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giovedì 3 settembre 2015

TTIP: 10 cose da sapere sul trattato che ci priverà di ogni controllo democratico


in Contro-informazione — 18 agosto 2015


La globalizzazione si nutre, anche e soprattutto, di trattati internazionali che progressivamente minano le sovranità nazionali degli stati. In nome della libera concorrenza e della libera circolazione delle merci da oltre vent’anni intercorrono tra Europa e Usa progressive deregolamentazioni sul fronte dell’import/export e della concorrenza.

Il Ttip non è altro che l’ultimo tassello che mira a cancellare quel poco che rimane della possibilità per uno stato di pianificare il proprio sviluppo e soprattutto a cancellare la possibilità di un controllo democratico sull’economia, la salute e i servizi pubblici.

In questi dieci punti cerchiamo di spiegare i contorni di un trattato ancora molto fumoso, sia perché le trattative su molti punti chiave sono ancora in corso, sia perché, come vedrete, si sta facendo di tutto per non permettere ai cittadini (ed anche ai loro rappresentanti politici) di entrare a conoscenza dei dettagli dell’accordo.

1. COS’E IL TTIP
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) sarà il nuvo accordo di libero scambio che regolamenterà i commerci tra Europa e Usa. Per dare un’idea della sua importanza, ed anche della complessità, basti sapere che la sua progettazione cominciò nel 1995, quando venne fondato il Transatlantic Business Dialogue (Tabd), poi evolutosi nel Transatlantic Business Council (Tabc). Il Tabc è un gruppo di consulenza del quale Europa e Usa si avvalgono quando devono negoziare accordi commerciali, ed è formato da oltre 70 multinazionali (per l’Italia Eni e Telecom) le quali da anni chiedono che venga approvato il Ttip.
La negoziazione ufficiale del Ttip è cominciata nell’autunno 2013 e la sua entrata in vigore era inizialmente prevista nel 2015, ma al momento siamo ancora alla fase negoziale (a metà luglio si è tenuto il decimo round di consultazioni, come sempre a porte chiuse) ed una volta raggiunto l’accordo definitivo esso dovrà essere ratificato dal Parlamento europeo e da quello statunitense. Quindi ci vorrà ancora almeno un anno.

2. COSA PREVEDE IL TTIP
Per mesi ogni dettaglio è stato avvolto dalla segretezza. Ancora oggi siamo lontani dal conoscerne tutti i dettagli, quello che si può affermare, però, è che in linea di massima il Ttip ha tre macro obiettivi: l’apertura totale di ogni stato membro al mercato delle merci, dei servizi, degli investimenti e degli appalti pubblici con l’eliminazione di ogni dazio doganale; l’abolizione degli ostacoli non tariffari tra Ue e Usa (legati a quantità, standard di qualità, regolamenti e così via); una profonda armonizzazione normativa, che punti ad omologare le diverse norme su sicurezza, alimentazione, ambiente e molto altro. Si tratterebbe sostanzialmente di una spoliazione di ogni diritto da parte degli stati membri a proteggere il proprio sistema produttivo ed a limitare le importazioni di merci che non soddisfino i propri requisiti minimi anche su aspetti come salute, rispetto ambientale e sicurezza per i cittadini.

3. QUELLO CHE INVECE NON CI VIENE RACCONTATO
La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea (come la campagna internazionale Stop Ttip). Per mesi le uniche notizie che abbiamo avuto sono provenute dai “leaks” (messaggi riservati intercettati da giornalisti e associazioni) pubblicati su alcuni giornali. Successivamente le istituzioni europee hanno allentato la morsa ed hanno diffuso alcune notizie sul sito dell’Unione. Tuttavia ogni round negoziale rimane privato, ed anche ai parlamentari europei e ai governi degli stati membri è fortemente limitato l’accesso alle informazioni. Solo da qualche mese l’Ue ha ammesso che ogni eurodeputato avrebbe potuto accedere alla “reading room”, la stanza di sei metri quadri in cui si trovano i documenti classificati del Ttip. Il primo ad avere avuto l’accesso è stato Ernest Urtasun, eurodeputato iscritto al Gruppo dei Verdi, il quale ha dichiarato: “L’esperienza è stata molto negativa, mi hanno tolto la penna, mi hanno tolto la carta dove avrei potuto scrivere e mi hanno rimosso il telefono. Si firma un documento riservato di 14 pagine, il tempo massimo è di due ore e durante quel periodo c’è un funzionario che controlla in modo permanente”. Inoltre pare che alcuni dei documenti, i più riservati, non siano neppure catalogati all’interno dell’archivio.

4. L’INFLUENZA DELLE LOBBY
Se ai rappresentanti dei cittadini viene limitato ogni tipo di accesso ai dati, il paradosso è che invece molte più informazioni paiono essere a disposizione dei grandi gruppi industriali e delle lobbies. I rapresentanti del “Transatlantic Business Council” e dell’altra grande lobby “Transatlantic Policy Network“ sono da alcuni considerati i veri motori dell’accordo. Ne fanno parte tutti i giganti della chimica, delle bio-tecnologie, della farmaceutica, della news economy, oltre che tutte le maggiori banche di Usa e Europa. Ne fa parte anche l’Aspen Institute, che nella sezione italiana è guidato da Giulio Tremonti, del quale fanno parte anche gli ex premier Enrico Letta, Giuliano Amato e Romano Prodi, oltre a industriali come John Elkann ed Emma Marcegaglia.
Ad oggi i negoziatori del Ttip hanno incontrato 289 “portatori di interessi” e hanno avuto con loro, complessivamente 560 fra consultazioni, riunioni a porte chiuse e dibattiti. Il 92% di questi incontri – 520 su 560 – riguardava “business lobbyst”: lobbisti attivi nel settore dell’economia e degli affari. Solo il 4% degli incontri (26 su 560) é stato con gruppi di interesse pubblico. Un altro 4% di incontri é stato con privati e con soggetti tipo amministrazioni pubbliche e istituzioni accademiche. Ovvero, per ogni incontro con i cittadini o con i sindacati ci sono stati 20 incontri con società private o con organizzazioni di tipo imprenditoriale.

5. COSA POTREBBE CAMBIARE CONCRETAMENTE CON IL TTIP
Secondo la Commissione Europea il Ttip comporterà solo grandi progressi economici e nuovi posti di lavoro. “Ogni miliardo di euro di commercio di beni e servizi significa quindicimila posti di lavoro nell’Unione”, sostiene un documento della Commissione pubblicato nel settembre 2013. Esso però si basa su uno studio del Centre for Economic Policy Research (Cepr), un think-tank londinese finanziato da Deutsche Bank, Bnp Paribas, Citigroup, Barclays e Jp Morgan: non certo una garanzia di indipendenza. Il Cepr ritiene che il trattato farà aumentare le esportazioni europee del 28%, cioè di 187 miliardi di euro.
Secondo studi differenti, invece, questi potenziali benefici economici sarebbero enormemente inferiori (si veda ad esempio questo rapporto) e comunque dall’altra parte della bilancia andrebbero poste le ripercussioni (anche economiche) dovute alla perdita di sovranità, all’obbligo di aprire le gare d’appalto alle aziende americane, e di una ulteriore deregolamentazione del mercato alimentare.

6. COSA PREVEDE LA CLAUSULA ISDS
Passiamo ora ad alcuni esempi concreti su come il Ttip cambierà l’Europa e limiterà il poco che rimane delle sovranità nazionali e democratiche. Il più contestato tra i punti dell’accordo è sicuramente quello relativo alla clausola Isds. Dal punto di vista prettamente tecnico, si tratta di un meccanismo di composizione delle liti fra gli stati e gli investitori stranieri. Niente di strano fino a qui. Il problema è che a giudicare chi ha ragione non saranno tribunali ordinari, ma collegi arbitrari di tre giuristi che saranno così nominati: uno da parte dell’impresa che ha citato in causa lo stato, uno da parte dello stato stesso, e il terzo di comune accordo. A vigilare sulla regolarità del tutto i delegati della Banca Mondiale. Ovviamente la presenza della clausola ISDS vincola l’operato dei governi. Qualsiasi scelta politica, qualsiasi normativa a protezione della salute, dell’ambiente, dei cittadini può minare le “legittime aspettative” di un investitore e può costituire un trattamento non “giusto ed equo” nei suoi confronti. E quindi potrebbe essere passibile di causa da parte dell’industria. In altre parti del mondo queste cause sono già state intraprese per esempio da alcune multinazionali contro lo stato del Messico, “colpevole“ di aver vietato le bibite gassate, e contro l’Egitto, che dopo la rivoluzione si era permesso di alzare di 31 dollari al mese il salario minimo degli operai senza chiedere il permesso agli investitori esteri.

7. LA CLAUSULA DELLA CONVERGENZA NORMATIVA
Le differenze normative sulle due sponde dell’Atlantico (come quelle su chimica e cibo) sono molto profonde ed al momento le trattative su questo punto sono ancora in corso e, ovviamente, secretate. Quello che è ovvio è che l’approvazione del Ttip comporterà ampie omologazioni nelle legislazioni che in Usa e Europa regolamentano gli standard che un prodotto deve rispettare per poter essere venduto. In molti campi la legislazione europea è molto più stringente di quella americana. Basta un punto per capirlo: in Europa vige il principio di precauzione, ogni prodotto cioè può essere commercializzato solo dopo che sia stata verificato che non comporti rischi per la salute dei cittadini. Negli Usa, invece, vige il principio opposto: ogni prodotto è considerato sicuro fino a prova contraria. Le associazioni temono che il Ttip produrrà su questi temi un accordo al ribasso, i cui rischi potrebbero essere molteplici su salute, alimentazione ed ambiente.

8. I POSSIBILI RISCHI ALIMENTARI
In Europa è vietato l’utilizzo di Ogm in agricoltura, mentre negli Usa esso non solo è concesso, ma le confezioni dei prodotti venduti nei supermercati non sono nemmeno tenute a precisare se la materia prima utilizzata provenga da coltivazioni Ogm. Inoltre molte pratiche che sono vietate in Europa (ad esempio l’utilizzo di alcuni ormoni ed erbicidi Monsanto, dei quali abbiamo parlato in questo articolo) sono consentite oltre Oceano.

9. VERSO LA CARNE CON ANTIBIOTICI?
Uno dei rischi maggiori, secondo le associazioni, è quello collegato all’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti intensivi di bestiame. In Europa è vietato somministrare antibiotici se non in caso di effettiva infezione da curare, mentre negli Usa essi vengono utilizzati in via preventiva, tanto che oltre il 70% del consumo di antibiotici in America è destinato alla produzione di carne. Il rischio è che queste pratiche vengano consentite anche in Europa in nome del Ttip. Anche noi di recente abbiamo trattato l’argomento dell’abuso di antibiotici sugli animali.

10. I POSSIBILI RISCHI PER LA SALUTE
Le principali disposizioni previste nel Ttip si basano sul cosiddetto “evergreening”, pratica con la quale le case farmaceutiche si assicurano il perdurare di un brevetto attraverso la registrazione di nuovi farmaci che non sono altro che riformulazioni di farmaci già esistenti con piccole modifiche ma senza vantaggi terapeutici. Una pratica che consentirebbe alle aziende farmaceutiche di conservare sostanzialmente per sempre i diritti esclusivi sui farmaci, rendendo di fatto impossibile la produzione di farmaci generici a prezzo più contenuto. Per questo Medici Senza Frontiere ha denunciato che “se le grandi case farmaceutiche ottenessero ciò che vogliono, farmaci e vaccini di marca non avrebbero concorrenza diretta per decenni mentre pazienti, programmi sanitari nazionali e attori medico-umanitari dovrebbero affrontare costi enormi per l’acquisto dei farmaci“. Una eventualità che comporterebbe costi enormi per la sanità pubblica.
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