalore derivante dalla vendita di cespiti attivi (immobili, partecipazioni, mutui, riserve ecc.) che ha in pancia anche da secoli a valori estremamente bassi: praticamente paga dividendi agli azionisti mangiandosi il capitale e le riserve e pagando sugli utili inesistenti il 48% di tasse allo Stato . Il processo diventa rovinoso quando nel 2001 il Pd manda alla Fondazione Mussari come presidente. Nel 2006 Mussari, scaduto il vecchio presidente MPS, si autonomina presidente della Banca. Al suo attivo ci sono le operazioni in perdita secca di Banca 121 e dell’Antonveneta.
L’arrogante disinvoltura di Mussari & C. non ha precedenti nella storia degli affari. Botin, presidente dello spagnolo Banco Santander compra nel 2007 per 5 mldl’Antonveneta dall’olandese Amrobank. La rivende solo tre mesi dopo per 10mld a MPS. Sempre Botin ha dichiarato ai giudici senesi che l’affare è stato trattato in 48 ore con tre telefonate senza neppure un incontro tra le dirigenze delle due banche e senza una clausola di garanzia per eventuali vizi o difetti nascosti. Dopo si è scoperto che l’Antonveneta era in piena crisi e che il suo valore reale non era neanche di 3 mld, e che l’acquirente aveva anche l’obbligo di rimborsare ben 7 mld all’olandese Amrobank per un prestito fatto alla comatosa Antonveneta. Tutte cose che il venditore si era guardato bene dal rivelare agli acquirenti. L’acquisto di un bene che valeva meno di 3 mld e pagato 17 mld, viene fatto in 48 ore per telefono senza alcuna garanzia. Per assorbire l’Antonveneta con le sue 1.000 filiali il Monte ha dovuto disfarsi di 500 altre filali per eccesso di presenza sul mercato: 500 delle 1000 filiali dell’Antonveneta sono state comprate invano. Come non pensare che dietro non ci siano poteri forti che hanno manovrato tutto, come non restare basiti di fronte alla acquiescenza di Bankitalia e Consob che non hanno sollevato, come era loro dovere, alcuna obiezione di fronte a questa operazione? Tutto il PD, e con esso tutto il Paese, invece plaudì al nuovo, giovane genio bancario italiano. La Borsa no: la borsa premiò subito il Santander con un +14% e punì MPS con un -10%. Il Banco Santander ha guadagnato in due o tre mesi 5mld puliti puliti. In questi giorni è stato deciso l’aumento di capitale, appunto di 5 mld. Perché nessuno , vista la coincidenza, ha rassicurato che quei 5 mld non sono gli stessi?
Poi nel 2011 il bubbone scoppia e la magistratura entra nella vicenda. E scopre quello che tutti sapevano, l’inquinante ruolo della politica, della peste rossa, (chissà di quale partito?) nell’allucinante vicenda di una banca che in 10 anni passa dall’essere la più solida d’Europa alla larva attuale. In un documento ufficiale del 14 aprile., la Procura di Siena accerta a carico del ex-presidente Mussari e dell’ex direttore generale Vigni e di qualche personaggio minore il generalizzato perseguimento di “interessi in generale distonici rispetto a quelli dell’Ente” e “interessi e sollecitazioni esterne alla banca e ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale” . Chissà quali sono i partiti di quel panorama!
Nel 2011 Mussari, nel frattempo premiato anche con la presidenza dell’ ABI, e molti dei suoi compari vengono cacciati dalla banca. I partiti devono trovare nuove facce. Il Pci-Pd non aveva che l’imbarazzo della scelta nella banca. Invece sceglie due alieni, mercenari della finanza, come Profumo e Viola. Ossia l’indagato sindaco Ceccuzzi del Pd sceglie l’indagato Profumo dato da tutta la stampa in odore di Pd (poi entrambi rinviati a giudizio per fatti pregressi).
La questione assume anche un carattere ancora più tenebroso perché ci scappa il morto. Il responsabile della comunicazione, David Rossi, si getta dalla finestra del suo studio di Rocca Salimbeni dopo una lunga telefonata. Si sente dire che sarebbe stato accusato di avere soffiato alla giapponese Nomura la decisione del Cda di MPS, dal quale Rossi per la prima volta era stato escluso, di citarla in giudizio per perdite subite a seguito di un’operazione di alcune centinaia di milioni sui “derivati” (ancora finanzia creativa dell’epoca Mussari: serviva a fare il maquillage ai bilanci in perdita). La cosa avrebbe consentito l’immediata la contromossa della Nomura, ossia il deposito di una contro-denuncia. Fortunatamente MPS riesce a depositare la citazione al Tribunale di Firenze un quarto d’ora prima che lo faccia la Nomura a Londra: la causa rimane quindi in Italia. Comunque sia alla nefasta invadenza del Pd nel MPS va attribuito, almeno moralmente, anche questo triste fatto di cronaca nera.
Dunque ora abbiamo Profumo. Cosa fa Profumo appena entrato nel ruolo e verificato in quale drammatica situazione si trovasse MPS: casse vuote, clienti in fuga, pessimi investimenti in finanza creativa cervellotica e perdite plurimiliardarie degli ultimi tre esercizi compreso l’attuale, crediti in sofferenza alle stelle (forse qualche decina di miliardi), titolo che vale neanche lo 0,3% di appena 10 anni prima? Promuove l’azione di responsabilità e risarcimento a carico dei protagonisti di tanto sfascio, magari anche contro le istituzioni statali (Bankit e Consob in testa) che nulla hanno fatto, come invece era loro compito istituzionale, per impedire o limitare i danni? E forse anche contro il Banco Santander per truffa, essendosi comportato da magliaro? Sicuramente si sarebbe rifocillata MPS forse fino a compensare i Monti Bond senza bisogno dell’aumento di capitale. E si sarebbe restaurato anche il valore delle vostre azioni. E magari anche meglio definiti gli “interessi e sollecitazioni esterne alla banca e ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale” di cui parla la Procura di Siena (ma forse è proprio questo argomento che non va portato alla luce, visto il ruolo di protagonista assoluto di un solo partito). E magari sarebbe anche venuta a galla la verità sulla generalizzata incauta erogazione del credito a partire dall’esposizione verso la Sorgenia di De Benedetti che ha 1,8 mld di debiti verso una quindicina di banche ma di cui verso il solo Monte 0,6mld, ossia un terzo del totale! Niente di tutto ciò! Profumo tra il 2012 e il 2013 ottiene la modifica degli statuti della banca e della fondazione per concentrare più potere nelle sue mani (il padrone della banca, la Fondazione, che acconsente che siano limitati i propri poteri sulla sua proprietà!). Il Pd, non solo nella Fondazione, ma anche in Consiglio comunale appare ormai sdraiato a zerbino davanti a Profumo.
E’ così che il gruppo bancario Monte dei Paschi sta passando in mano alla multinazionale finanza nera, quella anonima e incontrollabile del tipo che ha creato la grande crisi mondiale. La stessa Mansi, presidente della Fondazione, ha venduto il 6,5% a due finanziarie sud-americane restando col solo 2,5% (ha stretto un patto di sindacato con le due acquirenti che vale il 9% del capitale del Monte). Intanto la Blackrock, altro inquietante mostro della finanza USA, ha acquistato quasi il 6% del capitale, poi ridotto in questi giorni a poco più del 3%. Ora c’è il maxi aumento di capitale di 5 mld. C’è da pensare che Profumo percorra la stessa strada e che abbia già i necessari contatti con potenti finanziarie incontrollabili che con quei 5 mld avranno il 62,5% del capitale del Monte: padroni assoluti. EProfumo, per conto loro, padrone assoluto.
Amici azionisti, non solo il vostro potere nella Banca sarà ridotto a livelli irrisori, come il valore del vostro investimento, ma anche quello dei vostri dividendi se e quando la Banca tornasse in profitto. Di più: sarete in balìa del più pericoloso dei poteri, quello della grande finanza amorale del mordi e fuggi: tutta l’attività della banca, come è già successo con Mussari, sarà orientata non al rafforzamento aziendale, ma solo al soddisfacimento dei loro bisogni. Farete la fine dei vasi coccio in un mare in tempesta di vasi di ferro.
Bocciate il bilancio 2013 e con esso tutto il CdA del Monte. Fermate la peste rossa.
Beppe Grillo

Scie chimiche: è ufficiale

SCIE CHIMICHE: l'altra campana Fonte: http://www.ilmeteo.it/portale/scie-chimiche-laltra-campana

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Articolo del 12/04/2014


Per dovere di cronaca oltre alla tesi complottistica delle scie chimiche ci sono parecchie persone e tra queste i maggiori scienziati del clima, meteorologi, piloti di linea italiani ed esteri e controllori di volo che non condividono per nulla questa fantomatica tesi. Il web è pieno di articoli, blog e quant'altro che gridano alla bufala della teoria, questo è il link al quale potrete attingere qualche informazione in più ( http://attivissimo.blogspot.it/2007/02/scie-chimiche.html ) oppure potete leggere anche l'articolo messo online dalla Stampa ( http://www.lastampa.it/2013/09/16/scienza/ambiente/inchiesta/le-scie-chimiche-la-leggenda-di-una-bufala-gO2V1NvGC3pVLliU3b4NBM/pagina.html ) o il nostro articolo inserito nel 2008 (  http://www.ilmeteo.it/portale/editoriale-meteo-scie-chimiche-chemtrails )  . Tra l'altro il complotto nasce, così si dice, da due esperti truffatori che hanno ingigantito una notizia diramata dagli USA e che riguardava l'inseminazione delle nuvole ( cloud-seeding ), ossia il cospargere le nubi di particelle di ioduro d'argento per favorire, a livello locale, le precipitazioni. Gli esperti truffatori hanno ingigantito ed ampliato la notizia che ben presto ha spopolato in internet! Complotto o bufala? Sta a noi decidere da che parte stare. 


Imperialismo veneto e partita doppia all'italiana dietro la Peste Nera?

Fonte: http://www.movisol.org/08news290.htm
Come Venezia orchestrò il più grande disastro finanziario della storia


27 novembre 2008 (MoviSol) - Ripubblichiamo un articolo del nostro collaboratore Paul B. Gallagher, tradotto sul nostro bollettino "Solidarietà"del lontano febbraio 1996, con cui egli espose un quadro inconsueto degli avvenimenti riguardanti il disastro finanziario che portò alla Peste Nera, nella metà del Trecento. "La gravità del crac finanziario che si prospetta oggi", scrivemmo allora, "non trova precedenti nella storia" più recente.
Le citazioni dei cronisti italiani furono riprese dal testo inglese e pertanto potrebbero corrispondere all’originale solo nel significato.

LA PESTE NERA CHE DECIMÒ LA POPOLAZIONE EUROPEA alla metà del XIV secolo fu causata dal più grande tracollo finanziario della storia. Al paragone, la Grande Depressione degli anni Trenta di questo secolo fu un episodio transitorio e di scarse conseguenze.
Allora, con il tracollo delle grandi case bancarie fiorentine dei Bardi e Peruzzi, avvenuto nel 1345, si verificò una vera e propria disintegrazione finanziaria. Oggi, seicentocinquant’anni più tardi, il rischio è quello di una riedizione dello stesso fenomeno in cui, come si legge sulle cronache dell’epoca, “tutto il credito scomparve nello stesso momento”.
Oggi a prevedere questo rischio è Lyndon LaRouche, l’economista americano la cui analisi sull’inevitabilità del crac è stata pubblicata daSolidarietà nel luglio 1995.
Già nel corso del 1995 abbiamo avuto le prime avvisaglie di questa disintegrazione, con le clamorose bancarotte del Messico, della contea di Orange nella California e quelle di grandi e prestigiose merchant bank inglesi. Oggi, come nel Trecento, queste bancarotte sono la conseguenza di “bolle finanziarie” speculative che crescono paralizzando produzione e commercio, cioè l’economia reale.
La differenza fondamentale tra il 1345 ed il 1996 è che allora non esistevano gli stati nazionali. Non c’era un governo potenzialmente in grado di sottoporre il sistema bancario ad una radicale riorganizzazione, salvaguardando al tempo stesso la produzione reale con nuove, esclusive emissioni di credito, mentre questo sarebbe oggi possibile qualora si riuscisse ad esercitare pienamente la sovranità nazionale. Allora questa via di scampo non esisteva e di conseguenza la popolazione finì per essere decimata. Si calcola che nel periodo che va tra il 1300 ed il 1450 la popolazione europea si ridusse del 35-50%, mentre quella mondiale si ridusse del 25%.
Gli storici sono soliti attribuire questo immane disastro causato dalle banche e dal loro sistema finanziario ad un capro espiatorio, Edoardo III re d’Inghilterra. Edoardo si ribellò al sistema finanziario con il quale i banchieri fiorentini stavano conquistando il controllo sul suo paese e, a partire dal 1342, sospese i pagamenti ai Bardi ed ai Peruzzi. Il bilancio nazionale di re Edoardo era un’inezia rispetto a quello delle due grandi casate bancarie fiorentine; era solo una modesta colonna nei loro libri contabili. A Firenze si può ancora leggere nei documenti bancari dell’epoca, che parlavano di lui con scherno, di un certo “Messer Edoardo”: saremo fortunati se riusciremo a recuperare almeno una parte del suo debito, dice un documento del 1339.
Gli storici di rito liberista dicono che i banchieri fiorentini fecero allora tanto di quel bene semplicemente badando ai fatti propri. Seguendo la propria ingordigia di denaro, costruendo i monopoli finanziari delle proprie casate, essi svilupparono il commercio e dettero vita all’industria capitalistica in pacifica concorrenza con altri mercanti, per poi espiare i peccatucci dell’usura con generose elemosine agli istituti ecclesiasitici. Ma, continua il mito, in questo paradiso terrestre c’era il serpente, c’erano i re – si capisce, nel loro ruolo centralizzatore quei despoti erano gli antesignani del moderno stato nazionale. Spendaccioni impenitenti, con le loro guerre dispendiosissime e le loro corti festaiole, i monarchi finivano invariabilmente nell’inadempienza, non onoravano quei crediti che i poveri banchieri concedevano loro per quel misto di riverenza e timore che incutono le teste coronate. Fu così che il capitalismo, l’impresa privata allora emergente, finì nella rovina del XIV secolo e che, si concede, questo fu tra i fattori scatenanti della Peste Nera, coi suoi trenta milioni di morti. Il morale della favola liberista è che occorre evitare di avere tra i piedi un’autorità centralizzata perché essa è solo capace di indebitarsi per finanziare le su manie espansionistiche, finendo poi sempre per farsi beffe dei suoi laboriosi creditori.
La storia
Recentemente sono stati pubblicati almeno due libri dai quali si desume che il mito fa acqua da tutte le parti. Nel «The Medioeval Super-Companies: A Study of the Peruzzi Company of Florence» (London, Cambridge University Press), pubblicato nel 1994, Edwin Hunt dimostra che la grande casa bancaria lavorava in perdita, al punto di rischiare la bancarotta, già dalla fine degli anni Trenta, cioè prima dei crediti al re Edoardo, e che questo era il risultato della politica creditizia seguita nell’agricoltura e nel commercio. “Le compagnie bancarie principali riuscirono a sopravvivere oltre il 1340 soltanto perché non si diffondevano le notizie sulla gravità delle loro posizioni”, e basta cambiare la data perché questa frase di Hunt calzi perfettamente alla realtà bancaria del 1996.
Dopo aver riesaminato da cima a fondo tutta la corrispondenza e i libri mastri dei Bardi e dei Peruzzi, Hunt asserisce che le “condizioni” dei prestiti delle due banche fiorentine a re Edoardo erano talmente brutali, (il sequestro delle entrate della corona), che in realtà il debito che Edoardo finì per ripudiare si era ridotto a 15 o 20 mila sterline. Fa piacere la franchezza di Hunt, perché lui è dipendente di una grande banca internazionale e sa benissimo come il sistema delle “condizioni” oggi sia cambiato ben poco nella sostanza: di certo saprà che il vero debito dei paesi del Terzo Mondo è una percentuale minima di quello che il Fondo Monetario Internazionale ha imposto loro con vari stratagemmi. Bardi, Peruzzi ed Acciaiuoli prestarono a Edoardo II ed Edoardo III molto meno di quanto hanno promesso – ma gli storici di rito liberista, a comunciare dal banchiere e cronista dell’epoca Giovanni Villani, hanno scrupolosamente computato le vaghe promesse nel debito principale.
Persino accettando la stima massima del debito che i banchieri fiorentini non poterono riscuotere da re Edoardo, questa sarebbe comunque del 35% inferiore al credito che essi vantavano nei confronti del governo della loro città, e che Firenze stessa non riuscì allora a pagare.
Per capire la dimensione di questa realtà è estremamente utile il libro di Frederick C. Lane, «Money and Banking in Medioeval and Renaissance Venice» (Baltimore 1985, John Hopkins University Press) perché dimostra che in realtà era la finanza veneziana a controllare la “bolla speculativa” della finanza mondiale, tra il 1275 ed il 1350, bolla che Venezia fece esplodere nel periodo successivo al 1340. Invece della mitica coesistenza in regime di libero mercato, la realtà è che gli oligarchi veneziani mandarono in bancarotta i colleghi fiorentini, e le conseguenze furono pagate dalle economie dell’Europa e del Mediterraneo. Mentre Firenze ricopriva un ruolo analogo a quello oggi ricoperto da “New York”, con la sua Wall Street delle grandi banche, Venezia era “Londra”, cioè tirava le fila di banchieri, sovrani, papi e imperatori attraverso una rete finanziaria molto sottile e un dominio completo del mercato della moneta e del credito.
Giambattista Tiepolo: "Nettuno offre a Venezia i tesori del mare", Palazzo Ducale di Venezia.
Fonte dell'immagine: www.zerodelta.net
Lo storico francese Fernand Braudel spiega («Civiltà e capitalismo, dal XV al XVIII secolo») che Venezia, alla testa dei banchieri fiorentini, genovesi e senesi, fu impegnata dall’inizio del XIII secolo a distruggere le premesse su cui edificare uno stato nazionale, le cui basi erano state gettate da Federico II Hohenstaufen. L’opera dell’imperatore svevo si inserisce nella linea di sviluppo che parte dalle riforme carolingie dell’istruzione, dell’agricoltura, delle infrastrutture commerciali e dell’arte dello stato e passerà per il «De Monarchia» di Dante Alighieri.
“Venezia aveva deliberatamente imbrigliato tutte le economie circostanti, compresa quella tedesca, al proprio tornaconto; ne traeva il suo reddito impedendo loro di agire liberamente... Il XIV secolo registrò la creazione di un monopolio così potente a vantaggio delle città stato italiane... che gli embrioni degli stati territoriali come Inghilterra, Francia e Spagna necessariamente ne soffrirono le conseguenze”. A questo si aggiunga l’intervento di Venezia per impedire che Alfonso il Saggio succedesse a Federico II sul trono imperiale.
Il “trionfo del liberismo” e il soffocamento sul nascere degli stati nazionali definisce il contesto della catastrofe del XIV secolo. Solo un secolo più tardi, quando il Rinascimento dette vita agli stati nazionali, prima quello di Luigi XI in Francia, poi in Inghilterra e Spagna, la popolazione europea riuscirà a sottrarsi alla barbarie e all’involuzione demografica.
Demografia: il metro fondamentale
La devastazione causata dai mercanti banchieri veneziani e dai loro “succubi alleati” nella seconda metà del Trecento è illustrata nella Figura 1. In Europa, Cina ed India (complessivamente tre quarti della popolazione mondiale) fu invertita la tendenza demografica positiva che si protraeva da 4-6 secoli. Fame, peste bubbonica e polmonare, altre malattie epidemiche e guerre fecero scomparire dalla terra 100 milioni di esseri umani. Si stima che le orde mongoliche sterminarono tra i 5 ed i 10 milioni di persone. Il fenomeno non cominciò con il crac del 1340, ma esso rappresentò la svolta decisiva.
Come è possibile che la finanza liberistica, senza un governo che ne avesse il controllo, abbia condotto al tracollo tutte le economie del continente eurasiatico? Come hanno potuto poche banche in un angolo d’Europa mettere in moto una catastrofe del genere?
Come si sviluppa un cancro
Tra XI e XIII secolo si verificò un notevole sviluppo della popolazione, in Europa ma ancora di più in Cina. Durante i due secoli del Rinascimento neo-confuciano della dinastia S’ung la popolazione cinese raddoppiò, raggiunse i 120 milioni; anche nelle regioni settentrionali della Francia e dell’Italia la densità demografica si avvicinava ai livelli del XVIII secolo. Le nuove tecniche per estendere la superficie coltivata furono senz’altro le più importanti tra le innovazioni che permisero una crescita continua della popolazione per sette secoli fino al 1300, ripopolando l’Europa devastata dal crollo dell’Impero Romano.
Ma già all’inizio del XIV secolo si registrano in Europa le prime interruzioni di un aumento continuo sia dei raccolti che della popolazione, mentre in Cina vedremo che imperversava già una vera e propria devastazione. Grandi carestie si registrano negli anni 1314-1317, 1328-1329 e 1338-1339.
Le regioni agricole più produttive nel nord della Francia e dell’Italia registrano flessioni demografiche a partire dal 1290, mentre nelle città si registra una stagnazione(l’unica eccezione fu Milano, dove i Visconti, nemici di Venezia e protettori del Petrarca, seguivano con determinazione la politica delle infrastrutture, tra cui anche grandi opere idrauliche e tremila posti letto d’ospedale in una città di 150 mila abitanti).
Verso il 1310 la produzione dei panni di lana inglesi cominciò a diminuire. La lana inglese e spagnola era la base dell’industria tessile europea, dove solo allora cominciava ad affacciarsi anche il cotone. Scrive Hunt: “In Inghilterra, dal regno di Edoardo I (1291-1310) ma soprattutto sotto Edoardo III, i Bardi e i Peruzzi avevano praticamente stabilito un monopolio nella raccolta tra i produttori e l’esportazione della lana”.
A partire dal 1150 le famose Fiere di Champagne furono al centro degli scambi commerciali di prodotti tessili, di manufatti di metallo e di legno, attrezzi agricoli, e derrate alimentari per tutta l’Europa. Nella regione di Champagne, attorno Parigi, le fiere si tenevano tutto l’anno in sei cittadine diverse. I mercanti potevano contare su un profitto annuo del 3-4 per cento sia trattando in contante che in merci. I banchieri veneziani e fiorentini si riversarono sul luogo per aprire banche, elargire grandi crediti e vendere beni di lusso orientali. In breve furono i padroni delle piazze. Nel 1310 un banchiere lucchese poteva vantarsi di essere in grado di raccogliere crediti per 200 mila lire tornesi in un batter d’occhio alla fiera di Troyes; come conseguenza, il volume degli scambi di prodotti fisici reali in quelle fiere cominciò subito a diminuire. Nei libri del periodo successivo, analizzati da Hunt, risulta che dopo il 1335 i banchieri fiorentini contavano su di un profitto annuo dell’8-10 per cento. I veneziani contavano su profitti ancora maggiori, come vedremo più avanti. “Alla fine del XIII secolo, un rallentamento del commercio colpì innanzitutto le merci, mentre le operazioni di credito si protrassero ancora, ma le fiere entrarono in una fase di grave declino”, ha scritto Braudel.
L’inizio della Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra, nel 1339, comportò il boicottaggio dell’industria tessile delle Fiandre, la più grande d’Europa, che restò senza lana e fu ridotta a l’ombra di se stessa.
A partire dal 1320 iniziarono le grandi manovre finanziarie: si verificarono “enormi fughe di argento oltremare che sconvolsero l’equilibrio dell’Europa a metà del XIV secolo”, dice Braudel. Come si sa Venezia era la porta principale se non unica dell’oriente. L’argento europeo esportato da Venezia in oriente tra il 1325 ed il 1350 equivaleva “forse al 25% di tutto l’argento coniato in Europa”. L’argento era usato per la circolazione monetaria nelle regioni del Sacro Romano Impero ed in Inghilterra dall’epoca di Carlo Magno.
La manovra monetaria veneziana “creò problemi cronici della bilancia dei pagamenti fino in Inghilterra e nelle Fiandre”; nel commercio divenne sempre più difficile pagare. La Francia “fu svuotata di monete d’argento”. Il sovrintendente della zecca di re Filippo calcolò che almeno 100 tonnellate di argento erano state esportate “nella terra dei saraceni”, i migliori partner commerciali di Venezia.
La produzione dei beni più importanti fu gravemente danneggiata, con grave danno al commercio ed alla circolazione monetaria, molti anni prima del crac del 1340, dai banchieri che evidentemente imponevano tassi d’interesse da usura. “Le super-compagnie fiorentine operavano in maniera molto simile alle grandi compagnie dei cereali di oggi, come la Cargill e la Archer-Daniels Midland” scrive Hunt.
“Utilizzavano i prestiti ai monarchi per assicurarsi il dominio su certe merci vitali, specialmente il grano e successivamente la lana ed il panno”. La loro rapacità finì col ridurre progressivamente la produzione di quelle merci. Sebbene il ruolo dei banchieri fiorentini nel tracollo del Trecento sia una materia meritevole di studi ed approfondimenti, occorre però sottolineare che rappresenta solo una parte della verità e che occorre prima inserire le loro operazioni in un contesto ben più ampio. I banchieri fiorentini in realtà operavano su una scala internazionale limitata all’Europa occidentale, mentre l’impero marittimo, finanziario e commerciale veneziano si estendeva su tutta la massa continentale eurasiatico-africana, e basta questo per capire che furono i vertici veneziani a mettere in moto il disastro del XIV secolo. I banchieri fiorentini coinvolti nel crac finanziario erano solo degli squali che nuotavano nel “Mare Nostrum” dei veneziani. All’orrore della Peste Nera in Europa corrisposero tragedie ancora peggiori in Cina e nel mondo islamico, finiti sotto la dominazione mongola tra il 1250 ed il 1400. Nella cronaca di Ibn Khaldun si legge che: “La civiltà sia in oriente che in occidente è stata visitata dalla piaga distruttiva che ha devastato le nazioni, ha portato la popolazione alla scomparsa... La civiltà è svanita con lo svanire dell’umanità”.
Venezia fungeva allora da centro bancario, da mercato degli schiavi e da centrale di spionaggio per conto dei Khan mongoli.
I guelfi neri
Le case bancarie dei Bardi, Peruzzi ed Acciaiuoli, insieme ad altre grandi banche fiorentine e senesi, furono tutte fondate intorno al 1250. Nell’ultimo decennio di quel secolo le loro dimensioni e la loro rapacità crebbero enormemente e si riorganizzarono facendo largo a nuovi soci, le famiglie dell’aristocrazia terriera, soprattutto quella settentrionale, che si era da sempre ferocemente battuta contro ogni forma di governo centrale, che sotto la coordinazione ed il finanziamento di Venezia avevano combattuto sia il Barbarossa che Federico II sotto il vessillo delle “libertà comunali”.
All’inizio del XIV secolo Venezia coordinava questi Guelfi Neri, gli stessi che avevano osteggiato il disegno politico di Dante Alighieri, il quale, se morì davvero di malaria, di ritorno da una ambasciata a Venezia, fu perché si vide costretto ad un disperato viaggio tra le paludi dopo aver subodorato un agguato sulla nave della Serenissima che lo avrebbe dovuto ricondurre a Ravenna. Contro l’influenza del «De Monarchia» Venezia mise in campo un gruppo di politologhi che decantavano quello veneziano come il modello di governo ideale: da Bartolomeo da Lucca a Enrico Paolino da Venezia e soprattutto Marsilio da Padova. Costoro, così come i massimi ideologhi della Serenissima repubblica, esplicitamente fondarono le loro teorie dello stato sulla «Politica» di Aristotele.
Nel giro di poco tempo queste forze politiche trasformarono le banche toscane, moltiplicandone due o tre volte le dimensioni e le attività. Machiavelli racconta come nel 1308 i Guelfi Neri controllavano tutta l’Italia settentrionale, con l’eccezione di Milano. La capitale lombarda era rimasta fedele all’impero dopo che i Visconti avevano frustrato le mire dell’arciguelfa famiglia bergamasca dei Torre e Tasso di insignorirsi della città. E per questo motivo Milano fu la più fiorente città italiana del quattordicesimo secolo.
La Parte Guelfa si proclamava il partito del papato ma chiaramente esercitava pressioni incredibili sui pontefici affinché l’usura non fosse più considerata un peccato mortale ma solo veniale. In questo contesto è interessante il parallelo tra la nascita delle case bancarie nel periodo successivo alla fine di Federico II e il proliferare di eresie delle diverse religioni, soprattutto quella catara, più congeniali alla pratica dell’usura che è altrimenti espressamente vietata dalle tre religioni monoteiste. Le sovrapposizioni tra i due fenomeni, usura ed eresia, sono evidenti, anche senza uno studio approfondito, nel caso della roccaforte catara di Caorse, nel meridione della Francia, da cui prendevano il nome i banchieri usurai caorsini.
Lo storico Lane nota come i veneziani non tenessero in alcun conto le ingiunzioni papali contro l’usura, contro il commercio degli schiavi e contro il commercio con gli infedeli, i Selgiucidi ed i Mamelucchi di Egitto e Siria.
Un secolo prima, grazie soprattutto al doge Sebastiano Ziani, Venezia era riuscita a seminare zizzania tra Federico Barbarossa ed il Papa, aveva sostenuto con finanziamenti e uomini la guerra dei comuni contro l’imperatore, ma aveva aiutato anche quest’ultimo (in imprese militari che erano nell’interesse di Venezia) e alla fine riuscì ad essere il centro della mediazione, della composizione dei conflitti nel periodo che va dal 1177 (Pace di Venezia) al 1183 (Pace di Costanza).
Il Doge costrinse Federico Barbarossa a rinunciare alla sovranità monetaria in Italia, ritirando la coniazione argentea del Sacro Romano Impero, e permettendo alle città di battere una moneta propria.
Nel secolo che seguì la Pace di Costanza, Venezia riuscì a stabilire un vero e proprio monopolio sulla circolazione di oro ed argento, moneta e lingotti, sia in Europa che in Asia.
Nel documentare il fenomeno, Frederick Lane spiega come Venezia eliminò dalla circolazione la moneta imperiale per sostituirla con la propria. Lo stesso fece nell’impero bizantino, ed inifine riuscì ad eliminare dalla circolazione anche il fiorino d’oro di Firenze nei primi decenni del XIV secolo, e quando esplose, il crac del 1340 coinvolse tutti meno che i veneziani.
I banchieri fiorentini non elargivano prestiti ai monarchi aspettando poi la restituzione dei soldi con gli interessi. In effetti gli interessi non potevano essere neanche menzionati nei contratti, perché sarebbero stati considerati usura e quindi un peccato mortale, un crimine.
L’espediente a cui si ricorreva è ancora oggi usato dal Fondo Monetario Internazionale: per concedere il prestito i banchieri esigevano delle “condizioni”. La prima era quella di impegnare direttamente le entrate delle casse reali, cioè “privatizzare” le entrate dello stato; significava di fatto che i sovrani rinunciavano alla sovranità sulle proprie economie.
Dato che nell’Europa del XIV secolo le merci più importanti (gli alimentari, la lana ed i tessuti, le ferramenta, il sale) venivano esclusivamente prodotte in un sistema di licenze e di tassazione reali, il controllo che le banche esercitavano sulle entrate della corona finì dapprima per instaurare il monopolio privato della produzione di quei beni ed in un secondo momento condusse alla “privatizzazione” e al controllo delle funzioni stesse del governo.
Nel 1325, ad esempio, i Peruzzi possedevano tutti i diritti sulle entrate del Regno di Napoli, controllavano l’esercito del regno, riscuotevano tasse e gabelle, nominavano funzionari e soprattutto vendevano tutto il grano del regno di re Roberto. Poi, per stabilire un migliore monopolio costrinsero re Roberto a fare la guerra per conquistare la Sicilia, che allora era sotto la Spagna e alleata quindi del Sacro Romano Impero. Le devastazioni della guerra ridussero la produzione del grano in Sicilia rafforzando il monopolio cerealicolo dei Peruzzi.
In quello stesso periodo i banchieri fiorentini portarono avanti una simila politica di “privatizzazioni” anche rel regno di Ungheria, i cui sovrani erano parenti di re Roberto d’Angiò.
In Francia i Peruzzi erano creditori dei banchieri del re Filippo IV, i famosi “Biche e Muche” (Albizzo e Mosciatto Guidi, o i Franzezi). I Bardi ed i Peruzzi, che mantenevano solitamente un rapporto di 3 a 2 tra investimento e profitto, “privatizzarono” in Inghilterra le entrate di Edoardo II e Edoardo III, pagavano il bilancio del re e monopolizzarono la vendita della lana inglese. Invece di pagare gli interessi sui prestiti, perché la cosa sarebbe stata riconosciuta come “usura”, il re elargiva loro dei “doni” o “compensazioni” per i sacrifici che loro si accollavano per pagare il suo bilancio; i doni erano un buono extra, oltre alla concessione delle entrate della corona. Quando re Edoardo decise di proibire ai mercanti italiani di esportare i propri profitti dall’Inghilterra, questi decisero di acquistare enormi quantitativi di lana che stiparono nei monasteri dei Cavalieri ospedalieri, che a loro volta erano loro debitori, alleati politici e soci nel monopolio della lana. I rappresentanti dei Bardi convinsero poi Edoardo III a boicottare l’industria tessile delle Fiandre per distruggerla, perché era l’unico modo per continuare a spingere in alto il prezzo della lana ed aumentare quindi le entrate della corona che essi ormai usavano per coprire il suo debito. Intorno al 1325, i banchieri genovesi facevano altrettanto alla corte di Castiglia, che era l’altra grande fornitrice di lana in Europa.
Nei primi cinque anni della Guerra dei Cent’anni, a partire dal 1339, i banchieri fiorentini imposero all’Inghilterra un cambio del fiorino superiore del 15% rispetto alla moneta inglese. Quando il re s’accorse di perdere il 15% sul suo monopolio della lana decise di battere un proprio fiorino inglese, ma i fiorentini riuscirono a fare in modo che la nuova moneta fosse generalmente respinta. In tal modo i Bardi ed i Peruzzi provocarono la famosa insolvenza di re Edoardo.
Anche il banchiere e cronista Giovanni Villani nel narrare come l’insolvenza provocò il tracollo finanziario, riconosce che il debito che Edoardo doveva ai Bardi e Peruzzi comprendeva in realtà crediti che egli aveva già ripagato, proprio come accade oggi ai paesi del Terzo Mondo debitori del FMI: “I Bardi vantavano un credito nei suoi confronti superiore alle 180 mila marche sterline. Ed i Peruzzi più di 135 mila marche sterline, che... insieme fanno un totale di 1.350.000 fiorini d’oro – ovvero il valore di un regno. Questa somma comprende numerose provvigioni che il re fece loro in passato...”
Ancora maggiore era il flusso delle rendite raccolte dal papato, lasciti e decime, durante la Cattività Avignonese. Sotto Giovanni XXII, tra il 1316 ed il 1336, le rendite papali raggiunsero i 250 mila fiorini d’oro annui. Il grosso di queste rendite proveniva dalle decime raccolte in Francia dalle banche veneziane, mentre nel resto d’Europa, con eccezione della Germania, le decime erano raccolte dagli agenti dei Bardi. Per la raccolta ed il trasferimento le banche applicavano delle generose trattenute. “Solo esse, [le banche alleate a Venezia] disponevano di contanti di riserva ad Avignone [dove allora risiedeva la corte papale] ed in Italia per finanziare il bilancio pontificio. Riscuotevano e trasferivano le rendite e concedevano anticipi ai papi”. Venezia controllava gran parte delle casse pontificie, una posizione dalla quale era facile promuovere le continue ostilità tra i papi e gli imperatori.
Il sistema degli affitti perpetui
In Italia i banchieri seguivano un’aggressiva politica di prestare non solo ai mercanti ma anche ai contadini ed ai proprietari terrieri, spesso mirando ad imposssessarsi delle loro proprietà fondiarie. Lo storico Raymond de Roover dimostra come i sistemi per mezzo dei quali i banchieri del XIV secolo evitavano di esercitare apertamente l’usura fossero di gran lunga più criminali dell’usura stessa.
Le città italiane furono costrette a cedere grossa parte delle loro entrate fiscali, le gabelle, direttamente alle banche creditrici. A partire dal 1315 furono abolite le tasse sul reddito nelle città (gli estimi), per aumentarle invece nelle zone agricole circostanti. Così i banchieri, i mercanti e l’aristocrazia guelfa invece di pagare le tasse potevano estendere i loro crediti (le prestanze) ai comuni ed alle città. In Firenze nel 1342 gli interessi effettivi avevano raggiunto il 15% su un debito di 1.800.000 fiorini d’oro. Nessun prelato denunciò la pratica di quest’usura e i proventi delle gabelle furono impegnati anticipatamente per sei anni ai creditori. Il duca d’Atene, Walter di Brienne, che per un breve periodo fu signore di Firenze, cancellò tutti gli impegni verso i banchieri, cioè dichiarò un’insolvenza come quella di Edoardo III.
Un’idea delle conseguenze della politica economica dei Guelfi Neri si desume dalla storia demografica del contado di Pistoia, la cui densità demografica, che intorno al 1250 aveva raggiunto le 60-65 persone per chilometro quadrato, si ridusse a 50 nel 1340 e piombò a 25 persone per chilometro quadrato nel 1400, come conseguenza di cinque anni di Morte Nera. Le grandi carestie del 1314-1317, del 1328-1329 e del 1338-1339 non furono affatto “disastri naturali”.
Alcune case bancarie toscane, gli Asti di Siena i Franzezi e gli Scali, erano già fallite dopo il 1320. I Peruzzi, gli Acciaiuoli ed i Buonaccorsi operavano in perdita, dirigendosi verso la bancarotta come conseguenza del crollo della produzione dei beni primari di cui avevano ottenuto il monopolio ma che veniva divorata dal meccanismo canceroso della speculazione finanziaria. Gli Acciaiuoli ed i Buonacorsi, che prima della cattività avignonese erano stati i banchieri dei papi, finirono in bancarotta nel 1342 a seguito dell’insolvenza di Firenze e delle prime morosità di Edoardo III. Peruzzi e Bardi, che all’epoca erano le più grandi banche del mondo, crollarono nel 1345, innescando il caos nei mercati finanziari del Mediterraneo e dell’Europa, con l’eccezione della sfera della Lega Anseatica, le città del nord della Germania che non avevano mai ammesso i banchieri italiani ad operare nei loro mercati.
Un’epidemia mortale cominciò a diffondersi nel 1340; non era ancora la peste bubbonica ma falcidiò il 10% degli abitanti della Francia settentrionale e 15 mila dei quasi 100.000 mila abitanti di Firenze. Nel 1347 si diffuse in Europa la Morte Nera, la peste bubbonica e pneumonica, proveniente dalla Cina dove aveva già sterminato 10 milioni di abitanti.
Venezia, la zecca mondiale
“Venezia costituì il più grande successo commerciale del Medio Evo – una città senza industrie, con la sola eccezione delle costruzioni navali militari, giunse a dominare il mondo mediterraneo e controllare un impero semplicemente attraverso le imprese commerciali. Nel XIV secolo giunse al periodo di successo e potenza massimi”, scrive Braudel.
Frederick Lane aggiunge: “I patrizi veneziani si curavano meno dei profitti provenienti dalle industrie rispetto a quelli derivanti dal commercio tra regioni in cui vigevano valutazioni diverse dell’oro e dell’argento”.
Tra il 1250 ed il 1350 i finanzieri veneziani misero in piedi una struttura di speculazione mondiale sulle monete e sui metalli preziosi che richiama per certi aspetti l’immensa speculazione odierna degli “strumenti derivati”. Le dimensioni di questo fenomeno erano tali da contenere e condizionare la più modesta speculazione sul debito, sulle merci e sul commercio delle casate bancarie fiorentine. I veneziani stabilirono il loro controllo monopolistico sull’emissione e sulla circolazione della moneta dei monarchi dell’epoca.
Le banche veneziane potevano apparire ingannevolmente trascurabili rispetto a quelle fiorentine, ma in realtà disponevano di maggiori risorse. Il vantaggio stava nel fatto che l’impero veneziano agiva come un organismo unico, perseguendo i propri interessi con mezzi non solo bancari, ma anche commerciali, diplomatici e spionistici. In questo periodo, il commercio veneziano su lunga distanza avveniva attraverso le “mude di stato”, convogli navali ben scortati, dove tutto era deciso dagli organi dello stato, e dove ai mercanti veniva concessa facoltà di appalto. Lo stato centralizzava inoltre le attività di diverse zecche ed i traffici in metalli preziosi.
Federick Lane presenta una documentazione secondo la quale non più tardi del 1310 questo dei preziosi e della moneta era l’interesse principale dei traffici veneziani. Dietro agli speculatori c’erano naturalmente le grandi garanzie di consorzi finanziari e protezioni politiche, come avviene oggi con individui alla George Soros, le cui fortune immense sembrano spuntare improvvisamente dal nulla.
Ogni anno partiva da Venezia la “muda dei lingotti” composta da venti-trenta galere, armate e scortate senza badare a spese, che navigava alla volta del Mediterraneo Orientale oppure dell’Egitto. Cariche principalmente di argento, le navi facevano ritorno a Venezia cariche di oro sotto ogni forma, monete di tutti i tipi, lingotti, barre, lamine ecc. I profitti di questo commercio erano di gran lunga superiori a quelli degli usurai in Europa, sebbene i Veneziani non si trattenessero dal fare profitti anche su quel fronte.
Dai documenti pervenutici risulta che i finanzieri veneziani prescrivevano ai propri agenti a bordo delle mude di trarre da questi scambi di argento e oro un profitto minimo dell’ 8% per ogni sei mesi di viaggio, il che significa un profitto annuo minimo del 16% e probabilmente medio del 20%.
Un importante documento che dà un’idea dello spirito “imprenditoriale” veneziano risale al 1423, quando il Doge Tommaso Mocenigo tenne un famoso discorso alla Serenissima Signoria per illustrare l’arricchimento favoloso di Venezia.
Disse che l’esportazione aveva raggiunto i 10 milioni di ducati l’anno, attraverso la flotta commerciale. I profitti delle esportazioni ammontavano a 2 milioni di ducati, altrettanto quelli delle importazioni, per cui si può calcolare un profitto annuo del 40%, considerati i due viaggi annui delle grandi mude. La zecca veneziana coniava ogni anno 1.200.000 ducati d’oro e 800.000 ducati d’argento, di cui 20 mila andavano annualmente in Egitto ed in Siria, 100 mila sul territorio italiano, altri 50 mila oltremare e ancora altri 100 mila in Inghilterra ed altrettanto in Francia. Il vecchio doge concluse affermando che presto i veneziani sarebbero stati “signori de l’oro de christiani”, mentre c’è anche la lezione che recita “signori de l’oro e de christiani”.
Frutto della libera impresa? Certamente no. Questo “successo” criminale è il risultato dell’“usura come religione di stato”. Dalla metà del Duecento l’oro orientale veniva saccheggiato dai Mongoli in Cina, che fino ad allora aveva posseduto l’economia più ricca del mondo, ed in India, oppure veniva estratto nelle miniere del Sudan e del Mali in Africa e venduto ai mercanti veneziani in cambio di argento europeo enormemente sopravvalutato. L’argento proveniva dalla Germania, dalla Boemia e dall’Ungheria, ma veniva sostanzialmente venduto tutto ai veneziani che pagavano in oro.
Coniazioni che non erano veneziane cominciarono a sparire, prima dall’impero bizantino, nel XII secolo, poi nei dominii mongoli ed infine in Europa nel XIV secolo.
I crociati e i mongoli
Le crociate che si protrassero tra il 1099 ed il 1291 ebbero un unico effetto strategico principale: espandere e rafforzare l’impero commerciale di Venezia in Oriente. Venezia era la base per il trasporto navale dei crociati, dava loro crediti ed esigeva in compenso “favori” di natura strategica. Attraverso le crociate Venezia si assicurò il controllo su Tiro, Sidone, Acri e Lajazzo e consolidò incontrastata il dominio economico su Costantinopoli e su tutti i traffici che passavano per i Dardanelli. Queste città erano le teste di ponte costiere delle “vie della seta” che attraversando le regioni del Mar Nero e del Mar Caspio giungevano in Cina ed in India. Nel periodo della dominazione mongola, che va dal 1230 al 1370, queste vie erano una sorta di “vie consolari” battute e mantenute dalla cavalleria mongola.
L’impero dei mongoli è stato il più grande della storia ed il più crudele, riuscendo a sterminare con le guerre e le malattie circa il 15% della popolazione mondiale nel giro di un secolo, distruggendo tutte le grandi e fiorenti città, dalla Cina occidentale all’Irak e dal Nord della Russia all’Ungheria, comprese le città commerciali che facevano concorrenza a Venezia. L’alleanza con i mongoli, insieme al monopolio dell’oro del Sudan e del Mali, conferì ai veneziani il monopolio sulla circolazione monetaria nei decenni che precedettero la disintegrazione finanziaria del XIV secolo.
I Mongoli sostituirono la circolazione aurea nei territori conquistati in Cina ed in India con monete d’argento e cartamoneta. Gli scambi con i veneziani avvenivano a Tabriz e Trebisonda, città commerciali persiane cadute sotto i mongoli, e nella città portuale di Tana nel Mar nero. Qui l’oro veniva scambiato con l’argento proveniente dall’Europa. Complementare al traffico monetario era la tratta degli schiavi. L’argento era sottoforma di sommi veneziani, dei piccoli lingotti che “erano il mezzo comune di scambio in tutti i kanati mongoli e tartari... La richiesta di argento dall’estremo oriente era in continuo aumento”, scrive Lane. “I veneziani erano in grado di spingere al rialzo il prezzo dell’argento sebbene ve ne fossero quantità enormi” che arrivavano a Venezia dall’Europa.
Il sistema di alleanze messo a punto dai veneziani comprendeva non solo i crociati, le città guelfe nere e gli angioini, ma spesso anche il papato, tanto che i Mongoli signori della Persia giunsero ad avanzare ai re ed ai papi europei proposte di crociate congiunte. Grazie al diritto esclusivo di commerciare con i Mamelucchi d’Egitto concessole da Papa Giovanni XXII, Venezia stabilì il suo monopolio sullo scambio di argento sopravvalutato e di schiavi forniti dai mongoli in cambio dell’oro del Sudan e del Malì.
"Derivati"
Alla fine del XIII e XIV secolo, Venezia gestiva tutta la coniazione e gestiva i cambi monetari del più grande impero della storia, quello mongolo, allo scopo di saccheggiare e distruggere le popolazioni sottomesse. Venezia aveva esteso il proprio controllo sul resto del commercio e della coniazione di ciò che restava dell’impero bizantino e dei sultanati mamelucchi nell’Africa Settentrionale. In questo stesso periodo Venezia trasformò la circolazione monetaria in tutto l’oriente, da monete in oro a monete d’argento, e di contro trasformò la circolazione monetaria in Europa e Bisanzio, dove la base monetaria d’argento fu sostituita dalla base aurea.
Mercanti e finanzieri veneziani potevano contare su profitti fino al 40% annui su investimenti a breve (semestrali), e questo su una base economica mondiale dove il profitto reale, ovvero il “surplus” produttivo, nei casi migliori si aggirava tra il 3 ed il 4%. (vedi figura 2). Le operazioni bancarie dei Guelfi Neri, dei banchieri fiorentini, rappresentavano un aspetto, un’articolazione delle manipolazioni finanziarie veneziane, e davano tassi di profitto che pur non raggiungendo i record veneziani, erano abbastanza alti da erodere notevolmente la base produttiva reale, accentuando la depressione.
La speculazione monetaria globale sulle economie europee diretta da Venezia, prima del crac del 1340-1350, rappresentò una speculazione a breve termine in cui restarono intrappolati gli altri banchieri europei e determinò il contesto che causò quel tracollo finanziario.
Dal 1275 al 1325, il rapporto tra i valori medi del prezzo dell’oro e quello dell’argento aumentò in maniera continua, disturbato solo da qualche fluttuazione a breve termine. Dal valore di 8 a 1 si arrivò così al valore di 15 a 1. In questo periodo, facendo leva sul monopolio dell’oro mongolo e africano, Venezia s’impossessò dell’abbondante produzione di argento europea. “Venezia deteneva la posizione centrale nel mercato mondiale dei lingotti ed attirò su Rialto un volume rapidamente crescente di acquisti e vendite stimolate dal continuo cambiamento dei prezzi dei due metalli preziosi” scrive Lane. Dal 1290 fino al terzo decennio del secolo successivo si registrò un rapido aumento dei prezzi dei beni più importanti.
In questo processo di rapida speculazione, Venezia “estese il proprio controllo sulle economie circostanti, compresa quella tedesca”, dove si concentrava la produzione di argento, del ferro e dei suoi manufatti. Negli anni successivi al 1320 i mercanti veneziani non si recavano più in Germania, ma i tedeschi furono costretti ad aprire le loro succursali a Venezia, nel “Fondego de’ Tedeschi”. A Rialto si effettuavano transazioni bancarie senza valuta, si concedevano crediti in conto corrente, si stipulavano contratti di credito, si creava quindi “denaro bancario” su cui speculare. Non si trattò di una raffinata innovazione nel mondo bancario, ma più semplicemente del controllo sulla speculazione mondiale: essi avevano il controllo sulle riserve.
In effetti, le famose “lettere cambiali” dei banchieri fiorentini erano soltanto una forma molto grezza dei “contratti derivati” che si sono diffusi come un cancro nell’economia mondiale sullo scorcio del XX secolo. I banchieri fiorentini imponevano di fatto una tangente a chiunque esercitasse il commercio in quanto, date le numerose monete esistenti che stati e città mettevano in circolazione nella propria giurisdizione, i commercianti erano continuamente costretti ad effettuare cambi presso quelle banche. Questa taglia sul commercio, che passa sotto il nome di “lettera cambiale” (presentata come l’innovazione creativa dell’epoca), diventò poi sempre più gravosa perché doveva coprire anche i rischi derivanti dalle fluttuazioni generate dal monopolio veneziano dei metalli preziosi. La lettera cambiale del XIV secolo costava mediamente un 14% d’interesse, un costo del tutto paragonabile al prestito ad usura.
Venezia costrinse l’Europa a passare al sistema aureo risucchiando tutto l’argento in circolazione. Dal 1300 al 1309 l’Inghilterra acquistò all’estero 90 mila sterline di argento per la coniazione, mentre nel periodo 1330-1339 riuscì ad importarne solo 1000 sterline. “Ma per tutto il decennio 1330-1340 a Venezia non si registrò nessuna scarsità di argento”.
I banchieri fiorentini avevano così ampio spazio per speculare con il loro famoso fiorino d’oro. Ma nel periodo 1325-1345 si registra un capovolgimento della situazione. Il rapporto del prezzo dell’oro su quello dell’argento iniziò rapidamente a diminuire,da 15 a 1 scese a 9 a 1. Quando il prezzo dell’argento cominciò a risalire, dopo il 1330, a Venezia l’offerta di argento era enorme. Nel periodo 1340-1350 “lo scambio internazionale di oro e argento tornò ad intensificarsi notevolmente”, afferma Lane, che documenta inoltre una nuova impennata dei prezzi dei beni.
I banchieri fiorentini adesso si trovarono intrappolati con tutti i loro investimenti denominati in oro, mentre il prezzo del metallo scivolava al ribasso.
Dopo il crollo dell’oro innescato dai veneziani alla fine degli anni Venti, i fiorentini non furono in grado di prendere contromisure fino al 1334, quand’era troppo tardi, il re di Francia aspettò fino al 1337 ed il re d’Inghilterra fino al 1340, come detto all’inizio.
Secondo Lane: “La caduta del prezzo dell’oro, alla quale i veneziani avevano decisamente contribuito con notevoli esportazioni di argento ed importazioni d’oro, ricavandone profitti, andò a discapito dei fiorentini. Invece di essere i leader della finanza internazionale... i fiorentini non erano in una posizione di poter profittare dei cambiamenti verificatisi tra il 1325 ed il 1345 come lo furono invece i veneziani”.
I superprofitti della Serenissima nella speculazione globale continuarono fino ai disastri bancari ed alla disintegrazione del mercato avvenuti tra il 1345-47 ed in seguito.
Nel periodo 1330-1350 la Peste Nera si diffuse nella Cina meridionale sterminando tra i 15 ed i 20 milioni di persone, mentre veniva esaurendosi la furia saccheggiatrice dell’impero mongolo. L’economia monogola si fondava su branchi sterminati di cavalli che rovinarono l’agricoltura di tutto l’immenso dominio dei Khan. Questo flagello ebbe anche l’effetto di costringere i roditori portatori della peste, confinati da secoli in una ristrettissima regione del nord-est della Cina, a migrare verso le regioni meridionali e sulle vie che verso occidente portano al Mar Nero.
Nel 1346 la cavalleria mongola diffuse la peste nelle cittadine della Crimea, sul Mar Nero, da dove i traffici marini la portarono in Sicilia, nel 1347, e da qui si diffuse in tutt’Europa.
La popolazione europea ristagnava sugli stessi livelli da circa quarant’anni, concentrandosi però maggiormente nelle città dove le infrastrutture, soprattutto quelle idriche e e sanitarie, risultavano sempre più carenti e malandate. I famosi ponti di Firenze, ad esempio, furono edificati tutti nel XIII e nessuno nel XIV secolo. La situazione alimentare cominciò a peggiorare con lo scarseggiare dei raccolti. Durante le crociate, la pur limitatissima istruzione classica che si impartiva nei monasteri fu duramente perseguitata dall’ordine cistercense di Bernardo di Chiaravalle che predicava le crociate. Nel 1225 il papato proibì che nei monasteri si istruissero i giovani esterni, gli “oblati”, l’unica forma di istruzione per chi non appartenesse ad una famiglia particolarmente facoltosa.
Dopo il crac finanziario e il diffondersi della peste, la popolazione cominciò a ridursi drasticamente, passando da un livello di circa 90 a circa 60 milioni.
Basta con i metodi veneziani!
Dio permette il male perché combattendolo diventiamo esseri umani migliori, scrisse Gottfried Leibniz, il filosofo e matematico tedesco che nel XVII secolo fondò la scienza dell’economia fisica. Ci sono invece quelli, e sono molti, che con Thomas Malthus oggi pensano che una grande epidemia mortale sia il modo migliore per risolvere il problema di presunte eccedenze demografiche. Tra il 1360 ed il 1370 Matteo Villani scrisse nelle sue cronache che mentre ci si attendeva che dopo la peste vi fosse un’abbondanza di prodotti per i pochi sopravvissuti, in realtà si verificarono nuove carestie ed aumenti disordinati dei prezzi.
I prezzi infatti aumentarono per l’arco di un’intera generazione e, a partire dal 1380, si verificarono una forte deflazione e il crollo dei salari.
Nel 1401 re Martino I d’Aragona espulse i “banchieri italiani” dal suo regno. Nel 1403 Enrico IV impose leggi molto rigide sulle loro attività in Inghilterra. Nel 1409 nelle Fiandre i banchieri genovesi furono sbattuti in prigione. Nel 1410 tutti i mercanti italiani furono espulsi da Parigi. Quando Luigi XI diventò re di Francia nel 1461, regolò gli affari monetari e finanziari del paese sotto la sua sovranità per facilitare la rapida costruzione di città e infrastrutture. Sia nella Francia di Luigi XI che nella contemporanea Inghilterra di Enrico VII “forme di economia nazionale mercantilista si combinavano ad una risoluta ostilità alle tecniche finanziarie italiane”.


   

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