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domenica 18 ottobre 2015

Tempi: quei 164 miliardi di euro che le banche “devono” a tutti noi. Cos’è il signoraggio

http://www.tempi.it/164-miliardi-di-euro-che-le-banche-devono-a-tutti-noi-cose-il-signoraggio#.ViLFu-ZH79S
Ottobre 17, 2015 Giovanni Passali
Il sistema perverso per cui un nostro bene (la moneta in circolazione) diventa un nostro debito. Un peso finanziario intollerabile in tempo di crisi economica
La sede della Banca d'Italia, Palazzo Koch, oggi 21 ottobre a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Gentile direttore, nell’ultimo articolo ho riportato il bilancio della Banca d’Italia per mostrare l’incongruenza di un sistema che non solo non serve l’economia reale, ma procura un danno finanziario oggettivo alle casse dello Stato.
Riporto qui l’immagine del punto chiave del bilancio, per approfondire un aspetto spesso trascurato.
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L’aspetto trascurato riguarda la definizione di signoraggio. Secondo la Banca d’Italia il signoraggio è «l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta», come confermato anche dal sito web ufficiale. Tali redditi sono quindi “derivati” dall’emissione di moneta, non sono la stessa moneta. In altre parole, il signoraggio sono gli interessi dei titoli di Stato ricevuti in cambio della moneta stampata e poi trasmessa alle banche commerciali.
Ora invece il buon senso ci dice che il reale signoraggio sono proprio le banconote in circolazione, che senza alcun motivo sono poste tra i passivi del bilancio.
Un motivo storico in realtà c’è. Il motivo è che, quando la moneta era l’oro, essa veniva depositata presso chi già era attrezzato per conservarlo adeguatamente, cioè chi lavorava l’oro. Il depositante riceveva una ricevuta, una “nota di banco”, antenata dell’attuale banconota. Quando il depositante poi, girando per il mondo con la sua “nota di banco”, realizzava un acquisto di merce, invece di cedere l’oro, cedeva la “nota di banco”. Quindi l’oro smise di spostarsi e nel bilancio l’oro era posto tra gli attivi, mentre le “note di banco” erano giustamente tra i passivi.
Ma oggi le nostre banconote non vengono emesse in ragione di una quantità di oro depositato, sono create dal nulla in funzione delle richieste del mercato, quindi la loro apposizione tra i passivi è solo una convenzione, una convenzione che può (e dovrà) essere cambiata. Tanto è vero che per il bilancio dello Stato già è così, quando lo Stato oggi stampa le monetine euro queste vengono ovviamente messe tra gli attivi. E se tornasse a stampare la sua moneta, lo Stato metterebbe tra i propri attivi tutta la moneta creata, con enorme beneficio per il proprio bilancio e per l’abbattimento del debito pubblico.
Quelli che una volta detenevano l’oro erano anche in grado di fare prestiti (relativamente al loro oro), ma invece di dare l’oro iniziarono anche loro a dare la “nota di banco”, che tutti accettavano perché sapevano che c’era l’oro a garanzia. Quella “nota di banco” valeva l’oro che rappresentava.
Da Bretton Woods alla moneta come debito
Ora facciamo un grande salto e arriviamo al 1944, agli accordi di Bretton Woods. Con quegli accordi si sancì che tutte le monete potevano essere cambiate in dollari e i dollari potevano essere cambiati in oro, una forzatura imposta dagli Stati Uniti ormai sicuri vincitori della guerra mondiale. Quindi alla fine le monete avevano un sottostante, cioè un bene prezioso grazie al quale il valore monetario non era messo in discussione.
Quello che però ancora non si era compreso è che la moneta, se funziona come moneta, ha valore in sé. E tale valore è massimamente consistente nella fiducia che tutti gli utilizzatori ripongono nella moneta. Non a caso l’odierna crisi è scoppiata nel 2007, quando le banche hanno iniziato a non avere più fiducia tra di loro, a non prestarsi più denaro tra loro.
L’unica istituzione che aveva rilevato lo stretto legame tra la moneta e la fiducia, o meglio la natura sociale del denaro, fu la Chiesa cattolica, che nella lettera enciclica Quadragesimo Anno affermava che «si dovrà soprattutto avere riguardo della doppia natura, individuale e sociale propria, sia del capitale quanto del lavoro». Questa lettera è stata scritta nel 1931, cioè nel pieno della tempesta finanziaria causata dalla grande depressione del ’29.
Questo è il difetto di tanta cultura economica moderna: il non tenere conto della “natura sociale” del capitale, cioè della moneta.
Facciamo un altro salto temporale. Nel 1971 gli Stati Uniti decisero unilateralmente di abolire gli accordi di Bretton Woods, cioè di non cambiare più i loro dollari con il loro oro. Oltre all’aspetto morale di una decisione unilaterale, occorre considerare che non poteva finire diversamente, poiché tutto l’oro del mondo non era sufficiente a supportare, come moneta, gli scambi commerciali del mondo. E così l’emissione monetaria fu svincolata dall’oro depositato. Questo non portò a nessun disastro finanziario immediato, i sistemi monetari continuarono a funzionare. Da allora l’esperienza rese evidente il valore sociale proprio della moneta. Ma nessuno rilevò questo fatto, nessuno prese coscienza di questo valore.
Il problema è che il sistema delle banche centrali utilizzò questo potere, il potere di creare dal nulla un mezzo il cui valore è la fiducia del popolo che lo usa, per prendere progressivamente il dominio finanziario nel mondo, favorendo la speculazione e i capitali e indebitando gli Stati. Non si prese coscienza del fatto che le banche centrali creano denaro dal nulla, poiché non hanno alcun obbligo di riserva rispetto alla moneta creata. Però questa creazione diventa di fatto debito per la collettività. Questo è il danno oggettivo del denaro creato dal nulla e messo tra i passivi del bilancio. E questo danno è il signoraggio bancario, cioè l’intero capitale creato, non i «redditi derivati dall’emissione».
Le banche centrali possono pure affermare che per loro il reddito da signoraggio sono gli interessi dei titoli acquistati con il denaro creato dal nulla. Ma in realtà il reddito da signoraggio che tolgono agli Stati è precisamente il capitale creato.
Un passivo che produce un attivo?
Le banche ovviamente negano, dicono che devono mettere le “banconote in circolazione” tra i passivi perché queste per loro sono un debito. Ora, non si è mai visto che una qualsiasi azienda lavori per prodursi un passivo, un debito. E non si è mai sentito che un debito produca un interesse, un attivo. Una stortura logica tollerata dalle leggi particolari per la redazione dei bilanci delle banche centrali. Rimane un fatto indiscusso: se quelle banconote fossero create dallo Stato, quella somma sarebbe tra gli attivi del bilancio dello Stato, quindi il danno finanziario per lo Stato è esattamente pari a quella cifra.
A conferma di questa interpretazione c’è il già citato discorso del governatore della Banca centrale svizzera Jean-Pierre Roth, il quale nel 2003 affermò che la Svizzera non era entrata nell’euro perché avrebbe perso il signoraggio, cioè 40 miliardi di franchi, cioè 26 miliardi di euro all’epoca. Quindi lo Stato perde esattamente il denaro stampato. Roth arriva addirittura a quantificarlo in 3.700 euro a persona. Oggi, calcolando per l’Italia 164 miliardi diviso 60 milioni di abitanti, abbiamo circa 2.700 euro a testa, dal neonato all’ultracentenario.
A ulteriore conferma c’è proprio il sito ufficiale della Banca d’Italia, nella pagina già indicata sopra dedicata al tema signoraggio. Questa pagina contiene un brano con due affermazioni corrette e due gravissime menzogne finali.
Dopo aver ribadito che il signoraggio è dato dai redditi derivanti dall’emissione di moneta, verso la fine della pagina, dove parla della differenza tra la stampa di moneta effettuata dallo Stato e quella fatta dalla banca centrale, si può leggere testualmente:
«La principale differenza consiste nelle modalità con cui si forma il signoraggio. Quando la moneta è prodotta dallo Stato, è quest’ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e servizi, la mette in circolo nell’economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione. Quando invece è la banca centrale a emettere le banconote (o, più in generale, la base monetaria, che include anche le riserve costituite dalle banche su conti presso la banca centrale), queste non sono spese in beni e servizi ma fornite alle banche commerciali, in forma di prestito, per le esigenze del sistema economico, o utilizzate per l’acquisto di attività finanziarie, come i titoli di Stato o le attività in valuta estera; al valore delle banconote, iscritto al passivo del bilancio della banca centrale, corrisponde quindi l’iscrizione di attività fruttifere nell’attivo del bilancio, che rendono un interesse. Perciò la banca centrale ottiene il signoraggio nel corso del tempo, come flusso di interessi sulle proprie attività fruttifere, al netto del costo di produzione delle banconote. Il valore scontato di tale flusso, che come si è detto è riversato allo Stato, è pari a quello che quest’ultimo avrebbe ottenuto immettendo direttamente la banconota nel circuito economico».
All’inizio si afferma quanto io ho già affermato, cioè che lo Stato spendendo la moneta che si è stampata realizza il controvalore di quella moneta, cioè i 164 miliardi nel caso dell’Italia.
Nel secondo caso, quando è la banca a stampare moneta, questa realizza il profitto degli interessi, che è ovviamente una cifra molto minore: quest’anno circa 3 miliardi.
Ora veniamo alla frase finale, che contiene due gravi affermazioni. La prima affermazione è che i redditi della banca centrale sono riversati allo Stato. Ma guardiamo ai numeri: lo Stato quest’anno ha incassato 2 miliardi sui 3 di reddito (il 60 per cento, come stabilito a norma di statuto). Ma quanto ha incassato di interessi la Banca d’Italia? Sempre dal bilancio vediamo alla voce “interessi attivi” la bella cifra di 5,7 miliardi di euro. Ma chi ha pagato questi interessi? Ovviamente Bankitalia detiene titoli di Stato, quindi quegli interessi li abbiamo pagati noi. Quindi lo Stato ha incassato 2 miliardi dai redditi, più un miliardo di tasse. Però ha pagato 5,7 miliardi di euro per interessi.
Inoltre si parla di “flusso riversato allo Stato”, come se alle banche italiane “Partecipanti” non toccasse nulla. Ma non è così. Quest’anno si sono prese 340 milioni, come scritto a bilancio a pagina 216, di cui qui riporto la parte interessata.
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Se un bene di tutti diventa un peso
Ma la cosa ancora più grave è la frase finale: «Il valore scontato di tale flusso (2 miliardi per quest’anno, ndr) è pari a quello che quest’ultimo avrebbe ottenuto immettendo direttamente la banconota nel circuito economico». Per la Banca d’Italia quindi 2 miliardi sono pari a 164 e dobbiamo essere contenti così!
Quindi il problema del signoraggio è prima di tutto un gravissimo problema morale, perché la Banca d’Italia si appropria di un bene della collettività e mettendolo tra i passivi finisce col farlo diventare un debito per la collettività, realizzando il capolavoro contabile per cui un nostro bene diventa un nostro debito. Ma questo problema morale diventa un chiaro e lampante peso finanziario, intollerabile soprattutto in un momento di grave crisi economica.
Questo è il vero, grande motivo per cui la banca centrale deve tornare nel pieno possesso dello Stato, stampando moneta che finisca tra gli attivi dello Stato (come già oggi succede per le monetine).
E tutti noi dobbiamo prendere coscienza del fatto che quando lo Stato stampa moneta non compie un abuso, ma crea uno strumento che rappresenta un valore sociale, il valore della nostra società, il valore della nostra civiltà.
Un valore il cui unico sovrano è il popolo italiano, perché la sovranità appartiene al popolo (non al governo o al parlamento o alla Banca d’Italia), come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione.


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