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lunedì 9 febbraio 2015

Equitalia: le lacune che rendono nulla la cartella di pagamento

La pretesa tributaria dev’essere facilmente evincibile dall’atto dell’amministrazione finanziaria.

È nulla la cartella esattoriale notificata da Equitalia al contribuente se in essa non sono facilmente comprensibili le ragioni della pretesa avanzata dal fisco. In buona sostanza, la cartella deve chiarire al destinatario le ragioni per le quali se ne chiede il pagamento.

Lo prescrive lo Statuto del contribuente [1] ed, oggi, anche una sentenza della Cassazione pubblicata questa mattina [2].

Non solo va indicato, quindi, il tributo per il quale si chiede il pagamento (elemento che il contribuente potrà trovare specificato nel dettaglio della cartella esattoriale), ma è necessaria anche la massima chiarezza sui criteri usati per l’applicazione dell’aliquota.

La legge sul procedimento amministrativo [3] specifica che ogni atto della P.A. deve essere motivato. In particolare, la motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione. Se le ragioni dell’atto amministrativo fanno riferimento a un altro atto della P.A. quest’ultimo deve essere indicato e reso disponibile al cittadino.
Ebbene, tale principio viene richiamato dallo Statuto dei contribuenti [1] e, quindi, vale anche per le cartelle di Equitalia.

Tale principio, comunque, è stato mitigato dalla stessa Cassazione, la quale ha distinto due ipotesi:

– se la cartella esattoriale non segue un precedente e specifico atto impositivo già notificato al contribuente, ma costituisce il primo ed unico atto con il quale l’ente impositore esercita la pretesa tributaria, allora essa deve essere motivata alla stregua di un atto propriamente impositivo, e contenere, quindi, gli elementi indispensabili per consentire al contribuente di effettuare il necessario controllo sulla correttezza dell’imposizione [4] (per esempio, se la cartella di pagamento non contiene le informazioni necessarie e sufficienti per consentire al contribuente la verifica dell’applicazione dei criteri di liquidazione dell’imposta indicati da una norma o da una sentenza passata in giudicato, a seguito della quale la cartella stessa sia stata emessa);

– viceversa, se la cartella esattoriale non costituisce il primo e l’unico atto con cui si esercita la pretesa tributaria, ma è stata preceduta dalla notifica di altro atto propriamente impositivo, non può essere annullata per vizio di motivazione, anche qualora non contenga l’indicazione del contenuto essenziale dell’atto presupposto, in quanto già conosciuto ed autonomamente impugnabile dal contribuente [5].

A riguardo, la Suprema Corte [6] ha anche precisato che la cartella con cui l’Amministrazione chieda il pagamento delle impostedichiarate dal contribuente e non versate, non necessita di specifica motivazione [7]: e ciò perché la pretesa tributaria scaturisce dalla pura e semplice obbligazione di pagamento delle imposte, determinate nella dichiarazione del contribuente.
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[1] Art. 7 Statuto del contribuente.
[2] Cass. sent. n. 1952 del 4.02.2015.
[3] Art. 3 L. n. 241/1990.
[4] Cass. sent. n. 28276 del 18.12.2013.
[5] Cass. sent. n. 21177 del 8.10.2014.
[6] Cass. sent. n. 27140 del 16.12.2011.
[7] Non risultando a tale fine applicabile né l’art. 3 l. 7 agosto 1990 n. 241 (il quale prevede siano messi a disposizione del contribuente gli atti di cui egli già non disponga), né l’art. 25 d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602 (che prescrive il contenuto minimo della cartella).

Autore immagine: 123rf com
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